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Tim, ecco il piano del Tesoro: ingresso al 30-35% nella rete assieme a Cdp e al fondo F2i

La proposta sarà presentata a settembre quando arriverà l’offerta del fondo americano Kkr per l’infrastruttura La cessione permetterà all’ex monopolista di avere fondi per il piano investimenti ora in ritardo
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MILANO - La parola d’ordine per il management Tim, guidato da Pietro Labriola, è tirare sino a ottobre. A fine settembre, infatti, dovrebbe arrivare l’offerta vincolante da parte del fondo americano Kkr, per circa 21-22 miliardi di euro. E così la società dovrebbe risolvere i problemi di liquidità che la attanagliano. Insieme a Kkr che ha posto come condizione di avere la maggioranza della Netco, la società della rete dell’ex monopolista, dovrebbe partecipare all’operazione un nocciolo di investitori italiani guidati dal Ministero dell’Economia, insieme al fondo F2i e alla Cdp per un totale del 30-35% della società dell’infrastruttura.

La partecipazione diretta del Mef si è resa necessaria perché la Cdp non può assumere poteri di governanc…

MILANO - La parola d’ordine per il management Tim, guidato da Pietro Labriola, è tirare sino a ottobre. A fine settembre, infatti, dovrebbe arrivare l’offerta vincolante da parte del fondo americano Kkr, per circa 21-22 miliardi di euro. E così la società dovrebbe risolvere i problemi di liquidità che la attanagliano. Insieme a Kkr che ha posto come condizione di avere la maggioranza della Netco, la società della rete dell’ex monopolista, dovrebbe partecipare all’operazione un nocciolo di investitori italiani guidati dal Ministero dell’Economia, insieme al fondo F2i e alla Cdp per un totale del 30-35% della società dell’infrastruttura.

La partecipazione diretta del Mef si è resa necessaria perché la Cdp non può assumere poteri di governance, in quanto controllante della rete concorrente Open Fiber.

E questo fatto porterebbe nella compagine problemi antitrust impossibili da risolvere. In questo modo, quando Kkr tra cinque o sette anni, una volta completati gli investimenti per trasformare tutta la rete in fibra ottica, vorrà rivendere o quotare la sua partecipazione di maggioranza, al Mef e ai suoi alleati basterà mantenere quel 30-35% per controllare la rete così come sta già facendo con Terna e Snam.

Il roll out completo della rete può permettere di moltiplicare il suo valore da un multiplo di 10-11 volte a uno di 18-19. E per la prima volta, secondo alcune indiscrezioni, sembra che i francesi di Vivendi, che hanno il 24% di Tim, siano disposti a sedersi al tavolo con il governo se verranno rispettate alcune condizioni, come la sostenibilità economica della ServCo, la società che rimarrà dopo la vendita della rete. In ogni caso sembra che i francesi non abbiano più intenzione di far battaglie ostili in Italia, men che meno contro il governo.

Con questa impostazione la ServCo dovrebbe essere sostenibile, avendo scaricato 10-11 miliardi di indebitamento sulla Netco e incassando 10 miliardi cash che possono andare ad abbattere i 15 miliardi di debiti rimasti che saranno sostenibile con la produzione di un’ebitda di 2-3 miliardi all’anno. La partita più difficile si giocherà sul tema del personale, circa 40 mila dipendenti che dovranno essere divisi tra Netco e ServCo. Vivendi, per accettare l’operazione, pretende che sulla ServCo non rimangano più di 8 mila dipendenti, ma bisogna vedere che cosa ne pensano i sindacati e se tutto ciò sarà condiviso dal governo.

Ma fino a quando questa offerta vincolante non arriverà sul tavolo del cda Tim la società navighera a vista. Labriola sta tirando i remi in barca sul fronte degli investimenti. Prima li ha spostati da Fibercop (la società che controlla l’ultimo miglio di cui Kkr possiede il 37,5%) al piano di copertura delle aree grigie finanziato dal Pnrr. Ma poi, anche su questo fronte, gli obbiettivi di investimento non sono stati raggiunti: Tim è all’8% contro il 15% che doveva raggiungere entro fine giugno e al 25% che dovrebbe raggiungere a ottobre. Il comitato rischi si è riunito settimana scorsa per esaminare l’impatto delle sanzioni che potrebbero arrivare se da qui al 2026 questo ritardo non verrà colmato. Inoltre, per reperire ulteriore liquidità e far fronte alle scadenze di luglio e dei prossimi mesi, la società che controlla Tim Brasil sta per collocare un bond da quasi un miliardo, soldi che verranno distribuiti come dividendo alla casa madre.

Quindi, grazie al drenaggio di liquidità dalla controllata brasiliana si dovrebbe far fronte alle necessità di cassa che ammontano a 1,5 miliardi nel 2023 e ad altri 3,4 miliardi nel 2024. Con un costo del debito che va comunque ad aumentare sensibilmente, fino al 6-7%. Tutto ciò perché Tim continua a bruciare cassa per 8-900 milioni all’anno. E solo la vendita della rete, a questo punto, può mettere fine all’emorragia.

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