L’Europa interviene per evitare un altro caso Eurovita
di Adriano BonafedeMai più un’altra Eurovita. Se l’iter di approvazione della normativa europea per la risoluzione delle crisi assicurative andrà avanti in tempi rapidi, come previsto, non assisteremo più ai patemi d’animo che abbiamo visto in questi sei mesi con la compagnia di proprietà del Fondo di private equity Cinven. Quest’ultimo, che si era rifiutato di ricapitalizzare l’impresa, versando poi 100 milioni a fondo perduto solo a crisi aperta, aveva costretto l’Ivass, l’ente di vigilanza sul settore, a escogitare una serie di contromisure mai sperimentate prima, dal commissariamento alla ricerca di un pool di banche e compagnie che potessero assumersi l’onere del salvataggio. Mentre agli assicurati, in fuga dalle polizze vita della compagnia, è stato impedito a un certo punto il riscatto, cioè la vendita, per evitare il default. Questa misura dovrebbe essere prorogata sino a fine settembre, mentre si attende a giorni la definizione del pool.
Il buco giuridico sulle crisi assicurative
Il problema è nato dal fatto che in Italia, così come in altri Paesi europei, non esiste uno schema giuridico di risoluzione delle crisi assicurative. È anche vero che non si era mai visto il possibile default di una compagnia vita di medio livello. In passato c’erano state tante piccole crisi di mutue e piccole società operanti però in altri rami. L’ente di vigilanza aveva sempre convinto qualche cavaliere bianco a intervenire incorporando la compagnia in crisi. Stavolta era diverso. E anche le compagnie hanno compreso che l’intero ramo Vita correva il rischio di una generale crisi di sfiducia e hanno chiesto di intervenire in fretta. Il repentino aumento dei tassi d’interesse e dell’inflazione, e soprattutto la possibilità per gli assicurati di riscattare le polizze senza penalizzazioni, hanno convinto molti a uscire da polizze che rendevano poco o nulla per investire ad esempio nei più remunerativi Btp. È vero che alla lunga anche le vecchie polizze incorporeranno i Btp più recenti e quindi i loro rendimenti si alzeranno. Ma nell’immediato una delle soluzioni più semplici per i clienti era di vendere. Le grandi compagnie sono riuscite a parare gli effetti negativi dei riscatti, grazie a un requisito patrimoniale (il Solvency II) già molto alto oppure con aumenti di capitale. Oppure, ancora, con nuove offerte più allettanti. Ma Eurovita non era in grado di farlo, finendo nel ciclone. Si è sentita, in questo caso, la mancanza di un sistema per la risoluzione delle crisi delle compagnie. Lo ha detto nella relazione annuale presentata la settimana scorsa il presidente dell’Ivass, Luigi Federico Signorini: «Credo siano maturi i tempi per dotare il nostro mercato di fondi di garanzia, già presenti da tempo in Paesi vicini come la Francia e la Germania». Uno schema di risoluzione si sarebbe dunque potuto creare in qualsiasi momento nel passato, ma non si è fatto.
La IRRD
A questo punto, però, occorre attendere l’approvazione della nuova normativa europea che si propone di creare una cornice comune agli interventi necessari in caso di crisi. Si chiama IRRD (insurance recovery and resolution directive), sul modello della BRRD che riguarda le banche. Il complesso iter, che ha richiesto anni di preparazione, è ormai vicino alla conclusione, sebbene ora la scadenza delle elezioni europee possa mettere in dubbio la sua approvazione finale prima di quella data. La direttiva IRRD comincia il suo cammino nel 2020, quando la Commissione Ue prende in esame una revisione della Solvency II che tratta dei requisiti patrimoniali. In quell’ambito è maturata la proposta di una direttiva-quadro sulla risoluzione delle crisi, con l’idea di armonizzare la legislazione dei vari Paesi europei, che oggi produce «discrepanze – si legge in un recente briefing del Parlamento europeo – in termini di leggi sostanziali e procedurali». La Commissione ha poi fatto la sua proposta, il Consiglio europeo ha chiesto alcune modifiche e ora spetta al Parlamento europeo approvare la sua.
Il trilogo per l’approvazione definitiva
Subito dopo – si spera a settembre, il “trilogo”, ovvero la discussione fra i tre organismi europei per arrivare all’approvazione definitiva. Ma le posizioni non sono uguali. Ad esempio la Commissione prevede l’introduzione di schemi di risoluzione delle crisi delle compagnie ma non quelli di protezione degli assicurati (in gergo tecnico Igs), mentre il Consiglio si è espresso perché, all’interno dello schema generale obbligatorio, ciascuno Stato possa introdurre anche una protezione dei clienti. C’è stata una discussione accesa all’interno del Consiglio e alcuni Stati, fra cui Italia (lo ricorda anche Signorini nella sua relazione), ma anche Francia, Irlanda e Portogallo, avrebbero voluto una disciplina europea armonizzata più dettagliata, includendo anche uno schema Igs, e ciò avrebbe creato anche una maggiore armonizzazione della vigilanza. Ma non è quello che la maggior parte dei Paesi ha voluto. Sul tema era intervenuta più volte anche l’Eiopa (l’ente europeo di vigilanza), sostenendo la necessità di Igs armonizzati a livello europeo. La regolamentazione scelta finora – ma vedremo cosa decide il Parlamento - va quindi nella direzione di una cornice “leggera” che lasci piena libertà ai singoli paesi. Ad appoggiare questa soluzione c’è tutto il sistema assicurativo privato europeo: Insurance Europe, la federazione in cui siede anche l’Italiana Ania, sostiene che è meglio non fissare troppi paletti e troppe spese a carico delle imprese, che ne aumenterebbero i costi. Solvency II, con i suoi stringenti requisiti di capitale, dicono, già protegge il sistema finanziario da shock violenti. Vedremo alla fine chi vincerà.