I governi europei vogliono annacquare le norme sull’Intelligenza artificiale
di Filippo SantelliIl negoziato finale sull’AI Act, la pionieristica norma europea sull’intelligenza artificiale, è entrato nel vivo. E già al primo incontro del trilogo, cioè il tavolo tra le tre diverse istituzioni comunitarie, sono emerse le differenze di vedute tra il Parlamento, che ha scritto regole più stringenti a tutela dei cittadini, e i governi, che vorrebbero invece ammorbidirle nel timore di soffocare l’innovazione nel Vecchio Continente. Il tema più divisivo, quello sulla messa al bando o meno del riconoscimento biometrico, è stato prudentemente lasciato per ultimo. Ma già prima di aprire quel capitolo – dopo l’estate – governi ed Europarlamento si sono trovati muro contro muro su altri aspetti della legge, come le regole per sperimentare gli algoritmi intelligenti e per valutare il loro impatto sui diritti dei cittadini. Nodi su cui nessuna delle due parti sembra disposta a fare passi indietro e che complicano l’obiettivo di trovare l’accordo sul testo definitivo entro la fine d…
Il negoziato finale sull’AI Act, la pionieristica norma europea sull’intelligenza artificiale, è entrato nel vivo. E già al primo incontro del trilogo, cioè il tavolo tra le tre diverse istituzioni comunitarie, sono emerse le differenze di vedute tra il Parlamento, che ha scritto regole più stringenti a tutela dei cittadini, e i governi, che vorrebbero invece ammorbidirle nel timore di soffocare l’innovazione nel Vecchio Continente. Il tema più divisivo, quello sulla messa al bando o meno del riconoscimento biometrico, è stato prudentemente lasciato per ultimo. Ma già prima di aprire quel capitolo – dopo l’estate – governi ed Europarlamento si sono trovati muro contro muro su altri aspetti della legge, come le regole per sperimentare gli algoritmi intelligenti e per valutare il loro impatto sui diritti dei cittadini. Nodi su cui nessuna delle due parti sembra disposta a fare passi indietro e che complicano l’obiettivo di trovare l’accordo sul testo definitivo entro la fine dell’anno, in modo da approvare l’AI Act entro la scadenza della legislatura europea.
Il rischio degli algoritmi
Il primo punto di scontro riguarda il cosiddetto “sandbox”, cioè l’ambiente controllato, protetto e con regole più leggere dove gli sviluppatori dovrebbero testare le loro applicazioni di intelligenza artificiale. La versione dell’AI Act emendata e rafforzata dal Parlamento obbliga ogni Stato membro a creare il suo, mentre il Consiglio, guidato dalla presidenza di turno spagnola, vorrebbe alleggerire il vincolo, permettendo a vari Paesi di unirsi. In compenso, ed è un punto di tensione maggiore, i governi vorrebbero dare la possibilità alle aziende di sperimentare i prodotti sviluppati nell’ambiente di test anche con utenti in carne ed ossa, un po’ come fatto da OpenAI con il suo ChatGPT. Un’ipotesi che preoccupa il Parlamento, secondo cui questo salto nel mondo reale pone dei rischi e richiede perciò delle salvaguardie stringenti.
Rispetto al testo del Parlamento poi i governi vorrebbero anche eliminare l’obbligo per gli utilizzatori dei software di intelligenza artificiale, cioè le aziende che li compreranno dagli sviluppatori per poi servirsene, di valutare il loro impatto sui diritti fondamentali nello specifico contesto di utilizzo. Per gli Eurodeputati questo è inaccettabile: vorrebbe dire che l’effetto degli algoritmi sarebbe testato solo a livello generale e teorico, per poi permetterne l’applicazione senza ulteriori valutazioni in aziende, uffici, scuole o ospedali. Cioè senza verificare “sul campo” eventuali pregiudizi o discriminazioni contenute nei codici.
Il riconoscimento facciale
Come in passato sui temi digitali si scontrano insomma due filosofie: quella del Parlamento, più attenta alla protezione dei diritti fondamentali, e quella dei governi, preoccupati per la prospettiva che regole troppo dure possano escludere l’Europa dalla frontiera dell’innovazione. Una divergenza destinata a ripresentarsi, in forma ancora più dura, quando si parlerà di riconoscimento facciale e biometrico: nel suo testo il Parlamento lo ha vietato in qualsiasi circostanza negli spazi pubblici, sia in tempo reale che su filmati registrati, mentre i governi vorrebbero mantenerlo possibile per reati gravi o minacce terroristiche.
Il dilemma delle regole
Il dibattito tra le istituzioni europee sull’AI Act, quella che sarebbe la prima legge del mondo democratico sull’Intelligenza artificiale, si svolge mentre a tutte le latitudini ci si interroga su come regolare questa tecnologia in sviluppo esponenziale. Il presidente americano Biden ha convocato le grandi società del settore alla Casa Bianca, da Microsoft a Google, da Facebook a OpenAI, e ottenuto da loro l’impegno a mettere in campo una serie di misure volontarie di salvaguardia. Rilanciando così le varie voci, a cominciare da quella interessata dell’industria, secondo cui la strada migliore, o l’unica percorribile vista la velocità a cui evolvono gli algoritmi, sarebbe un’autoregolazione da parte delle stesse aziende. “E’ un dibattito che abbiamo già visto”, dice Brando Benifei, eurodeputato Pd e negoziatore dell’AI Act, “ma l’Europa non si accontenta, scrive regole vincolanti: il Parlamento su questo è unito ma anche i governi sono convinti”. Per arrivarci però bisognerà trovare un compromesso sulle regole entro la fine dell’anno, per poi approvare il testo definitivo nei primi mesi del 2024: “Penso che i tempi possano essere rispettati – dice Benifei – ma solo se il Consiglio supererà le sue rigidità: l’obbligo per chi utilizza l’AI di valutarne l’impatto sui diritti fondamentali per noi è una tutela imprescindibile”.