Pier Silvio Berlusconi: “Il conflitto d’interessi ci penalizzava, ora non esiste più”
di Francesco ManacordaMILANO — «Mio padre è Mediaset, noi dobbiamo tutto a lui e mai dirò che questo gruppo potrà funzionare meglio senza mio papà. Detto questo, è ovvio che delle barriere strumentali, come quelle poste in Germania e anche in Italia, sono cadute. Quello che ho sempre chiamato il conflitto d’interessi al contrario non c’è più». Certi legami non si potranno sciogliere mai, eppure vanno sciolti. Specie se ci si chiama Pier Silvio Berlusconi e si è alla vigilia dell’apertura di un testamento paterno che confermerà l’assetto del gruppo e il ruolo di amministratore delegato delle televisioni di casa.
Certe cose sono impossibili anche da pensare, ma vanno dette. E quale occasione migliore di una sera di improvvisa grandine e lampi su Milano e dintorni, mentre nello studio 20 di Cologno Monzese si presentano i programmi Mediaset per la nuova stagione? «Devo essere sincero. La mancanza è più dell’uomo, più del papà. Non è una mancanza così forte dal punto di vista professionale».
Certe eredità non si possono dimenticare, ma si può scegliere di metterle da parte: «Non ho intenzione di scendere in politica. È un mestiere serio… e ritengo che sia mio dovere rimanere a Mediaset a fare il mio mestiere. E poi oggi non c’è nessuna emergenza. Per la prima volta dopo tanti anni c’è un governo votato dagli elettori, che sta facendo il suo meglio». Certe maldicenze vanno stroncate, anche se con formule non sempre lineari: «Non è che noi vogliamo dare l’impressione di compattezza, c’è compattezza. Voglio un bene enorme a mia sorella Marina, come ai miei fratelli Barbara Eleonora e Luigi».
È la partenza di una nuova tappa nel viaggio di Pier Silvio, questa, ed è anche una nuova fase di un intero mondo che è azienda, «famiglia» - dice spesso lui - e soprattutto strumento che da un trentennio imprime il suo marchio sulla cultura, la politica, gli affari. Dunque molta commozione, non solo del figlio, per la perdita del padre, molti abbracci stretti, molte aspettative e pure qualche timore». Anche perché capire dove porterà questo viaggio, con Pier Silvio da solo al volante, è ancora una scommessa.
Al momento nulla appare cambiato, in quello che è da anni è il vero e unico giorno da protagonista dell’ad di Mediaset. Stessa platea di giornalisti specializzati in spettacoli e finanza e parallela sfilata di star di casa; stessa atmosfera confidenziale in cui Pier Silvio dà del tu a tutti e ciascuno può dargli del tu, stessa presenza costante di Fedele Confalonieri in prima fila, il primo a baciare Pier Silvio dopo la sua presentazione. Stessa squadra dei volti della macchina dell’informazione e dell’”infotainment”: Nuzzi, Minzolini, Porro, Sallusti, Giordano, Del Debbio, Mimun. Non esattamente un inno alla diversità, ma un pacchetto di mischia del giornalismo di centrodestra che nell’eterno intreccio della vicenda berlusconiana – dove la politica, nata per difendere la tv, piega la tv ai suoi interessi – ha visto sulle reti Mediaset la sua apoteosi. I loro volti, in sala e sugli schermi, sono la conferma di un modello produttivo vincente – solo centomila euro di costo a puntata e share serali dal 5% in su, specie grazie a Del Debbio - e al tempo stesso strumento di una spinta politica dal centro verso destra (prima Salvini, ora Meloni) che già anni fa aveva suscitato perplessità in Forza Italia.
Ma dietro le apparenze e le abitudini consolidate – ottima cena placée del grande ristorante Da Vittorio per duecento e passa commensali che degustano paccheri ai quattro pomodori e manzo cotto a bassa temperatura, mentre Pier Silvio si concede un bicchiere di rosso e pilucca a tavola da due Tupperware, uno di verdura cruda, l’altro di noci e nocciole - qualcosa sta cambiando davvero.
Che ci faranno ad esempio Myrta Merlino e soprattutto Bianca Berlinguer in quella squadra omologata di teste pelate o canute dove spicca solo l’irrequieto ciuffo di Porro? Pier Silvio ci tiene a mettere il suo marchio sulla scelta, a far sapere che quell’incredibile connubio B&B, Berlusconi&Berlinguer, che pare contraddire qualsiasi dottrina familiare, è stata invece una sua ponderata decisione, comunicata nei mesi scorsi anche al padre. E lui, che ne pensava? Ne mima un silenzioso alzare di sopracciglio dietro il quale ognuno immagina ciò che vuole: forse incredulità, forse scetticismo, magari ammirazione per l’ardire dell’idea.
Lo stesso vale per la detronizzazione di Barbara D’Urso dalla domenica di Canale 5. Con Silvio regnante certe insofferenze per una deriva trash, che l’erede ribadisce ancora una volta, sarebbero rimaste. Ma difficilmente il rapporto si sarebbe interrotto in modo così brusco. Troppo desideroso di non creare tensioni in casa, il Cavaliere, magari deciso a non dispiacere a chi è stato a lungo tra i personaggi di punta dell’azienda. E invece, adesso: «Una discontinuità dopo tanti anni farà bene anche a lei». Nasce una tv più sobria, anche nelle comunicazioni.
Schiacciare Mediaset - anzi Mediaset for Europe, come si è programmaticamente ribattezzata - solo sulla dimensione politica e interna sarebbe però fare un torto a Pier Silvio e alle sue ambizioni, specie in questa serata. E dunque Mfe «non si vende» e anzi punta a consolidare un impero che dalla capitale di Cologno oggi si estende alla spagnola Telecinco e al 29% di ProsiebenSat, prima tv tedesca, e qui si chiarisce l’accenno iniziale alle «barriere» finora opposte in Germania. «C’è tanto lavoro da fare, siamo orgogliosi di essere italiani e continuiamo a credere nella strategia di una tv commerciale paneuropea». E poi «senza Germania non può esserci un broadcaster europeo, senza Mfe non esiste la Germania perché siamo il primo azionista di ProsiebenSat». Nei tre Paesi, Mfe può raggiungere 180 milioni di spettatori, con un modello - assicura Pier Silvio - che sarà “glocal”: «Ho scritto una lettera all’autorità antitrust tedesca rassicurando sul fatto che abbiamo importanti progetti di sviluppo, crediamo nei contenuti locali, e crediamo ci sia spazio per una gestione più efficiente senza toccare gli organici. Anzi, vorremmo fare nuovi investimenti creando posti di lavoro». Dall’alto di quei 180 milioni di spettatori, per la verità ancora in gran parte da scalare, l’ambizione è «di giocare alla pari con gli altri grandi player internazionali». E confermare, in un modo dove tutti sembrano pensare solo alle nuove piattaforme, che la tv commerciale «non è vecchia». Del resto non c’è troppo da contestare un modello che, anche con i risultati in calo dello scorso anno, ha portato Mediaset a raccogliere pubblicità solo in Italia per quasi 2 miliardi di euro, cinque milioni e passa ogni giorno.
Il viaggio è cominciato, Pier Silvio è di sicuro più solo, magari - ma dovrà scoprirlo - anche più libero. Fuori piove sugli studios deserti, sui vigilanti in divisa, sulle berline che aspettano i dirigenti e sul grande tapiro d’oro. Sembra un po’ il giudizio universale, ma forse è solo tv.