L’Italia dei capitali è un prisma psichedelico, si sa. In cui una ricchezza privata tra le più consistenti al mondo si specchia in un settore privato - specie le piccole imprese - così sottocapitalizzato da esprimere in minima parte il suo vasto potenziale. Una storia antica ma che un giorno o l’altro cambierà, per rottura dell’inerzia o perché interverrà il demiurgo con norme riparatrici. Il 2023 presenta entrambe le condizioni: gli scambi sui titoli minori sono sempre più fiochi, e due misure si preparano a Roma (Ddl capitali) e a Bruxelles (Listing act). Forse sarà la volta che l’Italia ritrova un rapporto decente con la sua Borsa. Dopo anni distratti, del resto, dal 2022 tutti gli attori - governo, Consob e Borsa Italiana e gli operatori rimasti – sanno che non si deve tardare oltre.
Mancano gli investitori istituzionali
Tuttavia, serve il contributo fattivo degli investitori istituzionali nostrani: banche, assicurazioni, casse privatizzate, fondazioni, fondi pensione chiusi e aperti devono puntare sulle azioni italiane il 5-10% dei loro attivi, come nei grandi Paesi d’Europa, non l’1% censito da Assonime. Solo così il mercato prenderà una forma adatta, e aprirà anche il varco per i circa 800 miliardi di euro che le famiglie italiane tengono inerti sui conti correnti, erosi dall’inflazione al tasso del 7,6% annuo. Gli scambi a Piazza Affari stanno sprofondando. Tra gennaio e maggio sul listino Euronext Milan sono calati del 15% rispetto ai primi cinque mesi del 2022. È una stima di Equita Sim, uno dei pochi intermediari attivi su tutta la filiera delle emissioni italiane. Il dato è ben peggiore se depurato dal titanismo che distingue ormai l’azionario globale, schiavo di gestioni passive e algoritmi che replicano gli indici ignorando le “specialità locali” (come le Pmi quotate). Se a Wall Street sette grandi titoli tech determinano al 90% il tono degli indici, se l’Euro Stoxx si regge sui tre giganti del lusso francese, in Italia il listino va al traino delle due grandi banche e dalle partecipate del Tesoro nell’energia. Difatti, limitandosi agli scambi sulle medie e piccole imprese, siamo quasi al crollo: l’Euronext Star scambia il 34% meno dei primi cinque mesi 2022, l’indice “Growth”, il ristretto delle imprese minori, si riduce di un 36%. Tra l’altro in questi mesi Piazza Affari è risalita con slancio: da inizio anno il Ftse Mib guadagna circa il 17%, indice migliore d’Europa, tra i primi al mondo. Segno che molti sono rimasti alla finestra per la paura, sulla guerra o sull’inflazione.
I guai di Piazza Affari
Spesso, negli ultimi anni, il mercato arriva prima degli investitori, presi in contropiede dai rialzi mentre attendono il momento buono per rientrarvi. Ma gli elementi detti sopra sono globali, Piazza Affari vi unisce i guai propri: la storica disaffezione degli istituzionali nostrani, l’abitudine diffusa a investire in Btp e case, il venir meno dell’effetto Pir, i Piani individuali di risparmio che dal 2017 hanno veicolato in Borsa quasi 20 miliardi di euro italiani. I Pir, specie quelli ordinari che ne costituiscono la grande fetta con 18,82 miliardi, sono confluiti per circa 3,5 miliardi, stima sempre Equita, nel capitale delle quotate che non entrano nel Ftse Mib 40, diventando un pilastro del loro flottante, che a spanne è sui 25-30 miliardi. Ma la scadenza di molti “Pir ordinari”, accesi nel 2017, e la possibilità di riscattarli con plusvalenze e a tassazione agevolata, sta accelerando i riscatti più che la raccolta (meno 779 milioni il saldo tra gennaio e marzo). Mentre i Pir alternativi, disposti con le riforme introdotte dai due governi Conte per focalizzarli sulle imprese innovative, sono di fatto un investimento illiquido, quindi settario e negletto dai più, con soli 1,5 miliardi in gestione.
«La ricerca della liquidità, specie in una fase di mercato volatile, concentra gli investimenti degli operatori – racconta Andrea Vismara, amministratore delegato di Equita –, ma si rivela anche un circolo vizioso: più calano gli scambi più si focalizzano su attività liquide e più diventa difficile, specie per i fondi stranieri, puntare sulle Pmi italiane quotate». In queste condizioni anche collocare in Borsa una buona società tricolore può rivelarsi un’impresa. Lo sa bene Equita, protagonista di tre quotazioni a Piazza Affari (su una dozzina nel semestre, quasi tutte al piccolo mercato Egm). «C’è un impoverimento della rete di investitori che complica la quotazione, anche di aziende italiane ottime – continua Vismara -. L’Ipo classica di una Pmi che colloca circa 15 milioni di capitale, per avere successo deve trovare 20-25 milioni di domanda, ossia 30-40 investitori con tagli tra mezzo milione e un milione: è già dura il solo rintracciarli. Spesso il mercato secondario è stato snobbato negli ultimi anni in Italia: ma senza un secondario efficiente il mercato primario non si genera». Vismara vorrebbe che la moral suasion di governo e istituzioni, magari corroborata da incentivi fiscali, inducesse i primi 25 “istituzionali” italiani e la Cdp ad allocare portafogli da circa 100 milioni a testa nelle Pmi di Piazza Affari: «Succede già in Francia e in altri Paesi, e sarebbero 2,5 miliardi di capitale capaci di trasformare il sistema». Uno zoccolo duro di denaro istituzionale ripara meglio chi è piccolo dall’oblio, che può provocare pericolosi fenomeni di volatilità. E l’home bias è anche uno scudo migliore contro il rischio Paese e le fiammate dello spread.
Ma in Italia, secondo molti dati, non mancano i fondi stranieri – per anni coccolati -: nemmeno quelli “diretti”, che per Ey nel 2022 hanno riguardato 243 dossier, più 17% sul 2021 (Germania -1%, Regno Unito, -6%, Francia +3%). Sono gli italiani a latitare, come ha rilevato Assonime il 15 giugno nell’audizione parlamentare sul Ddl Capitali. L’associazione degli emittenti, analizzando il disegno di legge di cui «condivide l’impostazione di fondo», ha criticato molto le rigidità normative nazionali, che hanno prodotto il «sottosviluppo del mercato dei capitali», rendendolo «elemento di debolezza strutturale nel nostro sistema economico». Dagli «eccessi di zelo» nel recepire le direttive Ue alla scarsa autonomia statutaria che «ha portato 7 delle 40 blue chip italiane a trasferire la sede all’estero» (l’ottava sarà Brembo, che ha appena annunciato il trasloco in Olanda). Un problema serio questo per gli emittenti, che vorrebbero estendere anche a chi è già quotato il voto maggiorato potenziato per i soci fedeli (il Ddl porta l’attuale rapporto 1 a 2 fino a 1 a 10, ma solo per le matricole). Anche Assonime chiede di rafforzare gli investitori istituzionali, tema che la riforma affronta solo parzialmente, ad esempio con l’inclusione degli enti previdenziali privati tra le controparti qualificate. Gli emittenti vorrebbero, invece, «una riflessione più sistematica», e «la leva fiscale per creare un adeguato sistema di incentivi per l’intero ecosistema del mercato dei capitali, eliminando oneri impropri quali la Tobin tax».