Pir in frenata i riscatti limitano anche gli scambi
di
Luigi dell'Olio
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Vittime del loro successo. Questa definizione sembra ben adattarsi ai Pir, i piani d’investimento che erano stati lanciati nel 2017 per avvicinare i risparmiatori all’economia reale e convogliare una parte degli investimenti sulle Pmi. Le rilevazioni di Assogestioni segnalano che nel primo trimestre dell’anno i riscatti hanno superato le sottoscrizioni di ben 779 milioni. Non un fatto isolato, considerato che i deflussi sono una costante dal secondo trimestre 2022, anche se mai avevano messo a segno un calo così consistente (l’intero 2022 si era chiuso a meno 734 milioni). Resta il fatto che, anche così, restano una componente importante del risparmio delle famiglie, dato che gli asset in gestione a fine marzo ammontavano comunque a 17,82 miliardi.
I contenitori fiscali detassati
Per capire che cos’è successo è utile fare un passo indietro. I Pir sono contenitori fiscali, come depositi titoli, gestioni di portafogl…
Vittime del loro successo. Questa definizione sembra ben adattarsi ai Pir, i piani d’investimento che erano stati lanciati nel 2017 per avvicinare i risparmiatori all’economia reale e convogliare una parte degli investimenti sulle Pmi. Le rilevazioni di Assogestioni segnalano che nel primo trimestre dell’anno i riscatti hanno superato le sottoscrizioni di ben 779 milioni. Non un fatto isolato, considerato che i deflussi sono una costante dal secondo trimestre 2022, anche se mai avevano messo a segno un calo così consistente (l’intero 2022 si era chiuso a meno 734 milioni). Resta il fatto che, anche così, restano una componente importante del risparmio delle famiglie, dato che gli asset in gestione a fine marzo ammontavano comunque a 17,82 miliardi.
I contenitori fiscali detassati
Per capire che cos’è successo è utile fare un passo indietro. I Pir sono contenitori fiscali, come depositi titoli, gestioni di portafoglio o fondi comuni (di gran lungo lo strumento più utilizzato) che godono della detassazione sui guadagni, a patto di mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Se un fondo viene sottoscritto a 100 e dopo cinque anni vale 150, l’investitore porta a casa un guadagno di 50, senza sottostare al prelievo fiscale del 26%. Condizione perché uno strumento sia “Pir compliant” è che investa almeno il 70% in aziende italiane o europee con stabile organizzazione in Italia, rispettando determinate soglie in merito alle loro dimensioni, per favorire l’afflusso di capitali verso le Pmi. «Per molti fondi sta arrivando a maturazione l’arco di tempo quinquennale e in tanti credono erroneamente che questo comporti la scadenza dei veicoli», mentre è solo il periodo minimo per avere i vantaggi fiscali, racconta Antonio Amendola, senior fund manager di AcomeA Sgr. «Inoltre c’è la forte concorrenza dei Btp, che sono tornati a offrire rendimenti interessanti».
Le cause della disaffezione
La disaffezione sta producendo ricadute a cascata. «Il Ftse Mib guadagna circa il 15% da inizio anno, mentre l’Egm (il listino dei piccoli di Piazza Affari, ndr) è in leggero calo, a fronte di un incremento degli utili societari paragonabili tra large e small cap». A fare la differenza, spiega Amendola, è proprio il calo dei volumi sui titoli Egm dovuto ai deflussi dei Pir: «Le small cap registrano scambi di oltre un terzo inferiori a un anno fa. Meno liquidità in circolazione crea pressione sui prezzi, con i titoli dell’Egm che trattano a sconto rispetto a quelli comparabili di altri mercati europei». «Se guardiamo alle performance, da inizio 2017 a oggi le small capa Piazza Affari sono cresciute mediamente del 60%», analizza Luigi de Bellis, co-head ufficio studi di Equita. In questa situazione tanti hanno preferito passare alla cassa, complici le incertezze dello scenario macro e le maggiori spese determinate dall’inflazione. Così, tuttavia, si rischia di interrompere il flusso di liquidità alle imprese, proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. «L’evoluzione normativa comunitaria crea le condizioni per una restrizione del credito bancario, per cui le Pmi sono chiamate a cercare altrove le risorse necessarie per finanziare la crescita. Il disegno di legge sulla competitività dei capitali, insieme al regolamento sugli investimenti delle Casse e degli Enti di previdenza, cercano di intervenire rendendo più semplice l’investimento sulle small cap, ma è importante che le intenzioni si trasformino in legge», aggiunge De Bellis, secondo il quale «è importante creare un sistema che coinvolga le risorse di fondi pensione e casse di previdenza, cercando di avere più investitori istituzionali domestici». L’analista indica come benchmark i Pir alternativi, arrivati a 3,2 miliardi di masse gestite (Equita considera anche gestori non monitorati da Assogestioni), con cinque degli ultimi sei trimestri con flussi netti positivi: «Rispetto ai Pir tradizionali, gli alternativi hanno soglie d’accesso più elevate e comportano una maggiore esposizione verso investimenti poco liquidi, per cui attraggono investitori con più elevate competenze finanziarie o comunque affiancati da consulenti professionali».
Andrea Randone, capo della mid small cap research di Intermonte, sottolinea anche un altro aspetto: «I Pir alternativi vengono strutturati nella forma di fondi chiusi ed essendo stati lanciati da meno di cinque anni non risentono dei riscatti. Questo aiuta a creare liquidità per le imprese non quotate e offre opportunità di diversificazione». Quanto ai Pir tradizionali, per il breve periodo Intermonte stima un progressivo rallentamento dei riscatti, «mentre per i prossimi anni il loro successo dipenderà dall’impegno delle reti nello strutturare prodotti mirati per le esigenze della clientela e all’introduzione da parte del governo di un aggiornamento degli incentivi fiscali», sottolinea Randone. Finora – calcola Intermonte – attualmente circa il 10% del flottante dei titoli mid e small quotati è detenuto da fondi Pir. Randone giudica positivamente i rumors sulla possibilità di dare agli investitori la possibilità di detenere più di un Pir: «Una misura di questo tipo non comporterebbe alcun costo aggiuntivo per lo Stato, poiché il tetto di investimento anno per persona rimarrebbe invariato. La differenza riguarderebbe la possibilità di diversificare su più Pir, rendendo lecito attendersi un aumento degli investimenti medi».