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“Una cassa comune europea per rispondere a Washington”

(reuters)
Il fiscalista Andrea Silvestri lancia l’idea di versare l’imposta sulle società a Bruxelles, per finanziare un piano come l’Ira americana
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«La minimum tax, anche se dovesse essere una riforma prevalentemente europea, dovrebbe essere solo l’inizio di un processo di crescita collettiva nell’economia di questo continente, insomma di avvicinamento agli Stati Uniti d’Europa che non devono restare solo un’utopia». Andrea Silvestri studia ogni giorno, da avvocato fiscalista e adjunct professor di materie tributarie alla Luiss Business School, il sofferto cammino verso l’attuazione dell’accordo del giugno 2021 sull’omogeneizzazione dei trattamenti fiscali. E vi scorge l’occasione per un salto di qualità più ambizioso, come spiega in un saggio uscito per Franco Angeli, “Nuovo fisco, nuova Europa. Lo scenario fiscale in un mondo meno globale”. Anche se l’America dovesse chiamarsi fuori per proteggere i giganti dell’economia digitale, è il messaggio, l’opportunità per l’Europa resta così grande che assolutamente non va persa, integrandola anche con riforme coraggiose di lungo termine.

A giudicare dal titolo del suo libro, quindi,…

«La minimum tax, anche se dovesse essere una riforma prevalentemente europea, dovrebbe essere solo l’inizio di un processo di crescita collettiva nell’economia di questo continente, insomma di avvicinamento agli Stati Uniti d’Europa che non devono restare solo un’utopia». Andrea Silvestri studia ogni giorno, da avvocato fiscalista e adjunct professor di materie tributarie alla Luiss Business School, il sofferto cammino verso l’attuazione dell’accordo del giugno 2021 sull’omogeneizzazione dei trattamenti fiscali. E vi scorge l’occasione per un salto di qualità più ambizioso, come spiega in un saggio uscito per Franco Angeli, “Nuovo fisco, nuova Europa. Lo scenario fiscale in un mondo meno globale”. Anche se l’America dovesse chiamarsi fuori per proteggere i giganti dell’economia digitale, è il messaggio, l’opportunità per l’Europa resta così grande che assolutamente non va persa, integrandola anche con riforme coraggiose di lungo termine.

A giudicare dal titolo del suo libro, quindi, diamo per scontata la retromarcia della globalizzazione?

«Beh, direi che non c’è possibilità di tornare indietro, anche se nessuno sa esattamente dove si andrà a finire. L’aspetto fiscale è emblematico: tutti gli sforzi vanno nella direzione di proteggere il gettito fiscale dei Paesi, di tutelare le proprie imprese, di ridefinire gli ambiti tributari delle catene del valore. Tutti provvedimenti legittimi, intendiamoci, però in essi va assolutamente inserito un balzo in avanti nella costruzione di una casa comune, almeno in Europa».

Ma un accordo ambizioso come questo sulla minimum tax può essere realizzato senza l’America?

«Se partecipassero tutti sarebbe meglio, ma per ora focalizziamoci sull’Europa. Occorre declinare in modo diverso i fattori che le ho appena elencato. Per rimanere al centro della competizione mondiale, gli Stati europei devono integrare le proprie politiche fiscali attraverso tre parole d’ordine: evitare la competizione interna, proteggere l’economia comune e attirare le produzioni che rinunciano alla delocalizzazione».

Quali riforme sono necessarie?

«Nel medio termine la più importante dovrebbe essere l’istituzione di un’imposta europea sulle società con la destinazione del suo gettito a una “cassa comune”. Nelle discussioni sul piano Next Generation Eu è emersa la necessità di integrare le risorse comunitarie, gestite dalla Commissione, intanto per poter garantire gli eurobond. Oggi siamo su livelli minimi. Il bilancio dell’Ue non raggiunge i 170 miliardi di euro, raccolti con una ricerca affannosa fra dazi, una ridotta percentuale dell’Iva e il grosso (fra i 105 e i 110 miliardi) frutto delle quote associative pagate dai Paesi. L’Europa invece deve finire di essere ostaggio degli Stati che la finanziano».

Le difficoltà attuali suggeriscono ai Paesi di tenersi stretta fino all’ultima tassa. Lei che cosa propone?

«Di sostituire le imposte nazionali sulle società con un’unica imposta europea da versare direttamente a Bruxelles. Guardi che non parliamo di cifre impressionanti: siamo, nei vari Paesi, intorno al 6,5% in media del totale del gettito fiscale. Nel 2022 l’Italia ha incassato per l’Ires circa 45 miliardi di euro su un totale di imposte di quasi 550 miliardi, dei quali oltre 200 miliardi di Irpef, 170 di Iva e il resto fra accise e una pletora di altre imposte».

In quest’ipotesi quindi cosa “passerebbe” all’Europa?

«L’imposta sulle società, fissata a un livello comune. Con tale potente capitalizzazione, questo è l’importante, l’Europa sarebbe finalmente in grado di varare grandi piani industriali di sviluppo in grado di fare una vera concorrenza per esempio all’Inflation Reduction Act dell’America, e poi infrastrutture e una serie di altre iniziative comuni che la rafforzerebbero e la renderebbero finalmente un soggetto politico forte, in grado di reggersi con pari dignità nei nuovi scenari geostrategici mondiali, appunto quelli del post-globalizzazione, dominati altrimenti solo da Usa e Cina».

Insomma non si depaupera ma si valorizza il patrimonio nazionale: quanto sarebbe il gettito complessivo su cui Bruxelles potrebbe contare?

«Con un’imposta ipotetica del 20% si potrebbe arrivare a 200 miliardi. Se l’aliquota fosse più alta, naturalmente il gettito sarebbe ancora maggiore».

Nell’attesa di riforme, si parla molto di reshoring. Come ci si può attrezzare dal punto di vista di vista fiscale?

«Bisogna ovviamente fare di tutto perché le aziende “di ritorno”
si rilocalizzino in Italia. Secondo qualificati studi internazionali, almeno il 60% delle aziende occidentali prevedono di riportare indietro
dall’Asia le produzioni».

Chi lo fa dove sceglie di investire?

«La concorrenza dell’Est europeo, interno all’Ue, è fortissima per motivi di tassazione, costo del lavoro, anche di infrastrutture che rendono in sostanza analoghe le condizioni di una fabbrica in Italia o in Romania. Bisognerebbe studiare incentivi che non gravino troppo sul bilancio statale, come una tassazione particolarmente favorevole, mettiamo del 12% sui redditi generati dall’attività rimpatriata: si incasserebbe meno ma comunque, ovviamente, molto di più rispetto al caso in cui l’impianto non sorga in Italia».

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