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“Da Pechino una dose eccessiva di debiti: le conseguenze possono essere dolorose per tutti”

Intervista a Kenneth Rogoff, economista e docente di Harvard: “La Cina ha alimentato la sua crescita con troppa liquidità, facilitata dall’essere un Paese dirigista con tante imprese pubbliche. E fin quando dura la guerra nessuno può dirsi tranquillo”
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MILANO – «Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il “superciclo del debito”, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti». Kenneth Rogoff, classe 1953, docente di Public policy ad Harvard, uno dei più prestigiosi macroeconomisti del mondo, guarda con allarme ai dati in arrivo da Pechino. Un deja vu: il superciclo del debito è quello che porta a far crescere troppi crediti “facili” nei momenti buoni dell’economia.

Professore, apprendiamo da lei di questa specie di maledizione sulle economie mondiali: ma com’è possibile che il “superciclo” ci abbia messo tanto per approdare al capolinea cinese?

«C’è stato qualche ritardo per la pandemia e poi la guerra, eventi assolutamente straordinari che hanno falsato la “tabella di marcia”, ma non poteva essere altrimenti. Per difendersi dai contraccolpi prima de…

MILANO – «Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il “superciclo del debito”, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti». Kenneth Rogoff, classe 1953, docente di Public policy ad Harvard, uno dei più prestigiosi macroeconomisti del mondo, guarda con allarme ai dati in arrivo da Pechino. Un deja vu: il superciclo del debito è quello che porta a far crescere troppi crediti “facili” nei momenti buoni dell’economia.

Professore, apprendiamo da lei di questa specie di maledizione sulle economie mondiali: ma com’è possibile che il “superciclo” ci abbia messo tanto per approdare al capolinea cinese?

«C’è stato qualche ritardo per la pandemia e poi la guerra, eventi assolutamente straordinari che hanno falsato la “tabella di marcia”, ma non poteva essere altrimenti. Per difendersi dai contraccolpi prima della crisi americana e poi di quella europea, la Cina aveva alimentato la sua economia, facilitata dal fatto di essere un Paese dirigista con moltissime imprese pubbliche, con enormi dosi di debito. Non a caso, mentre Usa ed Europa si arrovellavano in crisi spaventose, la Cina proseguiva la sua corsa. Vi siete mai chiesti perché? Ora inevitabilmente i nodi vengono al pettine».

Il punto di caduta, come in America, coincide con una bolla immobiliare. Come mai?

«Proprio così, ma anche in Europa se ci pensate l’edilizia è un settore guida, solo che essendo un’economia più matura viene “superato” dai servizi e dal manifatturiero d’eccellenza, e così eventuali crisi risultano compensate. In Cina, lo spazio medio per cittadino era di 7,1 metri quadrati nel 1990 e ha raggiunto i 48,7 metri quadri nel 2022, più o meno il “living space” di molte economie avanzate. Buon per loro, certo, ma questo è stato ottenuto al costo di un massiccio indebitamento che renderà inevitabile per almeno i prossimi due decenni una contrazione dell’attività di costruzione, e anche di tutto il connesso settore dello sviluppo infrastrutturale. A catena, ciò porta all’emergere di vulnerabilità pesanti nell’occupazione, nella finanza, e ovviamente nell’economia pubblica, specialmente a livello di autorità locali. A tutto questo si aggiungono la frenata dell’export dovuta alla deglobalizzazione e i negativi fattori demografici».

La Cina, ormai ufficialmente in deflazione, dovrà adattarsi anche alla recessione?

«Intendiamoci, le capacità cinesi di resistere a una crisi economica sono ampiamente sperimentate. Solo che stavolta il mix di frenata della crescita ed esplosione della bolla dell’indebitamento è davvero senza precedenti. Il settore immobiliare, ricordiamolo, è pari al 23% del Pil, e arriva al 26% se contiamo anche l’import. Ed è stato accompagnato nella sua crescita, come tutta l’economia, da massicci interventi statali che hanno comportato l’assunzione di enormi masse di debito. Debiti privati e pubblici si sono integrati, e ora di fronte ai cambiamenti geopolitici, soprattutto come ricordavo la retromarcia della globalizzazione alla quale si è accompagnato il rallentamento dovuto all’inflazione mondiale, tutto si è dissolto con una velocità impressionante».

In due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande e Country Garden,hanno dato forti segnali di stress, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione del Chapter 15 in America. La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, non sta meglio: la crisi si generalizza?

«Temo di sì. La teoria del “superciclo del debito” sta prendendo il posto della “stagnazione secolare”, che peraltro non si è mai vista. In questo caso, invece, le ripercussioni saranno pesanti in tutto il mondo».

Per singolare coincidenza (o forse no?) gli Stati Uniti “celebrano” in questi giorni il “soft landing”, sono cioè usciti dalla bufera dei rialzi senza recessione.

«È vero che gli Stati Uniti hanno “outperformed”, sono cioè andati molto meglio delle previsioni dei mercati. Forse una piccola parte del merito va all’Inflation reduction act, che contiene – inutile negarlo – forti elementi protezionisti perché sussidia investimenti sostenibili in America fatti da aziende europee che avrebbero altrimenti investito in Europa. Quello che non è affatto chiaro è però se questi investimenti si dimostreranno economicamente efficaci quando i sussidi verranno meno».

Però almeno l’inflazione, su entrambi i lati dell’oceano, sembra rallentare. Durerà?

«È vero, l’inflazione “headline”, cioè il tasso complessivo, è sceso. Preoccupa però il tasso “core”, cioè quello che non tiene conto dell’energia bensì di tutto il resto dell’economia che ha ormai inglobato i rialzi, originati paradossalmente proprio dall’energia che adesso è scesa, e difficilmente ridurrà i prezzi. Come ho spiegato a Milano quando venni vostro ospite in marzo (all’evento di presentazione del nuovo

Affari & Finanza, ndr) gli investitori non devono aspettarsi che i tassi d’interesse, sia in America che in Europa, comincino troppo presto a scendere, e meno che mai che arrivino ai livelli “ultra low” raggiunti dopo le due crisi di cui parlavo, 2008 e 2020. L’inevitabile normalizzazione è in pieno svolgimento. Tutto questo avviene, non dimentichiamolo mai, in un pianeta sconvolto da una guerra drammatica: finché non finirà, nessuno potrà dirsi tranquillo». 

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