Regno Unito, flop della privatizzazione dell’acqua: fornitore a un passo dalla bancarotta
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – Questa è un’altra storia di privatizzazione finita male nel Regno Unito e ancora una volta interessa un diritto fondamentale.
Stavolta l’acqua, che Margaret Thatcher decise di sganciare dal controllo dello Stato 34 anni fa perché l’Europa chiedeva ai britannici un’acqua potabile con standard più elevati e la Lady di Ferro rispose: “Se vogliamo migliorare la qualità dell’acqua, servono soldi! Chi la vuole, deve metterci i soldi!”.
Governo al bivio
Alla fine si decise di privatizzarla e oggi i risultati sono che il più grande fornitore privato, Thames Water, è sull’orlo della bancarotta.
Eppure fornisce 15 milioni di clienti nel Regno Unito e, come dice il nome stesso, delle aree intorno al Tamigi, inclusa la capitale Londra. Il governo di Rishi Sunak ora è afflitto dal dubbio. Nazionalizzare o no?
L’istinto dice di sì per evitare un eventuale effetto domino sulle altre compagnie. Il problema è che neanche l’esecutivo sa quanto costerebbe: si parla di almeno 10 miliardi d…
LONDRA – Questa è un’altra storia di privatizzazione finita male nel Regno Unito e ancora una volta interessa un diritto fondamentale.
Stavolta l’acqua, che Margaret Thatcher decise di sganciare dal controllo dello Stato 34 anni fa perché l’Europa chiedeva ai britannici un’acqua potabile con standard più elevati e la Lady di Ferro rispose: “Se vogliamo migliorare la qualità dell’acqua, servono soldi! Chi la vuole, deve metterci i soldi!”.
Governo al bivio
Alla fine si decise di privatizzarla e oggi i risultati sono che il più grande fornitore privato, Thames Water, è sull’orlo della bancarotta.
Eppure fornisce 15 milioni di clienti nel Regno Unito e, come dice il nome stesso, delle aree intorno al Tamigi, inclusa la capitale Londra. Il governo di Rishi Sunak ora è afflitto dal dubbio. Nazionalizzare o no?
L’istinto dice di sì per evitare un eventuale effetto domino sulle altre compagnie. Il problema è che neanche l’esecutivo sa quanto costerebbe: si parla di almeno 10 miliardi di sterline, ossia oltre 11 miliardi di euro, ovviamente sulle spalle dei contribuenti.
Thames Water è controllata da una galassia di hedge fund e società anche straniere, come il fondo pensione canadese Ontario Municipal (31,8%) ma anche la cinese China Investment Corporation (8,7%).
Le accuse al management
Sul web scatta una valanga di critiche. Le accuse sono di “azionisti spietati”, che “come al solito mettono i cittadini in secondo piano” e queste società privatizzate “hanno continuato a pagarsi i dividendi nonostante i debiti”.
Le compagnie si difendono parlando di bonus obbligati perché si tratta di scatole cinesi con tante altre entità dipendenti. Inoltre, scaricano le responsabilità sull’inflazione alta (8,7%) e che per aziende simili è maggiorata (11,3%), ai costi delle materie prime oltre al recente innalzamento dei tassi (5%).
Non un caso unico
Fatto sta che Thames Water non è l’unico fornitore di acqua pubblica e gestore della rete idrica sotto pressione in Gran Bretagna. L’intero settore sembra in debito di almeno 60 miliardi di sterline (circa 70 miliardi di euro), altre tre compagnie potrebbero sprofondare.
La questione è sistemica. Solo la scorsa estate, c’era stata l’ultima polemica con fogne scaricate in diversi fiumi inglesi a causa dell’ennesima falla della privatizzazione.
Le opposizioni
Le opposizioni insorgono, anche se il Labour post-corbyniano è cauto nel rivendicare la nazionalizzazione, nonostante tutti i sondaggi siano favorevoli al ritorno dello Stato. Una tendenza popolare che coinvolge anche altri settori, incluso quello delle ferrovie, oramai un incubo per molti inglesi.
Quando John Major prima e poi soprattutto Tony Blair privatizzarono i treni negli anni Novanta, promisero che i britannici avrebbero pagato molto di meno per viaggiare.
Oggi invece le tariffe sono scandalosamente costose, il servizio è spesso mediocre, una compagnia (la Transpennine) è stata commissariata un mese fa e l’alta velocità è praticamente inesistente. Un altro buco nell’acqua, l’ennesimo, delle privatizzazioni oltremanica.