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Legno, contratto anti-inflazione. Ma Confindustria lo boccia

Un quinto livello prenderà 9 mila euro in più nel triennio. Industriali contro l’Istat per la revisione al rialzo dell’indice dei prezzi
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ROMA – La scala mobile esiste ancora. La applica il settore del legno-arredo ai suoi 250 mila addetti. Il contratto nazionale, rinnovato martedì notte, prevede non solo il pieno recupero dell’inflazione, quasi il 20% tra 2023 e 2025. Ma anche due una tantum da 300 euro l’una per ridare qualcosa in più, oltre al rientro del potere d’acquisto perso in questi anni dai lavoratori. Alla fine, nel triennio, un quinto livello si assicura 9.100 euro lordi extra.

Una vertenza tra scioperi e blocchi

Entusiasti i sindacati di categoria — Fillea Cgil, Filca Cisl e FenealUil — che parlano di «grande vittoria» e ringraziano la tenacia dei lavoratori che il 21 aprile hanno scioperato, manifestando anche davanti al Salone del mobile di Milano, con adesioni alte: il 90% tra gli operai e oltre il 50% tra impiegati, quadri, tecnici. Il settore va a gonfie vele, anche per la spinta dei bonus edilizi.

Il fatturato è cresciuto del 20% nel 2021, del 18% a 56,5 miliardi nel 2022 e Federlegno prevede un altro…

ROMA – La scala mobile esiste ancora. La applica il settore del legno-arredo ai suoi 250 mila addetti. Il contratto nazionale, rinnovato martedì notte, prevede non solo il pieno recupero dell’inflazione, quasi il 20% tra 2023 e 2025. Ma anche due una tantum da 300 euro l’una per ridare qualcosa in più, oltre al rientro del potere d’acquisto perso in questi anni dai lavoratori. Alla fine, nel triennio, un quinto livello si assicura 9.100 euro lordi extra.

Una vertenza tra scioperi e blocchi

Entusiasti i sindacati di categoria — Fillea Cgil, Filca Cisl e FenealUil — che parlano di «grande vittoria» e ringraziano la tenacia dei lavoratori che il 21 aprile hanno scioperato, manifestando anche davanti al Salone del mobile di Milano, con adesioni alte: il 90% tra gli operai e oltre il 50% tra impiegati, quadri, tecnici. Il settore va a gonfie vele, anche per la spinta dei bonus edilizi.

Il fatturato è cresciuto del 20% nel 2021, del 18% a 56,5 miliardi nel 2022 e Federlegno prevede un altro 12% quest’anno. Per due mesi gli addetti hanno bloccato straordinari e flessibilità per convincere Federlegno a tenere fermo un patto che va avanti dal 2016: recuperare tutta l’inflazione, misurata dall’indice Foi dell’Istat, non solo quella depurata dai prezzi dei beni energetici importati, come l’Ipca-Nei, indice applicato da tutti gli altri comparti.

Federlegno è una federazione importante, la terza in Confindustria dopo Federmeccanica e Federchimica. Dopo sei mesi di attriti con i sindacati ha riconosciuto le loro rivendicazioni in un periodo di alta inflazione, per due terzi (almeno fino al 2022) legata all’energia e ai prezzi del gas. Cgil, Cisl e Uil «ne danno atto», come a dire: grazie.

Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil riassume così questa trattativa: «Una vertenza da anni ‘70 nel merito e da chimici tedeschi nei risultati. Abbiamo chiesto e ottenuto di rivedere la sola parte economica per aumentare i soldi in busta paga. Un modello “a doppia pista”: recupero dell’inflazione totale e una tantum di produttività».

Difficile però che questo contratto faccia da apripista per altri. Non tutti i comparti sono in grado di ridare l’8,7% dell’inflazione del 2022 e poi aggiungere 6,6% e 4,5% previsti per i due anni successivi. E non solo perché l’indice applicato ai rinnovi (l’Ipca-Nei) è diverso, come detto.

La lettera di Confindustria all’Istat

Raccontano di frizioni all’interno di Confindustria, non esattamente entusiasta che la sua terza Federazione, Federlegno, abbia chiuso un rinnovo a livelli così alti. Soprattutto dopo la lettera dai toni aspri inviata al presidente dell’Istat il 15 giugno scorso dal presidente Carlo Bonomi e dal vicepresidente per il Lavoro e le relazioni industriali Maurizio Stirpe. Lettera in cui si accusa l’Istat di «informazioni fuorvianti», di «grave mancanza di comunicazione trasparente e coerente» e di «contraddittorietà dei segnali».

E questo perché Istat, il 7 giugno, come ogni anno a giugno, ha aggiornato l’Ipca-Nei, l’indice dei rinnovi, rialzando di quasi due punti quello del 2022: dal 4,7% previsto un anno fa (e confermato a gennaio) al 6,6%. Una revisione che ha «spiazzato» le imprese, a detta di Confindustria, «con negativi riflessi sul budget, sulle strategie produttive e commerciali, sulla struttura dei costi».

Nella lettera si fa riferimento ai metalmeccanici, unico contratto a rivedere in corso d’opera il livello di Ipca: «L’aumento sarebbe stato di 88 euro se l’inflazione fosse stata confermata al 4,7%, invece sarà di 123,4 euro rispetto ai 27 euro previsti nel rinnovo di febbraio 2021».

Ciò che preoccupa gli industriali sono i prossimi contratti da rinnovare (sempre al 6,6%, confermato da Istat anche per il 2023), come quello degli alimentaristi e degli stessi metalmeccanici il prossimo anno. Ecco perché chiedono a Istat di essere avvertiti per tempo dei cambi nel paniere dei prezzi usati per calcolare l’Ipca (per il 2022 è entrato il gas, nel 2023 l’energia elettrica). Il rischio del blocco dei rinnovi si fa concreto.

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