Fondi monetari a tutto gas con i tassi in forte rialzo e l’inflazione
di Vittoria PuleddaAltro che Borse (che pur hanno marciato alla grande). Da qualche mese tra le asset class più gettonate ci sono i fondi monetari, i money market funds. Continuano a crescere e a raccogliere risparmio, anche dopo la “grande paura” del marzo scorso negli Stati Uniti, dove erano prepotentemente saliti alla ribalta a causa delle difficoltà delle banche regionali americane, che avevano innescato una (controllata) fuga dai depositi verso altre forme di impieghi da parte dei risparmiatori. In realtà, marzo era stata solo la punta di diamante, che peraltro non aveva trovato riscontri in Europa nonostante la crisi del Credit Suisse; la corsa verso i fondi monetari era partita prima ed è continuata dopo. E la ragione, tutto sommato, è abbastanza intuitiva: i tassi di interesse. Soprattutto negli Usa, dove la curva dei tassi è invertita (a breve si guadagna più che a lungo termine) e la remunerazione dei conti correnti, tra il 2 e il 2,5%, non può certo competere con il rendimento medi…
Altro che Borse (che pur hanno marciato alla grande). Da qualche mese tra le asset class più gettonate ci sono i fondi monetari, i money market funds. Continuano a crescere e a raccogliere risparmio, anche dopo la “grande paura” del marzo scorso negli Stati Uniti, dove erano prepotentemente saliti alla ribalta a causa delle difficoltà delle banche regionali americane, che avevano innescato una (controllata) fuga dai depositi verso altre forme di impieghi da parte dei risparmiatori. In realtà, marzo era stata solo la punta di diamante, che peraltro non aveva trovato riscontri in Europa nonostante la crisi del Credit Suisse; la corsa verso i fondi monetari era partita prima ed è continuata dopo. E la ragione, tutto sommato, è abbastanza intuitiva: i tassi di interesse. Soprattutto negli Usa, dove la curva dei tassi è invertita (a breve si guadagna più che a lungo termine) e la remunerazione dei conti correnti, tra il 2 e il 2,5%, non può certo competere con il rendimento medio di un Mmf, intorno al 5%.
I fondi monetari
Un’occhiata ai numeri: un anno fa negli States i fondi monetari avevano uno stock complessivo pari a 4.557 miliardi di dollari; l’ultimo valore noto, a inizio luglio, era di 5.474 miliardi, il 20,1% in più. Anche in Europa c’è stato un rialzo, anche se i numeri sono più contenuti: nel primo trimestre 2023 (ultimi dati ufficiali Bce) i fondi monetari erano pari a 1.527 miliardi di euro (e secondo le stime di Morningstar sono arrivati a 1.594 a fine maggio). Tuttavia, anche in questo caso la crescita è di rilievo, il 10,8% in più rispetto all’anno prima, quando lo stock era pari a 1.378 miliardi. C’è poi un altro elemento da considerare: i fondi monetari comprano soprattutto titoli di debito pubblico e per dimensioni questo è molto più grande negli Stati Uniti rispetto all’Europa, quindi è ragionevole che le dimensioni degli Mmf siano diverse nelle due aree. Se guardiamo solo all’Italia, il fenomeno si riduce ancora: i fondi monetari rappresentano solo lo 0,22% degli asset complessivi europei. Ma attenzione, le rilevazioni si riferiscono solo ai fondi domiciliati in Italia, mentre la maggior parte dell’industria ha sede, per ragioni fiscali e di regolamentazione, in Irlanda e in Lussemburgo, dunque il dato è molto sottostimato.
Differenze tra Europa e America
Non c’è dubbio, comunque, che le dimensioni siano di gran lunga inferiori. «Se in Europa questi strumenti sono meno utilizzati, in Italia i volumi scendono ancora di più – conferma Giuseppe Patara, senior portfolio manager di Pictet wealth management – per una serie di ragioni: in primo luogo la tradizionale fedeltà ai conti correnti, anche se rendono quasi niente, ma anche per gli acquisti diretti di titoli di Stato. Dopo decenni sono tornati i Bot people, che pur offrendo a tre mesi rendimenti interessanti, sono spesso inferiori a quelli lordi offerti da fondi monetari ben diversificati». Ragioni culturali o meno, non c’è dubbio che il fenomeno dei fondi monetari usati così massicciamente, anche dagli imprenditori (quegli stessi che tenevano importi rilevanti sui conti correnti della Silicon Valley bank, per esempio) per ora sia soprattutto americano. Solo dall’8 marzo scorso al 12 aprile, su quei fondi sono affluiti 384 miliardi di dollari, un livello mai toccato se non nel 2020, anche quella volta in marzo, con lo scoppio della pandemia. Ma il bottino è ricco anche sui dodici mesi, come abbiamo visto: oltre 900 miliardi in più. E con una distanza abissale rispetto a cinque anni fa, quando gli Mmf erano pari a 2.842 miliardi.
«Il passaggio ai fondi monetari sembra essere alimentato soprattutto da risparmiatori a caccia di rendimenti più elevati – sottolinea Valerio Baselli, senior International Editor di Morningstar – gli investitori americani sembrano più spinti dall’inflazione e dalla salita dei tassi d’interesse che dal panico. Rispetto ai conti correnti, infatti, in questo modo gli investitori possono guadagnare diverse decine di punti base in più con un fondo comune monetario».
Ragioni tecniche contribuiscono a spiegare il fenomeno. Negli Usa gli acquisti di titoli di Stato comportano per le banche un certo assorbimento di capitale a fini di vigilanza; una norma che era stata sospesa durante la pandemia e fino al marzo 2021. Quindi, le banche che vogliono investire in titoli di Stato a breve termine spesso sottoscrivono i fondi monetari, evitando così di dover contabilizzare l’investimento nel “supplementary leverage ratio”. Gli stessi gestori di fondi monetari – gonfi di liquidità – partecipano alle aste di reverse repo con la Fed (cosa che in Europa non si può fare): in pratica, consegnano soldi alla Fed e in cambio hanno titoli, con una remunerazione del 5,1%. Quando i tassi invertiranno la direzione lo scenario potrebbe cambiare, a favore di investimenti più di lungo periodo. Ma questo è un quadro ancora tutto da venire.