Istat: “Con il salario minimo a 9 euro retribuzioni più alte per 3 milioni di lavoratori”
di Rosaria AmatoROMA – Sono tre milioni i lavoratori in Italia che trarrebbero vantaggio da un salario minimo a 9 euro, previsto dalla proposta di legge unitaria presentata dalle forze di opposizioni. Se invece si considera il salario minimo di 10 euro, previsto da altre proposte di legge depositate in Parlamento, i lavoratori avvantaggiati salgono a 5,2 milioni. Il calcolo emerge dall’audizione dell’Istat sul salario minimo, questo pomeriggio alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati.
Apprendisti e operai: chi guadagna meno
I rapporti con retribuzione inferiore a 9 e 10 euro, spiega la dirigente dell’Istat Nicoletta Panuzi, si concentrano tra gli apprendisti (53,4% per i 9 euro e 71% per i 10 euro) e gli operai (23,3% e 38,8%), nei …
ROMA – Sono tre milioni i lavoratori in Italia che trarrebbero vantaggio da un salario minimo a 9 euro, previsto dalla proposta di legge unitaria presentata dalle forze di opposizioni. Se invece si considera il salario minimo di 10 euro, previsto da altre proposte di legge depositate in Parlamento, i lavoratori avvantaggiati salgono a 5,2 milioni. Il calcolo emerge dall’audizione dell’Istat sul salario minimo, questo pomeriggio alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati.
Apprendisti e operai: chi guadagna meno
I rapporti con retribuzione inferiore a 9 e 10 euro, spiega la dirigente dell’Istat Nicoletta Panuzi, si concentrano tra gli apprendisti (53,4% per i 9 euro e 71% per i 10 euro) e gli operai (23,3% e 38,8%), nei settori delle altre attività di servizi (59,6% e 71,6%), in quelli del noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (32,9% e 48,4%), nelle attività artistiche, sportive di intrattenimento e divertimento (28% e 42,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione (23,2% e 44,6%).
CALCOLA IL TUO STIPENDIO GIUSTO
Donne, giovani e Sud: restano indietro
Quote di rapporti a bassa retribuzione più elevate della media si osservano tra le donne (20,7% per i 9 euro e 34,8% per i 10), i giovani sotto i 30 anni (29,2% e 46,6%) e tra coloro che lavorano al Sud (28,5% e 43,6%) o nelle Isole (22,7% e 38,4%).
I lavoratori a bassa retribuzione coincidono molto spesso con i lavoratori più vulnerabili, e non standard (che non hanno cioè contratti a tempo pieno e a tempo indeterminato). Quasi 5 milioni di occupati (il 21% del totale) sono non-standard, emerge ancora dalla memoria dell’Istat, cioè hanno contratti a tempo determinato, o part-time, o comunque non regolare dal punto di vista delle tutele contrattuali. Tra questi, 802 mila sono doppiamente vulnerabili, sia dal punto di vista della durata del contratto che dell’orario di lavoro. E i lavoratori vulnerabili, spiega l’Istat nell’audizione alla Commissione Lavoro della Camera sul salario minimo, sono soprattutto giovani e donne.
I più vulnerabili
Particolarmente vulnerabili i giovani fino a 34 anni che in quasi quattro casi su dieci sono lavoratori non-standard (nel 2022 meno di 2 su 10 tra i 35-49enni e poco più di 1 su 10 tra gli over 50). Tra i lavoratori con figli i “non-standard “ sono il 16,2% (pari a quasi 2 milioni), tra chi vive in coppia senza figli il 17,5% e tra chi vive da solo il 18,8%; tali incidenze aumentano significativamente tra le donne, arrivando a circa il 24% in tutti i tre ruoli considerati.
Il 27,7% delle donne occupate sono lavoratrici non-standard (rispetto al 16,2% degli uomini), il 33,5% degli stranieri (19,6% degli italiani), circa un quarto dei lavoratori con basso livello di istruzione (17,3% dei laureati) e il 27,3% dei residenti nel Mezzogiorno (21,7% nel Centro e 17,6% nel Nord).
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) A_174937536A_174937536]]
Se si è donne, madri e giovani e magari anche meridionali o straniere si è particolarmente vulnerabili: la quota di lavoratori non-standard raggiunge il 45,7% tra le donne giovani (33,9% i coetanei maschi), il 36,1% tra le residenti nel Mezzogiorno (22,1% gli uomini della stessa ripartizione), il 36,4% tra le donne che hanno conseguito al massimo la licenza media (18,6% gli uomini con lo stesso livello di istruzione) e arriva al 40,7% tra le straniere (28,3% tra gli stranieri).
La più marcata concentrazione di lavoratori non-standard si rileva tra le professioni non qualificate (44,2%) – ad esempio addetti alle consegne, lavapiatti, addetti alle pulizie di esercizi commerciali, collaboratori domestici, braccianti agricoli – e tra gli addetti al commercio e servizi (30,2%), in particolare commesse, addetti alla ristorazione, baby sitter e badanti.
Il ruolo della laurea
Ma neanche la laurea mette al riparo del tutto dalla vulnerabilità sul lavoro, soprattutto se si è giovani: una quota significativa di tali lavoratori si rileva anche nelle professioni che rientrano nel gruppo delle qualificate scientifiche e intellettuali, in particolare tra i ricercatori universitari, gli insegnanti, gli istruttori di discipline sportive e le professioni in ambito artistico.
Circa quattro occupati su dieci sono lavoratori non-standard nel settore degli alloggi e ristorazione e in agricoltura; tuttavia, la quota più elevata si rileva per il settore dei servizi alle famiglie (48,4%), caratterizzato da un’alta concentrazione di donne e stranieri (questi ultimi sono la maggioranza), e scende a meno di un terzo in quello dei servizi collettivi e alle persone (30,7%) e dell’istruzione (27,7%), settori anch’essi contraddistinti dalla forte presenza di occupazione femminile.