Le banche, in oltre 3 mila Comuni lo sportello non c’è più
di Andrea GrecoLa trasformazione digitale dei servizi finanziari accentua la chiusura degli sportelli bancari in Italia. E a parlare di “desertificazione bancaria” manifesta, non sono più solo i sindacati di categoria, che da anni e legittimamente lo fanno anche per tutelare l’occupazione dei 250 mila dipendenti rimasti. Ha adottato il termine il presidente Sergio Mattarella celebrando i 140 anni della prima Cassa rurale (a Loreggia): «L’attività delle banche cooperative è centrata, ancora, nel servizio e nel sostegno alla popolazione delle aree interne del Paese, in controtendenza rispetto al fenomeno della desertificazione bancaria che potrebbe sembrare inarrestabile».
La fotografia dell'ìtalia
La rete fisica delle Bcc è tra le più resilienti, per la maggiore prossimità di territorio unita a un minor tasso di innovazione. I dati di Bankitalia vedono 723 comuni con una Bcc come unica agenzia. Ma sono senza più sportelli 3.249 comuni…
La trasformazione digitale dei servizi finanziari accentua la chiusura degli sportelli bancari in Italia. E a parlare di “desertificazione bancaria” manifesta, non sono più solo i sindacati di categoria, che da anni e legittimamente lo fanno anche per tutelare l’occupazione dei 250 mila dipendenti rimasti. Ha adottato il termine il presidente Sergio Mattarella celebrando i 140 anni della prima Cassa rurale (a Loreggia): «L’attività delle banche cooperative è centrata, ancora, nel servizio e nel sostegno alla popolazione delle aree interne del Paese, in controtendenza rispetto al fenomeno della desertificazione bancaria che potrebbe sembrare inarrestabile».
La fotografia dell'ìtalia
La rete fisica delle Bcc è tra le più resilienti, per la maggiore prossimità di territorio unita a un minor tasso di innovazione. I dati di Bankitalia vedono 723 comuni con una Bcc come unica agenzia. Ma sono senza più sportelli 3.249 comuni (il 41% del totale), e vi risiedono 4,3 milioni di italiani e 250 mila imprese. Altri 1.906 comuni hanno ormai una sola agenzia, e rischiano di sparire dalle mappe. Una strage, in atto da 15 anni e che ha effetti negativi in loco, dove si complica l’accesso ai servizi di base - contante e credito – avanzano illegalità e usura e cala l’inclusione finanziaria. Perché quando chiude una filiale soffrono i disagiati: clienti indigenti, analfabeti digitali, Pmi a rischio credito. Si fa presto (e più con l’inflazione alta), a ritrovarsi “underbanked” o “unbanked”, le due classi che la Banca Mondiale assegna ai soggetti sottobancarizzati o privi di servizi. L’ultimo studio Findex 2021 ne censiva 4,1 miliardi nel mondo, qualche milione in Italia.
Cosa è cambiato da Lehman
Fino al 2008 il settore aveva puntato molto sulle filiali: sfondarono quota 34 mila quell’anno, contese con offerte che le valutavano fino a 10 milioni nelle aree ricche. Ma dal crac di Lehman è scaturito un altro mondo. Oggi le filiali sono oltre 20 mila e calano al tasso di 100 al mese. Tra gennaio e giugno i gruppi attivi in Italia ne avevano chiuse altre 593, secondo l’Osservatorio dedicato da First Cisl: senza deflettere rispetto alla lunga marcia (indietro). Tra il 2018 e il 2022 hanno chiuso 6.388 sportelli, 1.277 l’anno, e mesi fa la Fisac Cgil stimava per il quadriennio 2023-2027 2.500 chiusure totali, con «probabile diminuzione dei tassi di chiusura» e una media dimezzata a 625 l’anno. Però finora le chiusure 2023 sono il doppio della media stimata: per il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani, un «ritmo insostenibile che mette a rischio l’economia dei territori e la coesione sociale». Lo spaccato geografico mostra che la desertificazione colpisce le province in modo difforme: con differenze marcate in una stessa regione, una certa resilienza al Sud, e le grandi città lontane dalle posizioni più virtuose della classifica stilata da First Cisl.
Le tappe
La lunga traversata del deserto bancario ha più tappe intermedie. Dapprima con l’azzeramento dei tassi di interesse Bce, che ha mandato in rosso il conto “profitti e perdite” della filiale dell’angolo; nel senso che le entrate da margini su mutui e prestiti, più le commissioni da gestioni e servizi, spesso non bastano per coprire i costi di muri e personale (due anni fa in Gran Bretagna si stimò che un’agenzia costava in media 680 mila euro). Poi la pandemia e i lockdown, da metà 2020, hanno costretto gli italiani a colmare la loro arretratezza tecnologica rispetto ai popoli anglosassoni, con un duro colpo al traffico commerciale delle filiali. Tre anni dopo, il cellulare è la nuova filiale tascabile per metà degli utenti, per giunta la banca digitale agli italiani piace: un sondaggio globale di giugno fatto dal consulente Gft mostra che due terzi degli intervistati non intendono cambiare istituto, e se dovesse farlo guarderebbe per prima cosa (al 45%) la fruibilità della app bancaria rivale.
Questa corsa decennale a innovare da inizio 2023 registra lo scatto verso l’intelligenza artificiale, già un obbligo per le grandi banche (ma il 56% degli intervistati da Gft ancora diffida degli “assistenti virtuali”), porta a concentrare ulteriormente gli investimenti sulla tecnologia e rischia di destabilizzare una storica infrastruttura del Paese. In ogni campo, infatti, quando si tagliano costi si inizia dai rami “secchi”, ma seguitando nel tempo si vanno a toccare i rami vivi, e la qualità dei servizi. Quante altre filiali potranno chiudere coniugando servizi efficienti e “tenuta” del sistema territoriale?
Intesa e Unicredit
Le mosse di Intesa Sanpaolo e di Unicredit, araldi del settore domestico e padrone di un terzo del mercato, segnano la traccia. La prima, con oltre due terzi dei 12,4 milioni di clienti che usano la app mobile, ha investito 5 miliardi in tecnologie nel piano 2022-2025, che prevede lo stop di 1.500 filiali, 800 già chiuse. La maggior banca italiana ha oggi 3.152 filiali, benché dal 2020 ne abbia chiuse più della media: come anche Bper, altro grande gruppo autore di fusioni nel periodo. Le chiusure fatte da Intesa Sanpaolo riguardano agenzie con numero di operazioni inferiori alla media, e il 90% di esse è fattibile tramite gli sportelli automatici Atm/Mta, che in Italia sono 6.200. Giorni fa l’ad Carlo Messina ha annunciato altri 500 milioni di «apporto aggiuntivo al risultato corrente lordo 2025» per la «forte spinta tecnologica» in atto, che due mesi fa ha visto nascere Isybank, il polo digitale. Unicredit, la cui clientela compie il 98% delle transazioni su canali non fisici, nel piano 2022-24 varato dall’ad Andrea Orcel ha minimizzato le chiusure: anche perché l’ex Mustier ne aveva fatte 450, e altri 1.381 punti erano scomparsi tra il 2007 e il 2019. Il piano Orcel, che punta 2,8 miliardi sulla tecnologia, prevede risparmi per 1,5 miliardi, anche con accorpamenti di filiali che dal 2022 hanno ridotto di 84 unità, a 1.973 sportelli, la rete italiana.
Andrea Filtri, a capo di Mediobanca Securities, otto mesi fa diffuse uno scenario in cui stimava che gli istituti europei avrebbero subito una contrazione media del 30% dei ricavi per la trasformazione tecnologica, e serviva un taglio medio del 60% dei costi per tenerne invariata la redditività. E concludeva: «Il bancosauro europeo malgrado la minaccia è in grado di evolvere, sfruttando la tecnologia per saltare sull’asteroide che potrebbe estinguerlo». I dati a giugno – specie delle banche italiane – mostrano che tale scenario è in fieri: i bancosauri sfruttano i rialzi dei tassi - che hanno allargato di 400 punti base la forbice sugli impieghi – per accelerare gli investimenti digitali, mentre non soffrono l’inflazione sul lato costi, grazie anche a digitalizzazione e chiusure di filiali. Il rapporto costi/ricavi di Intesa Sanpaolo e di Unicredit è sceso ai minimi storici, attorno al 40%.
La questione che già da anni si pone nei Paesi più digitalizzati è quanto sia accettabile la rarefazione della rete, e dei punti di prelievo (è la riduzione del contante l’altro killer silente degli sportelli). Fin dal 2020 Gran Bretagna, Scozia, Svezia, Usa hanno adottato, o studiato, forme di mitigazione: progetti pilota di filiali condivise, chioschi bancari gestiti tra più istituti, distanze massime tra le filiali. Alcune simili misure si stanno diffondendo anche tra gli intermediari italiani. Che come i colleghi stranieri preferirebbero evitare che se ne occupi un giorno il governo.