Evasione fiscale, con la modifica al Pnrr 15 miliardi di tasse non recuperate
di Valentina ConteIl ministro per gli Affari Europei Raffaele Fitto
ROMA – Appena 18 righe per chiedere all’Europa di rinunciare alla lotta all’evasione. Almeno nelle modalità concordate nel Pnrr all’epoca del governo Draghi: ridurre di 2,7 punti il tax gap, la propensione all’evasione in Italia misurata dalla differenza tra imposte incassate e imposte attese. Si tratta di 10-15 miliardi per passare dal 18,5% del 2019 - tra le percentuali più alte in Ue - al 15,8% alla fine del prossimo anno. Questo era scritto nel Pnrr. Ma il governo Meloni ferma tutto. E infila la richiesta di stop tra le 144 modifiche al Pnrr ufficializzate dal ministro Raffaele Fitto il 27 luglio. Mettendo così in salita il confronto con Bruxelles.
Il governo cambia strada
Perché la lotta all’evasione era stata aggiunta all’ultimo, dietro pressione della Commissione, come clausola di garanzia per la buona riuscita del Piano. Quasi un’assicurazione che l’Italia - al top per evasione dell’Iva in Europa, 100 miliardi di tasse non riscosse all’anno, 1.153 miliardi di cartel…
ROMA – Appena 18 righe per chiedere all’Europa di rinunciare alla lotta all’evasione. Almeno nelle modalità concordate nel Pnrr all’epoca del governo Draghi: ridurre di 2,7 punti il tax gap, la propensione all’evasione in Italia misurata dalla differenza tra imposte incassate e imposte attese. Si tratta di 10-15 miliardi per passare dal 18,5% del 2019 - tra le percentuali più alte in Ue - al 15,8% alla fine del prossimo anno. Questo era scritto nel Pnrr. Ma il governo Meloni ferma tutto. E infila la richiesta di stop tra le 144 modifiche al Pnrr ufficializzate dal ministro Raffaele Fitto il 27 luglio. Mettendo così in salita il confronto con Bruxelles.
Il governo cambia strada
Perché la lotta all’evasione era stata aggiunta all’ultimo, dietro pressione della Commissione, come clausola di garanzia per la buona riuscita del Piano. Quasi un’assicurazione che l’Italia - al top per evasione dell’Iva in Europa, 100 miliardi di tasse non riscosse all’anno, 1.153 miliardi di cartelle nel magazzino fiscale di cui appena 114 miliardi recuperabili - fa sul serio. Un test di affidabilità. E invece ora Palazzo Chigi cambia a sorpresa strada. E in quelle 18 righe scrive che «vi sono alcune ragioni oggettive che suggeriscono la modifica del target». Ne cita solo una: «La crisi di liquidità delle imprese» che «può incidere negativamente sulla regolarità dei versamenti tributari».
In altre parole, lo stesso governo che non perde occasione per esaltare i numeri dell’economia italiana, locomotiva d’Europa meglio di quella francese e tedesca, ora invece dice di non essere in grado di abbassare di tre punti scarsi il tax gap portandolo al 15,8% nel 2024, ovvero di recuperare 10-15 miliardi di tasse, perché la stessa economia zoppica. Lo fa senza peraltro indicare una chiara e plausibile alternativa a quell’indice. Fa solo notare che serve un altro target su cui essere giudicati, «rientrante nella sfera di controllabilità dell’amministrazione finanziaria e dell’autorità di governo».
Le preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate
Una frase probabilmente dettata dalle preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate che riesce a incidere su strumenti come il numero di letterine spedite al contribuente per sollecitarlo a mettersi in regola o sul numero degli accertamenti. Ma che non è in grado di controllare le tendenze macroeconomiche che possono sballare la capacità di famiglie e imprese di pagare le tasse. Una tendenza acclarata dagli economisti, specie durante crisi o forti recessioni come il biennio Covid 2020-2021. E certo questi due anni pesano sul percorso di compressione del tax gap che come detto va dal 2019 al 2024. Ma è evidente che la richiesta di cambio dell’indice a Bruxelles dovrà essere motivata con ben più di 18 righe.
Il confronto alla fine sarà molto più politico che tecnico. Come concedere all’Italia di modificare in corsa un indice concordato con un altro, quando il governo Meloni sin dalla sua prima legge di Bilancio non ha fatto altro che occhieggiare all’evasione? Dai dodici condoni in manovra, poi diventati tredici, alla delega fiscale piena di sanatorie, concordati preventivi, adempimenti collaborativi. Dalla battaglia sulla soglia del contante e la non obbligatorietà del Pos alla lotta all’evasione verso i piccoli letta dalla premier come «pizzo di Stato»? Con un vicepremier, il leghista Matteo Salvini, che non perde occasione per invocare stralci, rottamazioni, pulizie tombali delle cartelle. In questo quadro culturale oltre che politico sarà molto difficile per il governo Meloni modificare una delle riforme abilitanti del Pnrr.