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Arriva la prima frenata per il crowdinvesting

Nell’ultimo anno le piattaforme hanno raccolto 344 milioni (-1%). Colpa dei tassi alti, ma anche delle delusioni sui risultati degli investimenti
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Chi immaginava una crescita indefinita del crowdinvesting dovrà ricredersi: per la prima volta il modello “colletta” deve fare i conti con una contrazione, seppur lieve, del mercato. Negli ultimi dodici mesi, lo dice l’ottavo Report italiano sul crowdinvesting, le piattaforme hanno raccolto dalla “folla” di Internet 344 milioni di euro, meno 1% rispetto all’anno precedente. Il valore cumulato storico sale così a 1,21 miliardi di euro, con Mamacrowd in testa per capitale raccolto negli anni, oltre 130 milioni, e CrowdFundMe al primo posto per campagne pubblicate, 227.

Cosa determina il calo

A far pendere la bilancia verso il segno meno ha contributo il negativo della raccolta di equity crowdfunding non immobiliare, che da luglio 2022 a giugno 2023 ha siglato un calo dell’11% degli investimenti (86,64 milioni di euro suddivisi in 207 campagne) e un numero di portali autorizzati da Consob sceso da 51 a 48. Si tratta a tutti gli effetti della prima frenata nella sua storia, e le cause so…

Chi immaginava una crescita indefinita del crowdinvesting dovrà ricredersi: per la prima volta il modello “colletta” deve fare i conti con una contrazione, seppur lieve, del mercato. Negli ultimi dodici mesi, lo dice l’ottavo Report italiano sul crowdinvesting, le piattaforme hanno raccolto dalla “folla” di Internet 344 milioni di euro, meno 1% rispetto all’anno precedente. Il valore cumulato storico sale così a 1,21 miliardi di euro, con Mamacrowd in testa per capitale raccolto negli anni, oltre 130 milioni, e CrowdFundMe al primo posto per campagne pubblicate, 227.

Cosa determina il calo

A far pendere la bilancia verso il segno meno ha contributo il negativo della raccolta di equity crowdfunding non immobiliare, che da luglio 2022 a giugno 2023 ha siglato un calo dell’11% degli investimenti (86,64 milioni di euro suddivisi in 207 campagne) e un numero di portali autorizzati da Consob sceso da 51 a 48. Si tratta a tutti gli effetti della prima frenata nella sua storia, e le cause sono molteplici: «L’aumento dei tassi di interesse ha certamente reso più competitive le forme tradizionali di investimento come le obbligazioni e i titoli di Stato – interviene Giancarlo Giudici, professore del Politecnico di Milano e coordinatore dell’Osservatorio sul crowdinvesting che ha prodotto la ricerca – Inoltre non possiamo non considerare l’incertezza sulla congiuntura (inflazione e tensioni geo-politiche) e i timori per una possibile recessione».

A questi elementi bisogna altresì aggiungere la disillusione sui risultati ottenuti dalle emittenti negli anni successivi alla campagna. Se è vero che il tasso di successo della raccolta ha superato il 90%, a dimostrazione di come gli operatori stiano diventando più selettivi nell’accettare i progetti, al contrario la capacità delle imprese finanziate di centrare gli obiettivi prefissati è deludente. Stando al campione analizzato dal report, a un anno dalla campagna solo il 5,4% delle imprese riesce a battere le previsioni, percentuale che scende a zero dopo il quarto anno.

L’obiezione è intuitiva: oltre le metà delle società che si rivolgono a queste strutture sono startup, di cui sono note le difficoltà nel raggiungere il successo. «Lato investitori – chiarisce il professore – si tratta di operazioni dal rischio elevato, senza alcuna garanzia e con documentazione non asseverata da autorità di mercato. La capacità della piattaforma di scegliere è l’unico strumento su cui basare la propria fiducia». Male anche le campagne di collocamento di minibond condotte dai portali autorizzati, con 23 emissioni nell’ultimo anno per un valore di 20,82 milioni di euro (- 45%).

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Il comprato immobiliare funziona

Buone nuove sono, invece, quelle che giungono dal comparto immobiliare, forte di 17 piattaforme specializzate tra cui primeggiano Recrowd, Rendimento Etico e Trusters. I risultati annuali del real estate parlano da soli: la forma del lending (prestito) ha registrato un flusso di 115,79 milioni raccolti (più 40%) e un rendimento medio annuale offerto del 9,69%, lato equity la raccolta si è attestata a 56,42 milioni (più 28%), con un rendimento salito al 13,72%. Ma il mattone non piace solo al Belpaese: dal 2013 i portali di real estate crowdfunding globali sono passati da 20 a 178. Un’accelerata giustificata dalla peculiarità degli investimenti. «Tipicamente – spiega Tommaso Baldissera Pacchetti, founder e ceo di CrowdFundMe – si tratta di progetti di breve-medio termine che mirano alla riqualificazione e successiva cessione di proprietà immobiliari. In questo caso il ruolo del crowdfunding è quello di acceleratore, grazie alla rapidità della raccolta. Allo stesso tempo si riduce il rischio per l’investitore, perché l’operazione, almeno per quanto riguarda Trusters (controllata da CrowdFundMe), è fino a un massimo del 50% dell’importo. In secondo luogo, essendoci un cofinanziamento di una banca, vuol dire che vi è stata una due diligence che ha ritenuto l’idea interessante».

Il regolamento

I pesi del finanziamento collettivo stanno mutando, tra l’altro, in un periodo di fermento. «È infatti agli sgoccioli l’entrata in vigore del regolamento “European crowdfunding service providers” (avvio dal 10 novembre) – ricorda Giudici – Le opportunità saranno diverse: intanto la possibilità per le piattaforme di operare in un mercato unico, poi verranno introdotte novità sia per la raccolta di capitale di rischio (non più limitata alle Pmi), sia per i prestiti, con nuovi adempimenti su trasparenza e informativa agli investitori». I portali con capitali e management adeguato alla transizione sono al lavoro per ottenere le autorizzazioni. A Consob e Bankitalia il compito di vigilare.  Certo il percorso non è stato esente da polemiche, germogliate dai ritardi nel recepimento della normativa rispetto ad altri Paesi Ue che hanno già finalizzato i processi autorizzativi. La conseguenza? Dei 44 operatori attualmente autorizzati Esma, 12 hanno espressamente richiesto l’operatività anche in Italia. Ecco perché la bergamasca EvenFi, per evitare di dover sottostare alle lungaggini nazionali, ha utilizzato la sua sussidiaria a Barcellona, ottenendo l’autorizzazione da parte dell’autorità spagnola. Alla fine, ciò che conta sarà però il risultato.

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