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Extraprofitti, banche giù in Borsa. Il governo mette un tetto alla tassa

Bruciati in una sola seduta 9 miliardi di capitalizzazione, poi il ministro Giorgetti contatta gli istituti e corre ai ripari
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MILANO — La tassa sugli “extraprofitti” bancari, mossa muscolare abbozzata dal consiglio dei ministri lunedì sera, in una seduta toglie 8,65 miliardi di euro al settore quotato a Piazza Affari.

Una somma che fino a ieri sera, in tutte le stime di addetti ai lavori come Mediobanca, Ubs, Jefferies, ma anche di fonti sindacali, era molto simile a quello che l’esecutivo avrebbe potuto intascare dagli istituti italiani, tassando al 40% la crescita dei loro “margini di interesse” (divario tra tassi imposti ai clienti e quelli pagati ai depositanti) nel 2023, frutto di nove rialzi dei tassi Bce in un anno. Un pasticcio fumante, che ha distrutto valore (e circa il 30% in capo a famiglie italiane), allontanato gli investitori esteri e irritato i banchieri, spiazzati da una norma che speravano di avere scansato a giugno, quando dopo i primi rumors il ministro del Tesoro, Giancarlo Giorgetti, disse: «Non è all’ordine del giorno».

In serata, con la paura che iniziava a diffondersi nei contatti …

MILANO — La tassa sugli “extraprofitti” bancari, mossa muscolare abbozzata dal consiglio dei ministri lunedì sera, in una seduta toglie 8,65 miliardi di euro al settore quotato a Piazza Affari.

Una somma che fino a ieri sera, in tutte le stime di addetti ai lavori come Mediobanca, Ubs, Jefferies, ma anche di fonti sindacali, era molto simile a quello che l’esecutivo avrebbe potuto intascare dagli istituti italiani, tassando al 40% la crescita dei loro “margini di interesse” (divario tra tassi imposti ai clienti e quelli pagati ai depositanti) nel 2023, frutto di nove rialzi dei tassi Bce in un anno. Un pasticcio fumante, che ha distrutto valore (e circa il 30% in capo a famiglie italiane), allontanato gli investitori esteri e irritato i banchieri, spiazzati da una norma che speravano di avere scansato a giugno, quando dopo i primi rumors il ministro del Tesoro, Giancarlo Giorgetti, disse: «Non è all’ordine del giorno».

In serata, con la paura che iniziava a diffondersi nei contatti tra istituti, investitori e Tesoro, quest’ultimo ha diffuso una nota che, nel chiarire alcuni aspetti della legge in fieri, l’ha mitigata: «La misura, ai fini della salvaguardia della stabilità degli istituti, prevede anche un tetto massimo per il contributo che non può superare lo 0,1% del totale dell’attivo». Detto che ogni banca pagherà, a metà 2024, in base al suo attivo, Banca d’Italia a maggio censiva attivi aggregati per 3.952 miliardi. Il tetto posto dal Tesoro, nel complesso, limita dunque a 3,95 miliardi la tassa sugli extraprofitti (che è semmai sugli “extramargini”).

Nella nota si legge anche che «gli istituti che hanno già adeguato i tassi sulla raccolta, come raccomandato il 15 febbraio con specifica nota di Bankitalia, e dal ministro Giorgetti lo scorso 5 luglio, non avranno impatti significativi come conseguenza della norma approvata ieri». È il caso di Banca Sistema, che ieri ha reso noto che si attende un un impatto «non rilevante o nullo», per il fatto che già remunera i conti correnti dei clienti al 2%, e i suoi conti deposito fino al 4,75%». Come notava Unimpresa, invece, le banche di sportello italiane remunerano in media lo 0,32% i 670 miliardi di euro di depositi, impiegando i soldi a un 4,25% medio. E finora sono, malgrado i moniti, le più lente in Europa a chiudere questa forbice.

In Borsa, ieri, gli investitori hanno reagito nel modo peggiore: vendendo. I ribassi hanno travolto il settore – reduce da un anno di gloria in cui il Ftse Italia banche è salito del 50% – e alla fine Bper e Mps hanno perso quasi l’11%, quasi il 10% Fineco, oltre il 9% Banco Bpm, oltre l’8% Intesa Sanpaolo, quasi il 6% Unicredit e Mediolanum, e Mediobanca il 2,5%. Una fumata da 8,65 miliardi, pari al 7,59% dell’indice banche. Gli operatori sono apparsi disorientati. Intanto perché non s’aspettavano più la norma, dopo le smentite di giugno. Inoltre perché siamo all’8 agosto, e nel mercato estivo ogni notizia produce movimenti amplificati. Specie se, terzo fattore, molte prime linee bancarie erano in vacanza, dopo la diffusione dei conti semestrali negli ultimi 15 giorni.

Conti che per inciso mostravano utili record, per 11,5 miliardi solo tra i primi 10 gruppi, +62% sul giugno 2022 e sospinti proprio dal margine d’interesse pompati dai tassi. Tanta grazia prefigurava possibili richieste di soldi del governo, come avvenne l’anno scorso sugli utili del settore energia. Ma c’è un modo per fare le cose: e il blitz di ieri è piaciuto a pochi. Peraltro già la presidenza del Consiglio, ieri pomeriggio, aveva diffuso un testo delle misure di lunedì che ritoccava, alzandole, le franchigie minime al di sotto delle quali la tassa sugli extramargini non si applica: sballando i primi calcoli degli investitori. «È una mossa che potrebbe avere ripercussioni anche nel lungo periodo perché scoraggia gli investitori, soprattutto i fondi internazionali generalisti, che hanno bisogno di sicurezza regolamentare per investire in un settore complesso come quello bancario», dice Marco Nicolai analista di Jefferies.

Proprio Jefferies, che ha stimato 3,3 miliardi di extra tassa sul 2023, ha dovuto riscrivere la nota dopo il rialzo delle franchigie: dal 6 al 10% sugli extramargini 2023, dal 3 al 5% su quelli 2022. La bozza, infatti, applica la tassa al singolo anno in cui la crescita dei margini è più alta rispetto al 2021; per quasi tutti è il 2023, poiché nel ‘22 la Bce avviò i rialzi solo a luglio. Sui dati Bankitalia, nel 2021 il margine d’interesse aggregato fu 38 miliardi, mentre a metà 2023 i primi 10 gruppi (circa metà del mercato) erano a 20 miliardi, e l’accelerazione in atto fa stimare 65 miliardi di margini a fine anno: 26 miliardi più del 2021. Tolto il 10% di franchigia restano 26 miliardi da tassare al 40%, pari a 9,3 miliardi. È circa quello che gli investitori hanno limato dalle quotazioni ieri, prima che il Tesoro riparasse il “tetto”. Oggi la Borsa forse rimbalzerà. Ma far rimbalzare la credibilità è più arduo che non i numeri.

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