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Lina Khan contro Microsoft e Amazon il momento della verità per l’antitrust Usa

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Questa potrebbe essere una settimana chiave per la credibilità di Lina Khan, 34 anni, capo della Federal Trade Commission, l’agenzia preposta ai controlli antitrust in America.  Giunta in America a 11 anni dal Regno Unito, dove i genitori erano immigrati dal Pakistan, Khan incorpora il significato stesso del sogno americano: da immigrata è arrivata ai vertici del potere a Washington ad appena 32 anni, capitalizzando su un saggio innovativo in materia di concorrenza che aveva scritto a Yale a 29 anni. Allora, nel 2017, fu consacrata dal New York Times nell’Olimpo delle nuove star dell’economia in materia di concorrenza. Eppure la settimana scorsa un giudice preposto alla causa intentata proprio dall’Agenzia di Khan l’ha già ridimensionata: «Tutto questo clamore per un video gioco?», ha chiesto giovedì 29 giugno agli avvocati della Ftc Jacqueline Scott Corley, 57 anni, giudice Federale per la corte distrettuale settentrionale a San Francisco, anche lei nominata da Joe Biden, H…

Questa potrebbe essere una settimana chiave per la credibilità di Lina Khan, 34 anni, capo della Federal Trade Commission, l’agenzia preposta ai controlli antitrust in America.  Giunta in America a 11 anni dal Regno Unito, dove i genitori erano immigrati dal Pakistan, Khan incorpora il significato stesso del sogno americano: da immigrata è arrivata ai vertici del potere a Washington ad appena 32 anni, capitalizzando su un saggio innovativo in materia di concorrenza che aveva scritto a Yale a 29 anni. Allora, nel 2017, fu consacrata dal New York Times nell’Olimpo delle nuove star dell’economia in materia di concorrenza. Eppure la settimana scorsa un giudice preposto alla causa intentata proprio dall’Agenzia di Khan l’ha già ridimensionata: «Tutto questo clamore per un video gioco?», ha chiesto giovedì 29 giugno agli avvocati della Ftc Jacqueline Scott Corley, 57 anni, giudice Federale per la corte distrettuale settentrionale a San Francisco, anche lei nominata da Joe Biden, Harvard Law School, carriera brillante.

Il mega accordo in discussione

È bastata quella battuta per dare l’idea che la giudice possa non essere così negativa sul mega accordo da 69 miliardi di dollari fra Microsoft e Activision, bloccato dalla Ftc per abuso di posizione dominante: secondo Khan, Microsoft potrebbe costringere i suoi clienti a usare la sua console Xbox, a danno della concorrenza. L’accordo tra l’altro è stato già approvato dalla rigorosissima commissione Ue, grazie a concessioni che Microsoft ha proposto anche alle autorità americane. La decisione potrebbe venire già questa settimana ( la scadenza per l’accordo è il 18 di luglio). Antenne tese dunque, perché si capirà se il personaggio Khan ha davvero sostanza oppure se è stata paracadutata dalla sinistra del Partito Democratico grazie alla sua immagine, senza valutare se avesse davvero la capacità e la maturità necessarie per scorporare almeno qualcuna delle cinque grandi del digitale, Amazon appunto, Apple, Facebook, Google e Microsoft.

Del resto certi dubbi sulla forza e determinazione di Khan erano già emersi quando un paio di settimane fa aveva deciso - finalmente - di portare in tribunale Amazon, l’oggetto di quel suo saggio che nel 2017 ha fatto “storia”. Ebbene, a leggere le carte depositate in tribunale, verrebbe da dire che la montagna ha partorito un topolino. Mi spiego. Il saggio di Khan, pubblicato sullo Yale Law Journal, al suo terzo anno di legge nella prestigiosa università, fu un punto di svolta in materia antitrust. Titolo: “Il Paradosso di Amazon”. La tesi era molto innovativa e creativa, attaccava Amazon sostenendo che nel contesto di un mondo nuovo che poggia su piattaforme digitali, è miope valutare la dimensione monopolistica di un gruppo focalizzando l’attenzione solo sull’interesse del consumatore. Piuttosto occorre espandere l’orizzonte ad altri parametri importanti per le dinamiche competitive.

Un gruppo come Amazon, ad esempio, esercita un tipo di controllo strutturale dannoso per l’economia nel suo insieme, forzando migliaia di piccoli imprenditori alla sottoscrizione spesso capestro dei suoi servizi: l’attuale sistema economico dipendente da piattaforme digitali ha creato un oligopolio di fatto, in grado di controllare ogni angolo dell’economia. Tesi suggestiva che, al di là della sua bontà scientifica, ha infiammato gli animi. Oltre all’approvazione del New York Times per «il primo vero pensiero nuovo in materia antitrust negli ultimi 50 anni», il saggio di 93 pagine fitte, con centinaia di note, fu consacrato soprattutto da 146.355 contatti, un best seller ed un record assoluto per un documento tecnico in materia di concorrenza.

La donna bandiera

I senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders, ex concorrenti di Joe Biden per le elezioni del 2020, pensarono di aver trovato la loro bandiera intellettuale per combattere i giganti della Silicon Valley. E visto che Biden qualcosa a loro doveva concedere, chiesero che Khan fosse nominata alla guida della Ftc, una delle agenzie economiche più potenti in America, in grado di bloccare, come abbiamo visto nel caso Microsoft-Activision, fusioni o acquisizioni plurimiliardarie.  Tutti si aspettavano che dal suo nuovo centro di potere Khan sarebbe partita subito all’attacco al sistema “monopolistico” dei grandi gruppi digitali, accontentando chi chiedeva lo smembramento delle cinque leader, Apple, Microsoft Google, Amazon e Facebook. E difatti i colossi del digitale erano a loro volta talmente preoccupati dal suo arrivo, da condurre un attacco preventivo: Khan – dissero in vari ricorsi - avrebbe dovuto ricusarsi per aver pubblicizzato tesi che mostravano una chiara prevenzione ideologica e un atteggiamento ostile nei confronti di piattaforme importanti per i destini del paese. Invece nulla.

Il secondo attacco ad Amazon

Per due anni Khan non ha toccato Amazon. Infine due settimane fa ha improvvisamente portato in tribunale il grande distributore: un attacco contro il suo monopolio? No, l’oggetto dell’accusa era il prodotto Prime per le consegne rapide e servizi di streaming. Amazon avrebbe confuso i consumatori con tattiche coercitive, manipolative e illusorie, secondo modelli oscuri (dark patterns in inglese), convincendo i clienti a sottoscrivere il servizio per poi rendere quasi impossibile l’abbandono.  Attenzione: non si tratta di una causa antitrust, ma di una semplice accusa di manipolazione di un messaggio, diciamo anche di truffa. Un affondo preliminare? Tutto è possibile, ma per ora di tesi antimonopolio non se ne parla, anche perché in un contesto competitivo ostile come quello che si è creato con la Cina, ormai anche sul piano politico, l’America non può permettersi di non avere la leadership sul digitale. E per averla ha bisogno di gruppi potenti con quelli menzionati poco sopra, in grado di investire miliardi di dollari nelle tecnologie per l’intelligenza artificiale (come ha fatto Microsoft acquistando ChatGPT). Un elemento centrale, quello della concorrenza globale rispetto a quella interna, già evidente nel 2017 quando Khan pubblicò il suo saggio rivoluzionario.

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