L’Europa e il dilemma del gas liquefatto russo: come eliminare un assegno da 9 miliardi per Putin
di Filippo SantelliStupendo tutti, e forse anche se stessa, in un anno l’Europa è riuscita a tagliare gran parte delle importazioni di gas dalla Russia, trovando rapidamente alternative e senza crisi di approvvigionamento. Con un’eccezione però: il gas liquefatto, quello che Mosca spedisce via nave, i cui acquisti dall’inizio della guerra in Ucraina sono addirittura aumentati. Nei primi tre mesi dell’anno il GNL russo ha contato per il 16% di tutto il gas liquefatto arrivato sulle coste europee, e per il 7% delle importazioni complessive di gas naturale. E ora pone l’Europa di fronte a un dilemma, visto che il frutto di quel commercio potrebbe portare nelle casse di Putin, finanziando quindi anche lo sforzo bellico in Ucraina, 9 miliardi di euro nel corso del 2023. Che fare? Rimandare il problema al 2027, cioè l’anno in cui l’Europa ha detto di voler rinunciare del tutto al gas russo? Oppure introdurre forme di sanzioni più o meno dure, accelerando la ricerca di alternative? Un’analisi del thi…
Stupendo tutti, e forse anche se stessa, in un anno l’Europa è riuscita a tagliare gran parte delle importazioni di gas dalla Russia, trovando rapidamente alternative e senza crisi di approvvigionamento. Con un’eccezione però: il gas liquefatto, quello che Mosca spedisce via nave, i cui acquisti dall’inizio della guerra in Ucraina sono addirittura aumentati. Nei primi tre mesi dell’anno il GNL russo ha contato per il 16% di tutto il gas liquefatto arrivato sulle coste europee, e per il 7% delle importazioni complessive di gas naturale. E ora pone l’Europa di fronte a un dilemma, visto che il frutto di quel commercio potrebbe portare nelle casse di Putin, finanziando quindi anche lo sforzo bellico in Ucraina, 9 miliardi di euro nel corso del 2023. Che fare? Rimandare il problema al 2027, cioè l’anno in cui l’Europa ha detto di voler rinunciare del tutto al gas russo? Oppure introdurre forme di sanzioni più o meno dure, accelerando la ricerca di alternative? Un’analisi del think tank Bruegel prova a costruire quello che accadrebbe nei diversi scenari, arrivando alla conclusione che rinunciare al GNL russo sarebbe sostenibile. E suggerendo quindi che la soluzione più dura, cioè un embargo, sarebbe la più opportuna.
Più LNG per sostituire il gas russo
La delicatezza del tema è dovuta al fatto che lo scorso anno, mentre i flussi di gas via tubo dalla Russia all’Europa si sono progressivamente ridotti, i Paesi europei hanno compensato l’ammanco, oltre che attraverso risparmi e nuove importazioni via tubo da Norvegia o Algeria, anche con un massiccio incremento delle importazioni di metano liquefatto. Per lo più questo LNG è arrivato dagli Stati Uniti, venuti in soccorso (interessato) all’Europa, ma una parte anche da un incremento del gas liquefatto importato dalla Russia, tutt’ora secondo fornitore. Rispetto al gas via tubo tagliato la quota di metano che continua ad arrivare via nave è una piccola frazione. Ma è comunque un flusso che tiene la Ue legata a Putin, e che ne sostiene le finanze: l’anno scorso ha fruttato 12 miliardi e questo, se tutto continuerà così, ne frutterà 9.
L’altro elemento di criticità è che questo flusso non è equamente ripartito tra gli acquirenti europei. In Italia, per esempio, ne arriva pochissimo, mentre la gran parte fa rotta verso la penisola iberica, ricca di rigassificatori. Secondo stime di Bruegel relative allo scorso inverno il Paese più esposto all’LNG russo, anche per il suo “isolamento” rispetto alla rete di gasdotti europea, sarebbe quindi la Spagna, a cui ha garantito il 18% delle forniture complessive di metano, seguito dalla Francia con il 15% e dal Belgio con il 10%.
L’ipotesi embargo
Gli analisti di Bruegel analizzano quindi vari scenari possibili, sulla strada che fra quattro anni dovrebbe portare l’Europa a liberarsi completamente dalla dipendenza energetica dalla Russia. Il primo è aspettare e non fare nulla. Scenario poco desiderabile, scrivono, almeno per due motivi: perché lascia uno strumento di ricatto nelle mani di Putin e perché ne finanzia le operazioni militari. Il secondo è uno scenario di sanzioni “morbide”, che vieta acquisti aggiuntivi ma preserva i contratti di lungo periodo in essere. Il terzo, il migliore secondo gli analisti, è quello di un embargo vero e proprio, simile a quello già introdotto sul petrolio di Mosca, che permetta minimi acquisti solo attraverso la piattaforma comune europea e sotto i prezzi di mercato.
I problemi della Spagna
Per i 25 Paesi dell’Europa al di fuori della penisola iberica questo embargo sarebbe sostenibile senza particolari effetti negativi, se non ritardare leggermente il momento in cui si riempiranno gli stoccaggi per il prossimo inverno. Più problematico l’effetto per Spagna e Portogallo, che senza azioni correttive vedrebbero gli stoccaggi azzerarsi a gennaio, in piena stagione fredda. Basterebbe però che trovassero dei venditori alternativi per la metà dell’attuale LNG russo, cosa non impossibile in un mercato abbastanza liquido, per mantenere per tutto l’inverno stoccaggi di sicurezza sopra il 20%.
E’ possibile che i Paesi più esposti si oppongano comunque a una forma di embargo, decisione che a Bruxelles richiederebbe l’unanimità, visto che potrebbe far aumentare i prezzi. E va considerato che gli effetti per Putin non sarebbero pesanti come dopo l’embargo al suo petrolio, vista la possibilità di trovare agevolmente compratori alternativi. Ma il tema, presto o tardi, in Europa si porrà. “L’Europa ha una dipendenza tossica dal ga liquefatto russo, che va affrontata subito”, dice Simone Tagliapietra, tra gli autori del report. “La buona notizia è che, con la necessaria preparazione, l’Europa può vivere bene anche senza”.