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Global minimum tax l’accordo tradito

Il piano annunciato due anni fa dal G7 per contrastare l’elusione fiscale delle multinazionali rischia di andare a vuoto Nonostante gli sforzi dell’Ue, gli Usa stanno infatti frenando
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Il 5 giugno 2021 doveva essere una data memorabile, a giudicare dai radiosi sorrisi dei ministri finanziari del G7, distanziati perché si era in piena pandemia, sulla scalinata di Whitehall dopo la firma dell’accordo per la Global minimum tax mediato dall’Ocse. L’intesa, approvata due giorni dopo dai capi di governo riuniti sempre a Londra e poi in autunno anche dal G20, doveva risolvere in un colpo solo due annosi problemi: la tassazione delle multinazionali dell’hi-tech che caricano i profitti sulle loro sedi nei paradisi fiscali e non nel luogo fisico in cui avvengono le vendite, e l’omogeneizzazione dei trattamenti per evitare il dumping fiscale.  Vaste programme, avrebbe detto il generale De Gaulle. Talmente vasto che ben poco si è fatto a due anni da quella foto sotto il pallido sole londinese. Nonostante gli sforzi e i passi avanti dell’Europa, infatti, nel resto del mondo – a partire dagli Usa – l’accordo fiscale non è stato recepito. «Da poco alla Casa Bianca c’era Joe Biden e sembrava l’alba del rinnovato multilateralismo, invece i sovranismi sono tornati imperanti in tutto il mondo», commenta l’economista Innocenzo Cipolletta. «Doveva essere l’emblema di una nuova governance globale sul modello di Bretton Woods, fatti salvi i tanti cambiamenti geopolitici, destinata a portare ovunque sviluppo, benessere e giustizia sociale», aggiunge Brunello Rosa della London School of Economics. «Tutto si è infranto sull’inflazione, le ricadute della pandemia, la guerra».

Le critiche di Stiglitz

La sveglia l’ha suonata Joseph Stiglitz. Il premio Nobel e guru della Columbia University con un articolo su Project Syndicate in cui ha additato gli Usa come responsabili della paralisi seguita all’accordo di Londra: «Malgrado la buona volontà di Biden, il Congresso ha respinto i principi di base dell’accordo per paura che le società americane finissero in svantaggio, e ha optato per una riforma fiscale propria inserita nel piano Inflation reduction act», scrive Stiglitz. Poche le speranze di ripensamento: «Qualsiasi appello al multilateralismo si infrange sulla regola secondo cui i trattati internazionali vanno approvati con la maggioranza di due terzi dei parlamentari: i repubblicani e perfino qualche democratico hanno chiarito che si opporranno a quest’innovazione». Infine, la stoccata: «I Paesi del Sud del mondo (137 governi hanno sottoscritto l’intesa, ndr) vedono sfumare la speranza di poter ricavare qualcosa dalle tasse sulle multinazionali che operano presso di loro».

Torna a prevalere la dottrina di Donald Trump, che aveva opportunisticamente varato una riforma che garantiva ai soli Stati Uniti il gettito derivante dalle multinazionali, che nel caso del digitale sono tutte americane. Fuori dagli Stati Uniti, in Canada, qualcosa si muove in favore di una maggior giustizia fiscale: il premier Justin Trudeau ha fatto approvare la “Dichiarazione per affrontare le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia” dell’Ocse. Ma non basta.

I due “pillars” dell’accordo

L’accordo è diviso in due pilastri (pillars, li chiamano gli addetti ai lavori). Il primo riguarda la tassazione degli utili delle multinazionali, dando il giusto peso ai Paesi in cui avviene la commercializzazione. Il secondo è la Global minimum tax del 15%. «Con l’attuazione siamo indietro soprattutto sul Pillar 1», conferma Vieri Ceriani, economista di scuola Bankitalia, sottosegretario alle Finanze nel governo Monti, oggi consulente del commissario europeo Paolo Gentiloni. «Malgrado l’accordo abbia limitato la nuova ripartizione degli utili da tassare ai gruppi con più di 20 miliardi di fatturato, e neanche per tutti i profitti ma solo per una quota, si stenta a definire la bozza di trattato globale di attuazione. Negli Usa l’atteggiamento rimane negativo su entrambi i pilastri: ormai è chiaro che non si adegueranno alle regole Ocse». Non è una novità che l’America si discosti dagli obiettivi di cooperazione, dice Ceriani: «Non rispetta le regole di Basilea sui ratio bancari ritenendole dirigistiche, e sullo scambio di informazioni sui redditi finanziari non applica il Common reporting act dell’Ocse ma il suo Foreign account tax compliance act. Ottiene informazioni dal resto del mondo ma non ne fornisce».

Una prima misura è stata l’introduzione in Italia, Francia, Germania e Spagna della web tax del 3%, misura peraltro ampiamente elusa che provocò da parte di Trump la minaccia di dazi ritorsivi. Anche se Trump ha poi perso le elezioni, Biden non ha ancora ritirato la minaccia. La web tax - è l’impegno - sparirà quando la situazione verrà risolta nella sua interezza. Cioè, forse mai. «Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese», spiega Roberto Tombolesi, fiscalista dello studio LS Lexjus Sinacta. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. «Ciò denota – dice Tombolesi - la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. Un sistema definitivo ed efficace per i grandi contribuenti dell’hi-tech richiede un consenso globale».

Anche sul Pillar 2, l’Europa va da sola, con lentezza vista la complessità del caso. La Commissione ha approvato a fine 2021 una direttiva, che è stata finalmente varata un anno dopo dall’Ecofin superando le difficoltà opposte da molti Stati. Prevede nei 27 la tassa minima del 15% sui profitti. Anche i Paesi che applicano tasse più basse (Irlanda, Estonia, con molte riserve Olanda e Lussemburgo, la riluttante Ungheria, perfino la Svizzera che pure è fuori Ue) hanno aderito. «Il problema è che la possibilità di concorrenza fiscale comunque rimane», riprende Ceriani. «Verrà spostata sui tributi che non sono oggetto dell’accordo: imposte sugli immobili, varie imposte indirette, contributi sociali. Inoltre, cogliendo le modalità offerte dall’accordo, i Paesi possono trasformare in crediti d’imposta rimborsabili le agevolazioni fiscali che oggi abbattono il reddito imponibile».

I regolamenti attuativi nazionali

Un gioco delle tre carte, insomma. Altro scoglio, comune alle misure comunitarie (vedi la saga del Mes), sono i tempi di promulgazione dei regolamenti attuativi nazionali: i 27 dovrebbero farlo entro il 2023 per partire con il nuovo regime il prossimo 1° gennaio, ma visti i ritardi sembra inevitabile un rinvio almeno di un anno.  «I due “pillar” sono strettamente connessi», spiega Antonio Di Majo, docente di Scienza delle Finanze a Roma 3. «Il primo prevederebbe di chiedere alle multinazionali - in sede di bilancio annuale e quindi di determinazione delle tasse - una sorta di “mappa” Paese per Paese con la specifica delle vendite effettuate in ogni giurisdizione. Il secondo serve ad assicurare che la tassazione sia come minimo del 15%». L’obiettivo è arginare le “esportazioni di imponibile” verso i paradisi fiscali. «Continueranno a esistere, però sulla base della mappa redatta ai sensi del primo pillar non si sfuggirebbe all’applicazione di almeno parte delle tasse su quanto si è venduto, ad ogni mercato». Funziona con la collaborazione di tutti: salvo intese, direbbero a Montecitorio. Ma le intese non ci sono.

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