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In pensione con Opzione 41, ma il ricalcolo contributivo taglia il 16% dell’assegno

(ansa)

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La formula, più lieve per i conti dello Stato, può far perdere fino a 300 euro al mese. La Lega ci punta dopo il fallimento di Quota 103 per evitare dal 2024 il ritorno secco alle regole Fornero
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ROMA - C’è un’ipotesi che corre parallela al tavolo sulle pensioni tra governo e parti sociali. Quella di sostituire l’attuale Quota 103, l’uscita anticipata a 62 anni con 41 di contributi valida solo per il 2023, con “Opzione 41”. Ovvero Quota 41 – l’uscita con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età – ma con il ricalcolo tutto contributivo dell’assegno, come oggi avviene per Opzione Donna. Un’ipotesi di questo tipo sarebbe più leggera per i conti dello Stato, ma comporterebbe per il pensionato un taglio dell’assegno fino a quasi un quinto, dalle prime simulazioni.

L’erede di Quota 103

L’idea per ora è solo abbozzata. Ai sindacati non è stata prospettata in modo ufficiale. Nell’incontro del 26 giugno, a sei mesi dal primo, il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon si è limitato a garantire che «Quota 41 si farà, è un obiettivo di legislatura». Il timore della Lega è di rimanere a bocca asciutta, allorquando dal primo gennaio 2024 la legge Fornero tornerà in mo…

ROMA - C’è un’ipotesi che corre parallela al tavolo sulle pensioni tra governo e parti sociali. Quella di sostituire l’attuale Quota 103, l’uscita anticipata a 62 anni con 41 di contributi valida solo per il 2023, con “Opzione 41”. Ovvero Quota 41 – l’uscita con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età – ma con il ricalcolo tutto contributivo dell’assegno, come oggi avviene per Opzione Donna. Un’ipotesi di questo tipo sarebbe più leggera per i conti dello Stato, ma comporterebbe per il pensionato un taglio dell’assegno fino a quasi un quinto, dalle prime simulazioni.

L’erede di Quota 103

L’idea per ora è solo abbozzata. Ai sindacati non è stata prospettata in modo ufficiale. Nell’incontro del 26 giugno, a sei mesi dal primo, il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon si è limitato a garantire che «Quota 41 si farà, è un obiettivo di legislatura». Il timore della Lega è di rimanere a bocca asciutta, allorquando dal primo gennaio 2024 la legge Fornero tornerà in modo secco, senza più Quote a derogarla. Le alternative sono due, vista l’estrema ristrettezza di bilancio che si profila: prorogare Quota 103 che non sta andando benissimo, appena 17 mila domande di cui 14 mila accolte. Oppure introdurre “Opzione 41”, ovvero Quota 41 col ricalcolo.

Quota 41 è il totem leghista

Una via scivolosa. Di per sé Quota 41 garantisce un anticipo al lavoratore limitato a 1 anno e 10 mesi per gli uomini e solo 10 mesi per le donne che quasi mai però riescono ad accumulare un numero così alto di contributi, per via di carriere intermittenti tra maternità e carichi di cura in famiglia. Da sempre però Quota 41 è un cavallo di battaglia leghista, un traguardo per poter dire «Abbiamo abolito la legge Fornero», pur sapendo che sarebbe solo l’ennesima deroga. Piace anche a Cgil, Cisl e Uil che l’hanno inserita nella loro piattaforma unitaria di richieste assieme all’uscita per vecchiaia a 62 anni anziché i 67 canonici.

La contraddizione

Quota 41 di sicuro premierebbe quanti (soprattutto uomini) possono vantare una carriera lunga e senza salti, iniziata da giovanissimi, in alcuni casi da minorenni. Nel nostro sistema previdenziale una Quota 41 in realtà esiste già e vale per i cosiddetti “precoci”, lavoratori con almeno 12 mesi di attività prima dei 19 anni e ricompresi in cinque categorie: disoccupati, caregiver, invalidi civili, gravosi e usuranti. Una misura quindi per chi ha cominciato presto ed è più fragile di altri. Eppure il governo, così favorevole a Quota 41 per tutti, ha tagliato i fondi all’unica versione esistente a favore di chi ne ha più bisogno. Prima in legge di bilancio a dicembre e poi due volte nel decreto Lavoro del primo maggio: 325 milioni in tre anni.

Le simulazioni

L’idea di “Opzione 41” tenta il governo Meloni perché sarebbe nel solco dell’equità intergenerazionale: tutti fuori con le stesse regole, quelle del contributivo. Difendibile nei confronti dell’Europa: si ripaga nel medio-lungo periodo (come Opzione Donna che però il governo ha inspiegabilmente quasi cancellato). Ma l’anticipo verrebbe pagato dai quotisti con qualche sacrificio sull’assegno.

Lo dimostrano le simulazioni di smileconomy, elaborate dall’economista Andrea Carbone per Repubblica. Due lavoratori con stipendio netto attuale di 2.500 euro – uno classe 1958 e l’altro 1963 che l’anno prossimo compiranno 61 e 66 anni, il primo escluso da un’eventuale riedizione di Quota 103 – perderebbero, a seconda se uomo o donna, dai 200 ai 300 euro al mese, tra il 10 e il 16% su pensioni da 1.800-2.000 euro netti. Non trascurabile visto il poco anticipo che si assicurano, al massimo 22 mesi.

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