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Gallo: “Il gas sarà ancora protagonista della transizione, ma il futuro appartiene all’idrogeno”

Antonio Viscomi 
Intervista all’amministratore delegato di Italgas: “Non dobbiamo avere pregiudizi tecnologici ma capire come raggiungere prima l’obiettivo net zero E poi il biometano non ha emissioni”
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ROMA - «Il gas avrà un ruolo importante anche nella transizione. Perché potrebbe essere bio e senza emissioni di CO2. E nel prossimo futuro le infrastrutture del gas saranno fondamentali anche per il trasporto dell’idrogeno». Paolo Gallo è l’ad del gruppo Italgas: chiamato per riportare la società in Borsa, sta trasformando il leader della distribuzione locale del gas in uno dei protagonisti del settore energia dei prossimi anni. A Repubblica spiega come avverrà la rivoluzione green.

Ma non pensa che si stia investendo ancora troppo sul gas e sulle reti che lo trasportano? Fra meno di 30 anni le centrali a gas serviranno soltanto come “ancelle” delle rinnovabili. Sempre che non ci siano nuovi salti tecnologici.

«Sul tema il sentiment degli investitori e degli addetti ai lavori sta cambiando rispetto a due anni fa, quando si pensava che la transizione “net zero” fosse da fare a ogni costo. Poi abbiamo visto tutto quello che è successo con il Covid prima e la guerra poi. È tornato …

ROMA - «Il gas avrà un ruolo importante anche nella transizione. Perché potrebbe essere bio e senza emissioni di CO2. E nel prossimo futuro le infrastrutture del gas saranno fondamentali anche per il trasporto dell’idrogeno». Paolo Gallo è l’ad del gruppo Italgas: chiamato per riportare la società in Borsa, sta trasformando il leader della distribuzione locale del gas in uno dei protagonisti del settore energia dei prossimi anni. A Repubblica spiega come avverrà la rivoluzione green.

Ma non pensa che si stia investendo ancora troppo sul gas e sulle reti che lo trasportano? Fra meno di 30 anni le centrali a gas serviranno soltanto come “ancelle” delle rinnovabili. Sempre che non ci siano nuovi salti tecnologici.

«Sul tema il sentiment degli investitori e degli addetti ai lavori sta cambiando rispetto a due anni fa, quando si pensava che la transizione “net zero” fosse da fare a ogni costo. Poi abbiamo visto tutto quello che è successo con il Covid prima e la guerra poi. È tornato centrale il tema della sicurezza delle forniture, che prima veniva dato per scontato. E i prezzi sono arrivati a livelli impensabili, anche per effetto della speculazione. Ma i tre elementi sono collegati e uno non esclude l’altro. Possiamo definirlo un trilemma: si può raggiungere la net zero solo se si tiene contro degli altri due, sicurezza delle forniture e costi dell’energia. Ciò rafforza il ruolo del gas come elemento di transizione a medio-lungo termine e quello delle infrastrutture per il trasporto. In alcuni paesi, per esempio in Grecia, sostituirà la lignite».

Ma così non si rallenta il percorso verso la transizione, prolungando la vita “utile” degli idrocarburi?

«Penso che per raggiungere l’obiettivo finale, la net zero, garantendo forniture accessibili a tutta Europa e a prezzi contenuti, fattori di competitività fondamentali per le imprese, non bisogna avere pregiudizi di tipo tecnologico: non devo scegliere per motivi ideologici, ma guardare anche ciò che mi permette di raggiungere prima il risultato. Con la crescita delle rinnovabili, su cui siamo tutti d’accordo, il gas servirà per l’equilibrio del sistema. Eppure, se prendiamo il caso delle caldaie a gas che abbiamo in casa, entro il 2029 l’Europa dice che dovranno essere bandite per contribuire alla decarbonizzazione. Ma se uso il biometano perché devo cambiarla? Lasciamo che sia il consumatore a fare le sue scelte».

In altre parole, non c’è solo il gas che si estrae. Nel mix energetico sta crescendo il peso del biometano: ma può stare sul mercato anche senza ricorrere a generosi incentivi?

«Credo che il biometano possa svolgere una funzione importante di produzione decentralizzata, esattamente come avviene per il fotovoltaico. Con qualche accorgimento, per esempio costruire connessioni vicine agli impianti i cui costi siano solo in minima parte a carico dei produttori, gli incentivi potranno anche essere superati. Abbiamo stime secondo cui al 2030 nei gasdotti europei potremo avere fino al 10% del fabbisogno soddisfatto con biometano, pari a 42 miliardi, per arrivare a 150 miliardi al 2050, la stessa quantità garantita dalla Russia al suo massimo».

Nei prossimi anni, le infrastrutture del gas serviranno anche per il passaggio dell’idrogeno. Dai miliardi che si investono nel mondo, non dovrebbero esserci dubbi sul suo ruolo sia per immagazzinare energia sia come mix assieme al gas. Ma una parte degli esperti sostiene che i prezzi sono ancora eccessivi.

«È opinione diffusa che l’idrogeno sarà fondamentale come vettore energetico, garantirà quella flessibilità che si perde con l’ingresso massiccio delle rinnovabili. Al momento, se guardiamo ai prezzi al megawattora, la tecnologia dell’idrogeno non è competitiva se prodotto da fonti rinnovabili. Ma è importante che ci siano questi investimenti a livello globale. Succederà come per il fotovoltaico, con i prezzi dei pannelli che ora sono un decimo rispetto al 2008, proprio grazie ai fondi che sono andati in ricerca e sviluppo. Ma anche in questo caso, non bisogna avere pregiudizi sulla tecnologia: L’idrogeno è un vettore flessibile, da usare per la grande mobilità sociale, come bus e treni per esempio, oppure lo posso ricombinare con la CO2 e avere un gas sintetico purissimo che è a tutti gli effetti metano. O lo posso utilizzare per le attività industriali. Anche in questo caso si tratterà di produzione decentralizzata e avrà bisogno di una rete capillare per il trasporto. Fondamentale sarà avere reti sempre più intelligenti, digitalizzate e flessibili».

Infine, nei prossimi anni le società delle reti saranno fondamentali anche per il corretto uso di una risorsa come l’acqua che, vista la situazione climatica, non possiamo più sprecare. È per questo che avete acquistato gli asset del gruppo francese Veolia?. Vi ha sollecitato il governo a investire a partire dal sud, dove lo spreco è endemico?

«Nessuna sollecitazione. Lo abbiamo fatto perché ora ci sono tecnologie che in precedenza non erano disponibili e hanno consentito di inserire la gestione del ciclo idrico nei nostri investimenti. In questi anni abbiamo gestito solo 30mila clienti a Caserta e provincia: ammodernando la rete ci siamo resi conto di quanto la digitalizzazione possa limitare il fenomeno della dispersione. Le similitudini tra trasporto del gas e dell’acqua sono molte: potendo contare su tecnologie che con grande precisone ci dicono per ogni tratto di rete quanta materia viene trasportata, possiamo intervenire quando i dati ci avvertono che qualcosa si perde per strada. Nel gas, dove è fondamentale il tema sicurezza, siamo arrivati a livelli di dispersione dello 0,1%. E vogliamo scendere ancora. Se tutto ciò lo applichiamo alle reti dell’acqua pensiamo che con un investimento nel digitale nemmeno troppo spinto possiamo arrivare in breve a un calo del 15-20% delle perdite. Non solo: siccome per pompare acqua ho anche bisogno di energia, se il mio sistema è più efficiente contribuisco a consumarne di meno. E anche questo è transizione».

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