L’occupazione cresce ma quei numeri non sono tutti d’oro
di Andrea GarneroNonostante pandemia, guerra e inflazione, nella maggior parte dei paesi Ocse la situazione del mercato del lavoro è sorprendentemente positiva, almeno a guardare gli indicatori classici di occupazione e disoccupazione. Se si scava un po’ sotto la superficie, però, emerge un quadro più complesso. Come mostrato nell’Employment Outlook Ocse pubblicato la settimana scorsa, mentre l’occupazione totale è aumentata del 3 per cento rispetto al pre-pandemia e la disoccupazione è livelli bassi da record in molti Paesi, le ore lavorate per persona occupata sono ancora sotto il livello pre-Covid in diversi Paesi. In Austria, per esempio, le ore lavorate sono sotto di circa il 5 per cento rispetto a fine 2019, in Portogallo del 4,6 per cento, in Germania del 2,5 per cento. Per una volta è un fenomeno che non riguarda l’Italia, dove le ore lavorate per lavoratore sono leggermente sopra il pre-Covid, ma resta una questione curiosa che vale la pena esplorare.
Lavorare meno senza alternative
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Nonostante pandemia, guerra e inflazione, nella maggior parte dei paesi Ocse la situazione del mercato del lavoro è sorprendentemente positiva, almeno a guardare gli indicatori classici di occupazione e disoccupazione. Se si scava un po’ sotto la superficie, però, emerge un quadro più complesso. Come mostrato nell’Employment Outlook Ocse pubblicato la settimana scorsa, mentre l’occupazione totale è aumentata del 3 per cento rispetto al pre-pandemia e la disoccupazione è livelli bassi da record in molti Paesi, le ore lavorate per persona occupata sono ancora sotto il livello pre-Covid in diversi Paesi. In Austria, per esempio, le ore lavorate sono sotto di circa il 5 per cento rispetto a fine 2019, in Portogallo del 4,6 per cento, in Germania del 2,5 per cento. Per una volta è un fenomeno che non riguarda l’Italia, dove le ore lavorate per lavoratore sono leggermente sopra il pre-Covid, ma resta una questione curiosa che vale la pena esplorare.
Lavorare meno senza alternative
Che si lavori meno potrebbe non sembrare un grande problema. Anzi, qualcuno lo potrebbe considerare come un fatto positivo se questo riflettesse un ripensamento del ruolo del lavoro nelle nostre vite dopo il Covid-19. Se non fosse che per molte persone, lavorare meno non è una scelta ma solo il risultato di una mancanza di alternative. E senza dimenticare che meno ore di lavoro comportano un aumento del rischio di povertà soprattutto in un periodo di alta inflazione. In una nota recente la Bce ha guardato a questo disallineamento tra ore e occupati più da vicino e le spiegazioni che emergono meritano attenzione. Il primo elemento che contribuisce a spiegare il calo delle ore lavorate è legato ai settori che hanno trainato la ripresa. In media nell’area euro la crescita occupazionale è stata dominata da due settori: le costruzioni e il settore pubblico (pubblica amministrazione, difesa, istruzione, sanità e assistenza sociale) che rappresentano il 30% dell’occupazione totale ma il 65% dell’aumento complessivo e sono ancora settori dove, in media, si lavora meno ore. L’aumento nel pubblico ha trainato la crescita occupazionale soprattutto in Germania e Spagna. In Francia il grosso della crescita occupazionale è nel privato, ma più di un terzo della crescita occupazionale è legata all’esplosione dell’apprendistato: fino al 2018 erano circa 300mila i nuovi apprendisti ogni anno, nel 2022 sono stati 837mila. C’entra una riforma del 2018 che ha ampliato le possibilità di ricorso all’apprendistato ma anche un generoso incentivo economico messo in piedi nell’estate 2020. Questo spiega anche perché, a differenza dei Paesi vicini, in Francia la produttività del lavoro (misurata come valore aggiunto per occupato) non abbia ancora recuperato il livello pre-Covid. Gli apprendisti lavorano meno ore e, tendenzialmente, sono meno produttivi di un lavoratore pienamente formato. Nulla di male, anzi (l’apprendistato in Italia andrebbe valorizzato molto di più). Però in Francia si discute se il ritorno economico giustifichi l’enorme investimento che lo Stato francese sta facendo (circa 16 miliardi di euro nel 2021, 20 nel 2022).
Le assenze per malattie
Un secondo elemento dietro il calo delle ore lavorate è l’aumento delle assenze per malattia. In Italia, le assenze sono aumentate del 34% nel 2022 rispetto all’anno precedente. In Germania, le ore lavorative medie annue perse per malattia rappresentano circa l’1,8% delle ore lavorate nel 2022. Francia e Spagna mostrano tendenze simili. Solo colpa della brutta influenza dello scorso inverno o c’è qualcosa di più? Sappiamo che le assenze per malattia tendono a seguire il ciclo economico, diminuiscono in tempo di crisi e aumentano durante la ripresa. Una delle spiegazioni classiche è che in tempo di crisi non ci si possa permettere di essere malati per paura di perdere il lavoro (e viceversa che quando per le imprese è più difficile assumere, i lavoratori possano permettersi qualche margine in più). Tuttavia, in uno studio del 2014, Stefan Pichler ha aggiunto una spiegazione più semplice e diretta: in un periodo di ripresa, con la necessità per le imprese di soddisfare più ordini e la paura di perdere le occasioni che si presentano, i lavoratori sono spinti ad andare al lavoro anche quando non sono nelle migliori condizioni e questo comporta una maggior diffusione delle malattie infettive, come Covid e influenza. Se così fosse, l’aumento delle assenze nel 2022 dovrebbe riassorbirsi nel 2023 con il generale rallentamento dell’economia. A meno che il numero di persone colpite da “Covid lungo” sia molto superiore di quanto sembri.
Infine, è possibile che al picco della crisi energetica le imprese abbiano fatto lavorare un po’ meno i propri lavoratori per risparmiare sui costi ma senza licenziare (usando la cassa integrazione o semplicemente riducendo le ore di lavoro). Dopotutto in un periodo in cui assumere è diventato più difficile e costoso, ci si pensa due volte prima di separarsi dei propri collaboratori. Sia come sia, guardando ai numeri sulle ore lavorate emerge un quadro più sfumato della situazione del mercato del lavoro post-Covid in molti Paesi dell’area euro. Una ripresa “part-time” aumenta i rischi legati alla fiammata dei prezzi che abbiamo vissuto dal 2021. Già in una situazione normale non basta lavorare per evitare di cadere in povertà. Ma se a questo si aggiunge che le ore di lavoro si riducono mentre l’inflazione comprime i salari, la povertà lavorativa rischia di aumentare, invece di scendere.