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Van Nieuwkoop (Banca Mondiale): “Investiti 800 miliardi ma l’agricoltura soffre”

Martien van Nieuwkoop

 
Parla il direttore globale per l’Agriculture and Food della World Bank: “Il nostro sforzo è rendere produttiva questa spesa. Senza il riscaldamento globale, raccolti superiori del 22 percento”
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Se non ci fossero gli effetti del riscaldamento globale, i raccolti agricoli, in media mondiale, sarebbero del 22% superiori quest’anno». Martien van Nieuwkoop - direttore globale per l’“Agriculture and Food” della World Bank dopo una lunga esperienza che l’ha portato dall’Africa al South-East Asia, prima di prendere l’Mba all’Executive program della Georgetown University di Washington - era cresciuto nell’azienda agricola di famiglia a Gouda, in Olanda. È a Roma per partecipare al vertice dell’Onu sull’alimentazione.

Non ci ha dato una buona notizia, con buona pace dei negazionisti che continuano a imperversare, anche se potevamo aspettarcelo…

«Le dirò di più: quel 22% che le indicavo è una media mondiale. In tanti Paesi è molto peggio. Pensi che fra i luoghi più colpiti dal global heating ci sono, per esempio, il sud dell’Iraq o l’Egitto, proprio le aree dove l’agricoltura era nata nove-diecimila anni fa. In quei casi, la produttività agricola crolla ben oltre il 22%: sono loro le v…

Se non ci fossero gli effetti del riscaldamento globale, i raccolti agricoli, in media mondiale, sarebbero del 22% superiori quest’anno». Martien van Nieuwkoop - direttore globale per l’“Agriculture and Food” della World Bank dopo una lunga esperienza che l’ha portato dall’Africa al South-East Asia, prima di prendere l’Mba all’Executive program della Georgetown University di Washington - era cresciuto nell’azienda agricola di famiglia a Gouda, in Olanda. È a Roma per partecipare al vertice dell’Onu sull’alimentazione.

Non ci ha dato una buona notizia, con buona pace dei negazionisti che continuano a imperversare, anche se potevamo aspettarcelo…

«Le dirò di più: quel 22% che le indicavo è una media mondiale. In tanti Paesi è molto peggio. Pensi che fra i luoghi più colpiti dal global heating ci sono, per esempio, il sud dell’Iraq o l’Egitto, proprio le aree dove l’agricoltura era nata nove-diecimila anni fa. In quei casi, la produttività agricola crolla ben oltre il 22%: sono loro le vittime sacrificali del riscaldamento globale. Il risultato è che oggi 828 milioni di esseri umani, stando alle più recenti stime del World Food Programme (un’organizzazione dell’Onu così come lo sono la Fao e la World Bank, ndr) non sanno se e quando arriverà loro il pasto successivo. La più alta cifra di sempre».

E ora? Che fare?

«Aspetti, le cattive notizie non sono finite. Il riscaldamento globale è come una macchina che stiamo inseguendo: il guaio è che va talmente veloce che non riusciamo a raggiungerla, e più acceleriamo più quella va più forte. La parola chiave è adaptation gap: noi dobbiamo ridurre la differenza fra la velocità con cui il riscaldamento cresce e quella con cui noi modifichiamo i nostri comportamenti per contenerne gli effetti».

Possibili soluzioni?

«Sono solo due. La prima è l’innovazione. I Paesi devono investire in ricerca e innovazione almeno l’1% del Pil agricolo (in Italia significa l’1% del il 5% del Pil, ndr). La seconda è più complessa: vede, un iPhone in Italia è identico a un iPhone venduto in America. Non è così in agricoltura. Non esiste un silver bullet, una risposta valida per tutti. Ogni innovazione va adattata alla specifica situazione di una certa area, considerando le tantissime variabili che influenzano la produzione, la produttività, il clima, le peculiarità di quella zona».

Lei parlava dell’1%: però di investimenti per migliorare la produttività agricola se ne fanno tantissimi, non è vero?

«Se guardiamo ai dati dell’Ocse, i governi in tutto il Mondo spendono intorno agli 800 miliardi di dollari l’anno in aiuti pubblici e - in generale - in politiche per il settore agricolo. Senonché molti risultano non efficaci: il nostro sforzo è di canalizzarli in modo produttivo. E di aiutare e integrare quelli più efficaci».

Come funziona il vostro intervento?

«Noi dialoghiamo con i governi e con le autorità amministrative che ci vengono segnalate. Ad essi, sulla base di specifici programmi, attribuiamo un certo ammontare di risorse che poi vengono girate ai produttori».

Non le giungerà nuovo che, a quel punto, in tanti Paesi in via di sviluppo i denari svaniscono nel gorgo della corruzione e delle clientele del dittatore di turno…

«Per questo siamo attrezzati, credo con crescente efficacia. Le nostre squadre sul terreno verificano periodicamente il buon fine dei nostri finanziamenti, così che ci sia un continuo monitoraggio. Inoltre, esiste un’apposita divisione della Banca che opera in totale indipendenza e non riferisce neanche al presidente ma direttamente al consiglio d’amministrazione, che a sua volta indaga scrupolosamente ogni volta che ci siano sospetti di corruzioni e appropriazioni indebite».

Come si deve reagire di fronte al ritiro da parte russa dalla Black Sea Grain Initiative?

«I confini devono restare aperti, qualsiasi siano le circostanze circostanti, e i beni alimentari devono poter scorrere liberamente fra di essi. Il ritiro dei russi dall’accordo è molto grave. Ora Paesi pesantemente dipendenti dall’import devono confrontarsi con prezzi crescenti. Eppure, paradossalmente, solo il 26% del mercato del grano è rappresentato dagli scambi internazionali perché molte Nazioni sono autosufficienti. Ora è assolutamente necessario far sì che i più poveri possano continuare ad avere accesso al cibo mediante programmi finalizzati, anche se riconosco che non sono provvedimenti semplici da attuare».

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