La Fed alza i tassi dello 0,25%: la battaglia contro l’inflazione non è ancora vinta
di Filippo SantelliIl presidente della Federal Reserve Jerome Powell
(reuters)La decisione era attesa, ed è arrivata all’unanimità: mercoledì la Federal Reserve, dopo essersi presa una pausa nella riunione di giugno, è tornata ad alzare i tassi di interesse: 25 punti base, che li portano in un range tra il 5,25 e il 5,5%, ai massimi da 22 anni. Quello che invece non arriva dalla Banca centrale americana, nonostante gli auspici dei mercati, è una chiara indicazione che la stretta monetaria più violenta della storia finisce qui. Anzi, rispetto al cauto ottimismo mostrato nelle scorse settimane (“non siamo così distanti dalla meta”), i toni di Jerome Powell si inaspriscono un po’: “Il processo per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% è ancora lungo”, ha detto il presidente della in conferenza stampa. Lasciando quindi aperta la possibilità di ulteriori rialzi da un quarto di punto nelle prossime riunioni, a settembre o a novembre: “È possibile un rialzo a settembre, se i dati lo richiederanno, ma è possibile anche una pausa. Decidere…
La decisione era attesa, ed è arrivata all’unanimità: mercoledì la Federal Reserve, dopo essersi presa una pausa nella riunione di giugno, è tornata ad alzare i tassi di interesse: 25 punti base, che li portano in un range tra il 5,25 e il 5,5%, ai massimi da 22 anni. Quello che invece non arriva dalla Banca centrale americana, nonostante gli auspici dei mercati, è una chiara indicazione che la stretta monetaria più violenta della storia finisce qui. Anzi, rispetto al cauto ottimismo mostrato nelle scorse settimane (“non siamo così distanti dalla meta”), i toni di Jerome Powell si inaspriscono un po’: “Il processo per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% è ancora lungo”, ha detto il presidente della in conferenza stampa. Lasciando quindi aperta la possibilità di ulteriori rialzi da un quarto di punto nelle prossime riunioni, a settembre o a novembre: “È possibile un rialzo a settembre, se i dati lo richiederanno, ma è possibile anche una pausa. Decideremo riunione per riunione”. Un’assenza programmata di indicazioni sul futuro che ha lasciato i mercati nell’incertezza in cui li aveva trovati, attorno alla parità. Anche se non impedisce al Dow Jones di chiudere la tredicesima seduta consecutiva in positivo, non accadeva dal 1987.
Segnali contrastanti
La prudenza di Powell e del direttivo della Fed si spiega con le indicazioni contrastanti che arrivano dall’economia americana. Se da un lato l’inflazione è scesa in maniera decisa, arretrando a giugno al 3%, la sua componente di fondo, spogliata dalle componenti più volatili come l’energia e gli alimentari, resta testardamente elevata, al 4,8%. Ed è soprattutto a questo indicatore che la Federal Reserve vuole guardare per avere segnali più chiari che la traiettoria dei prezzi è stabilmente avviata verso l’obiettivo di lungo termine del 2%. L’economia americana sta reggendo meglio del previsto alla stretta monetaria, con un mercato del lavoro ancora in salute e allontanando per ora lo spettro di una recessione. Una crescita che ora la Fed definisce “moderata”, rispetto al “modesta” utilizzato in precedenza. E che per essere raffreddata al punto giusto potrebbe quindi richiedere – e sostenere – un’ulteriore dose di medicina restrittiva.
La parola alla Bce
Archiviata la decisione della Fed, giovedì sarà la Bce ad annunciare la sua decisione sui tassi di interesse. Anche nel caso di Francoforte sembra scontato un rialzo di 25 punti base, che porterà il costo del denaro al 3,75%, anche qui ai massimi da oltre un ventennio. Ma anche qui mercati, aziende e cittadini alle prese con la stretta creditizia cercheranno soprattutto indicazioni sulle prossime mosse. Nelle parole di Christine Lagarde dominerà la stessa prudenza di Powell, ma i dati che entrambi hanno eletto a bussola suggeriscono che, rispetto agli Stati Uniti, la strada sia ancora più lunga: l’inflazione nell’eurozona si sta sgonfiando, vero, ma resta ancora molto alta nella sua componente di fondo, che a giugno è scesa solo dal 6,9 al 6,8%. Ed è il motivo per cui, nonostante l’attività economica mostri forti segnali di rallentamento, con le richieste di prestiti precipitate ai minimi dal 2003, gli analisti si aspettano almeno un ulteriore rialzo dei tassi dopo quello di domani.