Venier: “Servirà ancora gas, ma il futuro appartiene a idrogeno e cattura CO2”
di Luca PagniStefano Venier, amministratore delegato di Snam
ROMA - «Abbandonare il carbone il prima possibile, il combustibile più inquinante. Il gas accompagnerà le rinnovabili per avere energia programmabile. Ma il futuro è delle nuove tecnologie dell’idrogeno e della cattura della CO2». Stefano Venier è ad del gruppo Snam, la società a controllo pubblico che gestisce gasdotti, rigassificatori e stoccaggi. Nonostante si occupi ora di trasporto gas, Snam guarda alla transizione. A Repubblica, spiega come ci arriveremo.
Venier con quello che sta accadendo questa estate non dovremmo abbandonare il prima possibile gli idrocarburi e passare subito al tutto elettrico? Eppure, anche a causa della guerra, l’Europa ha dovuto riempirsi di gas e aumentare i consumi di idrocarburi.
«L’accelerazione è già in corso ma va interpretata. Da una parte, ogni sei mesi registriamo un incremento quasi esponenziale di nuove fonti rinnovabili. Dall’altra, dobbiamo ancora definire un percorso per l’uscita dal com…
ROMA - «Abbandonare il carbone il prima possibile, il combustibile più inquinante. Il gas accompagnerà le rinnovabili per avere energia programmabile. Ma il futuro è delle nuove tecnologie dell’idrogeno e della cattura della CO2». Stefano Venier è ad del gruppo Snam, la società a controllo pubblico che gestisce gasdotti, rigassificatori e stoccaggi. Nonostante si occupi ora di trasporto gas, Snam guarda alla transizione. A Repubblica, spiega come ci arriveremo.
Venier con quello che sta accadendo questa estate non dovremmo abbandonare il prima possibile gli idrocarburi e passare subito al tutto elettrico? Eppure, anche a causa della guerra, l’Europa ha dovuto riempirsi di gas e aumentare i consumi di idrocarburi.
«L’accelerazione è già in corso ma va interpretata. Da una parte, ogni sei mesi registriamo un incremento quasi esponenziale di nuove fonti rinnovabili. Dall’altra, dobbiamo ancora definire un percorso per l’uscita dal combustibile più inquinante di tutti, il carbone. Ricordiamo che quasi la metà della popolazione mondiale vive in 5 paesi che devono oltre il 50% della loro produzione elettrica al carbone. L’anno scorso è stato toccato il record storico di consumo con 8 milioni di tonnellate. Inoltre, hanno un’ulteriore quota del 30% di produzione garantita da olio combustibile. E tra i primi quindici consumatori a livello mondiale ci sono anche i Paesi europei. Per accelerare la transizione energetica bisogna avere la stessa competitività di costi e di qualità: occorre energia che è possibile programmare e che non sia intermittente».
Quanto durerà la transizione che vede il gas accompagnare le rinnovabili? E ci saranno problemi quando si investirà di meno in nuove estrazioni?
«Occorre trovare modelli di sostenibilità per tutti i Paesi, soprattutto per chi consuma più idrocarburi. La decarbonizzazione passa anche da un uso più consapevole delle risorse: voglio ricordare che l’Overshoot Day, il giorno in cui si consumano tutte le risorse della terra che è possibile rigenerare, cade sempre prima. Un elemento sul quale negli ultimi due anni abbiamo perso un po’ di attenzione. L’obiettivo della carbon neutrality dovrebbe essere raggiunto al 2050 e nel 2060 per Cina e India. Ma non sarà un percorso lineare. Fondamentale la “affordability” del sistema: non c’è sostenibilità senza sicurezza energetica. Per arrivarci occorrono diversificazione delle fonti e infrastrutture adeguate in un contesto di innovazione tecnologica. La sfida è rilevante: compiere una transizione nella metà del tempo di quella precedente, in un ambito economico più complesso e coinvolgendo il doppio della popolazione. Al momento i nuovi vettori energetici non sono ancora competitivi: la transizione è quasi interamente spinta dalle scelte politiche e non da fattori economici. E gli ostacoli sono sempre in agguato: lo si è visto da quanto accaduto negli ultimi 12 mesi, con la volatilità dei prezzi degli idrocarburi. Per non parlare del cambiamento climatico: anche se saremo virtuosi nella decarbonizzazione e ne limiteremo l’impatto, dobbiamo attrezzarci: perché con 1,5 gradi in più le conseguenze si faranno sentire».
Tra le alternative agli idrocarburi, c’è la tecnologia dell’ idrogeno, le cui molecole passeranno nei tubi che ora trasportano gas. Ma quale potrà essere il suo peso?
«Penso che, mai come in questo momento, per agire nella direzione della decarbonizzazione bisogna essere agnostici dal punto di vista tecnologico. L’idrogeno è una opzione, su cui si sta puntando molto, soprattutto in Europa, Usa e Middle East. E penso che vada perseguita. Questo ci riporta alle infrastrutture. Quelle elettriche si trovano di fronte a un solo tema: quantità e programmazione con tanti punti da gestire. Nel trasporto delle molecole abbiamo a che fare con caratteristiche diverse, un percorso di transizione complesso ma affascinante. Le infrastrutture dedicate all’idrogeno vanno adattate alle caratteristiche di ogni singolo paese, a seconda se c’è grande disponibilità di rinnovabili oppure se vengono realizzate dove c’è grande domanda di gas. E in questo l’Italia, come è avvenuto con il suo riposizionamento nel mercato del gas, può giocare un ruolo nel Mediterraneo».
L’Italia può essere un nuovo hub energetico per il passaggio dell’idrogeno prodotto con le rinnovabili in Nord Africa e diretto in Europa?
«È uno dei cinque corridoi strategici Ue che vedono il coinvolgimento di vari operatori e di cui noi facciano parte. Ed è il corridoio che ha potenzialmente i costi di trasporto inferiori grazie al recupero delle infrastrutture esistenti».
L’inquinamento si può ridurre anche con la tecnologia della cattura e stoccaggio della CO2 che si può anche riutilizzare in ambito industriale. Lo fanno in Olanda e Inghilterra. In Italia no. Perché?
«Può essere una soluzione. L’Italia, tra l’altro, ha tecnologie mature e un vantaggio che altri Paesi non hanno: al pari di Inghilterra e Norvegia c’è disponibilità di giacimenti esausti, off shore vicino alla costa. I nostri si trovano per lo più di fronte al triangolo dove si concentra la maggior parte delle industrie “hard to abate”. È il progetto di Ravenna, dove stiamo lavorando con Eni e che ha trovato interesse anche da parte di operatori industriali francesi, disponibili a portare da noi la CO2 prodotta nel sud del loro Paese».
Ma non è una soluzione complicata? Ravenna non è proprio dietro l’angolo rispetto a Marsiglia.
«Le complessità logistiche si affrontano. E l’atteggiamento verso le tecnologie è cambiato. Alcune che erano state considerate di scarso interesse, anche in seguito dell’IRA, l’Inflation Reduction Act americano ora sono state riconsiderate. Snam ha le competenze per il trasporto di queste molecole su lunga distanza. In totale sicurezza, così come nel gas dove abbiamo raggiunto gli standard ambientali che ci eravamo prefissati con due anni di anticipo».