Fondi strutturali Ue, l’Italia arranca ma centra l’obiettivo
di Valentina ConteIl ministro Raffaele Fitto
(fotogramma)ROMA — L’Italia ha impegnato l’88% dei fondi strutturali europei del ciclo 2014-2020: 57 miliardi. E ne ha già spesi il 61% — 39 miliardi — il doppio di quanto ripete da mesi il ministro per le politiche di coesione Raffaele Fitto per giustificare ritardi e balbettii nella riscrittura del Pnrr. Ci pensa la Ragioneria a fare chiarezza, con i dati aggiornati al 30 aprile e pubblicati qualche giorno fa.
Se il ritmo dunque è questo, visto che gli impegni di spesa sono giuridicamente vincolanti e nel frattempo siamo a luglio e quindi saranno saliti, entro il 31 dicembre di quest’anno (data ultima) l’Italia avrà speso quasi tutti i 65 miliardi totali tra Fse e Fesr (i due fondi nazionali e regionali), senza dover restituire nulla o quasi a Bruxelles. Come di solito accade per ogni settennato.
In zona Cesarini
Un alibi in meno per il governo alle prese con le bizze delle rate Pnrr. D’altro canto, se si guarda ai fondi Ue 2007-2013, l’andamento fu più o meno lo stesso: il 31 maggio 2…
ROMA — L’Italia ha impegnato l’88% dei fondi strutturali europei del ciclo 2014-2020: 57 miliardi. E ne ha già spesi il 61% — 39 miliardi — il doppio di quanto ripete da mesi il ministro per le politiche di coesione Raffaele Fitto per giustificare ritardi e balbettii nella riscrittura del Pnrr. Ci pensa la Ragioneria a fare chiarezza, con i dati aggiornati al 30 aprile e pubblicati qualche giorno fa.
Se il ritmo dunque è questo, visto che gli impegni di spesa sono giuridicamente vincolanti e nel frattempo siamo a luglio e quindi saranno saliti, entro il 31 dicembre di quest’anno (data ultima) l’Italia avrà speso quasi tutti i 65 miliardi totali tra Fse e Fesr (i due fondi nazionali e regionali), senza dover restituire nulla o quasi a Bruxelles. Come di solito accade per ogni settennato.
In zona Cesarini
Un alibi in meno per il governo alle prese con le bizze delle rate Pnrr. D’altro canto, se si guarda ai fondi Ue 2007-2013, l’andamento fu più o meno lo stesso: il 31 maggio 2015 (all’epoca c’erano due anni in più per gli scontrini, oggi tre) la spesa era al 74%, salita all’85% in ottobre e poi al 100% il 31 dicembre, giusto in tempo. Appena 50 milioni su 47 miliardi tornarono indietro, lo 0,11%.
Il punto semmai è che l’Italia arriva sempre col fiato corto, le amministrazioni sono lente, rendicontano alla fine. Ma alla fine ce la fa, anche se in zona Cesarini e qualche trucchetto contabile (“progetti sponda”, “retrospettivi” o “a cavallo”), non sconosciuto a Raffaele Fitto che era ministro della Coesione anche nel 2010-11, governo Berlusconi IV. All’epoca scorporò le somme di cofinanziamento nazionale dai fondi per il Sud: Bruxelles non obiettò. Non a caso Fitto oggi scommette sui fondi Ue (quelli 2021-27, spendibili entro il 2029) come vaso comunicante per trasferire i fondi Pnrr in bilico.
Fondi Ue non sempre spesi bene
Quanto poi i soldi europei siano spesi bene è un’altra questione. Secondo l’Istat non tanto, perché i divari tra Nord e Sud non si chiudono. Colpa anche della polverizzazione: tanti piccoli progetti. Ma nessuno sa cosa sarebbe successo senza. A guardare bene nei dati della Ragioneria, rielaborati dal Servizio politiche di coesione della Uil, si nota che 11 Regioni sono addirittura in overbooking: hanno impegni di spesa superiori ai budget assegnati. Altre faticano, non solo al Sud come in Calabria, ma anche in Umbria e Marche.
Progetti lavoro in affanno
Tra i progetti ministeriali più in affanno spicca il comparto lavoro. Per Garanzia Giovani ci sono 2,8 miliardi: impegnati 1,8 miliardi (66%) e spesi 1,6 miliardi. Il decreto Lavoro ne ha usati una parte per gli incentivi all’occupazione giovanile. Ma del miliardo che ancora balla qualcosa potrebbe perdersi (200-300 milioni), perché Garanzia Giovani negli anni è diventata una misura piena di vincoli. L’altro capitolo in apparenza indietro è il “Pon Spao”, usato per coprire la decontribuzione al Sud (il taglio del 30% del cuneo fiscale) e gli incentivi per l’assunzione di under 36 e donne. Qui ci sono 7,9 miliardi, impegnati appena il 23% e speso 1 miliardo, il 13%.
La regola dei codici fiscali
La realtà è però meno critica di come appare. E dietro c’è la stessa burocrazia europea che tiene in ostaggio la terza rata del Pnrr da 19 miliardi: quella dei codici fiscali dei beneficiari degli interventi pretesi da Bruxelles. Per il Pnrr si tratta dei codici degli universitari che vivranno negli alloggi finanziati dal Piano. Nel caso dei fondi strutturali Ue sono milioni di codici fiscali dei lavoratori assunti con gli incentivi o che beneficiano del taglio del cuneo fiscale.
La Commissione Ue vuole anche il doppio controllo: la prova che dopo sei mesi quelli stessi codici fiscali stanno ancora lavorando. Anpal — nel frattempo cancellata dal governo Meloni — li sta inserendo nel sistema. «L’Italia deve ancora certificare 25,5 miliardi di spesa: una roba da far tremare i polsi», dice Ivana Veronese, segretaria confederale Uil. «Ma non è una missione impossibile, siamo in linea con gli anni passati».