Quei contratti collettivi che pagano meno del salario minimo
di Rosaria Amato«La retribuzione, che nemmeno raggiunge la somma netta di 1.000 euro, non è idonea a consentire al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa, che non deve risolversi in un mero diritto alla sopravvivenza». A scriverlo, in una sentenza che condanna la cooperativa Servizi Fiduciari Sicuritalia a versare a un ex dipendente 23.144,41 euro per incrementare un salario da fame, la Corte d’Appello di Milano. Perché a volte le retribuzioni in Italia sono così basse che, nonostante siano sancite da regolarissimi contratti collettivi di lavoro non scaduti, siglati dalle principali e maggiormente rappresentative organizzazioni sindacali, i giudici si rifiutano di applicarle perché le ritengono in contrasto con l’art.36 della Costituzione (che definisce la giusta retribuzione). Soprattutto quando, come nel caso, il salario netto mensile (685,25 euro nel 2020) risulti ampiamente inferiore alla soglia di povertà assoluta stabilita dall’Istat «per una persona che viva da sola in…
«La retribuzione, che nemmeno raggiunge la somma netta di 1.000 euro, non è idonea a consentire al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa, che non deve risolversi in un mero diritto alla sopravvivenza». A scriverlo, in una sentenza che condanna la cooperativa Servizi Fiduciari Sicuritalia a versare a un ex dipendente 23.144,41 euro per incrementare un salario da fame, la Corte d’Appello di Milano. Perché a volte le retribuzioni in Italia sono così basse che, nonostante siano sancite da regolarissimi contratti collettivi di lavoro non scaduti, siglati dalle principali e maggiormente rappresentative organizzazioni sindacali, i giudici si rifiutano di applicarle perché le ritengono in contrasto con l’art.36 della Costituzione (che definisce la giusta retribuzione). Soprattutto quando, come nel caso, il salario netto mensile (685,25 euro nel 2020) risulti ampiamente inferiore alla soglia di povertà assoluta stabilita dall’Istat «per una persona che viva da sola in un’area metropolitana del Nord Italia», e cioè 839,78 euro.
Tre milioni di lavoratori sotto i 9 euro
In Italia, stima l’Istat, ci sono tre milioni di lavoratori con un salario orario lordo complessivo (e che include tredicesima e quattordicesima, oltre alle ferie e ai giorni festivi) inferiore ai 9 euro, la soglia minima stabilita dalla proposta di legge formulata dalle opposizioni parlamentari e che il 28 luglio andrà in discussione in Aula alla Camera. Primeggiano in negativo diversi settori dei servizi, da alloggio e ristorazione ai servizi di supporto alle imprese (in prevalenza agenzie interinali e imprese di pulizia) e ai servizi alla persona. Maggiormente penalizzati donne e giovani, soprattutto nel Mezzogiorno. Nell’ultima audizione parlamentare l’Istat ha ricordato che non ci sono solo i bassi salari orari, ma anche i contratti, o comunque i rapporti di lavoro, “non standard”, per esempio i contratti con part-time imposto, anche questi con retribuzioni molto modeste. Una condizione che riguarda 5,2 milioni di lavoratori.
È anche per questo che l’Ocse, nell’ultimo report sul lavoro, colloca l’Italia all’ultimo posto per la protezione dei salari tra le economie avanzate . È vero che l’inflazione ovunque negli ultimi mesi ha divorato il potere d’acquisto, ma da noi le retribuzioni reali hanno perso nel primo trimestre di quest’anno il 7,3%, il doppio della media Ocse (3,8%). E già nel 2022 avevano perso il 7%, che scende al 6% per i rapporti di lavoro coperti dai contratti collettivi. Dati che dimostrano ampiamente come la cosiddetta protezione offerta dai Ccnl sia sempre più debole. Le ragioni sono diverse: negli ultimi 15 anni si sono moltiplicati i contratti “pirata”, firmati da sigle poco rappresentative con il solo scopo di poter applicare salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. Ma c’è anche un’altra ragione, forse più importante: in Italia i contratti non si rinnovano, o si rinnovano molto tardi, persino nella Pubblica Amministrazione. Sono scaduti oltre il 55% dei contratti depositati al Cnel. Alcuni da due, tre o quattro anni, alcuni anche da 20. Sono tutti scaduti da 20 anni, per esempio, i contratti dei lavoratori dello spettacolo. In questi giorni si parla delle proteste degli attori Usa, dimenticando che da noi i doppiatori hanno scioperato tra febbraio e marzo 21 giorni. Sono scesi in piazza gli attori, gli stuntmen, gli operatori. E finora non hanno ottenuto neanche un rinnovo.
Tra salario minimo e contratti collettivi
Davvero non serve un salario minimo istituito per legge, come sostiene da tempo il governo? Bastano i contratti collettivi di lavoro? È discutibile. Soprattutto alla luce dell’ultimo rinnovo contrattuale, in ordine di tempo, quello della vigilanza privata. Un contratto siglato dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative: Cgil, Cisl, Uil, e che prima del rinnovo prevedeva per i servizi fiduciari (i vigilanti non armati) un salario orario lordo di circa 5 euro. Cifra che ha fatto dire a numerosi giudici, negli ultimi anni, che si trattava di una retribuzione indecente. Adesso, dopo il rinnovo, arriverà a sfiorare i 6 euro, ma non subito: un rialzo graduale, che si completerà entro il 2026.
«Non la consideriamo una mediazione accettabile – ammette il segretario della Uiltucs Paolo Andreani – ma il rinnovo ci permette di non fare degradare ulteriormente le retribuzioni». «È comunque una ripartenza, cercheremo di promuovere condizioni migliori, ma anche la parte datoriale deve collaborare. Neanche il governo ci aiuta, perché molte Pa traggono vantaggio dai contratti di appalto dei vigilanti, grazie a retribuzioni così basse», dice Emanuele Ferretti della Filcams. «Per arrivare a un salario un po’ più alto – spiega Francesco Fraschini, avvocato del lavoro – un vigilante è costretto anche a fare 120, 130 di straordinario al mese, peraltro tutte documentate in busta paga, saltando riposi e ferie. I magistrati quando c’è una vertenza fanno quello che possono: confrontano le retribuzioni con quelle dei lavoratori con mansioni simili, portinai o uscieri dei contratti multiservizi e proprietari di fabbricati, e condannano il datore di lavoro a pagare la differenza». Una funzione di supplenza che però non può essere affidata alla magistratura, anche perché così ne beneficia solo chi ha il coraggio e le risorse per andare in giudizio. Per gli altri rimangono gli stipendi da fame.