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Roberto Colaninno è morto. Il capitano coraggioso che scalò Telecom con l’Opa del secolo

Aveva 80 anni. La scalata alla società delle Tlc e la cordata dei “capitani coraggiosi”. Era Cavaliere del Lavoro dal Duemila
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Se ne va un protagonista del capitalismo italiano degli ultimi trent’anni, Roberto Colaninno, classe 1943, un imprenditore verace che dalla provincia di Mantova è riuscito a scalare le vette delle grandi società quotate in Borsa, con alterne vicende: prima con la Sogefi, poi all’Olivetti, quindi il salto carpiato in Telecom Italia, il ritorno sulla terra con il rilancio della Piaggio e il tentativo finito male di risollevare l’Alitalia.

Un manager che ben presto è diventato imprenditore, fin da quando aveva il 5% della ex Fiamm (poi Sogefi), società che vendeva filtri per auto e che agli inizi degli anni ’90 portò in dote all’Ingegner Carlo De Benedetti, l’uomo che da quel momento fu determinante per la sua carriera.

Dopo aver dimostrato caparbietà e tenacia in un settore difficile e poco glamour come la componentistica auto, Colaninno nel 1995 viene chiamato proprio dall’Ingegnere per una “mission impossible”, il rilancio dell’Olivetti che stava rischiando di caracollare a causa del …

Se ne va un protagonista del capitalismo italiano degli ultimi trent’anni, Roberto Colaninno, classe 1943, un imprenditore verace che dalla provincia di Mantova è riuscito a scalare le vette delle grandi società quotate in Borsa, con alterne vicende: prima con la Sogefi, poi all’Olivetti, quindi il salto carpiato in Telecom Italia, il ritorno sulla terra con il rilancio della Piaggio e il tentativo finito male di risollevare l’Alitalia.

Un manager che ben presto è diventato imprenditore, fin da quando aveva il 5% della ex Fiamm (poi Sogefi), società che vendeva filtri per auto e che agli inizi degli anni ’90 portò in dote all’Ingegner Carlo De Benedetti, l’uomo che da quel momento fu determinante per la sua carriera.

Dopo aver dimostrato caparbietà e tenacia in un settore difficile e poco glamour come la componentistica auto, Colaninno nel 1995 viene chiamato proprio dall’Ingegnere per una “mission impossible”, il rilancio dell’Olivetti che stava rischiando di caracollare a causa del declino nel business dei Pc, ma che aveva in pancia una pepita d’oro non ancora valorizzata del tutto, Omnitel. È già in quel frangente, raccogliendo il guanto di sfida in cambio di generose stock option, che il ragioniere di Mantova, così veniva chiamato, mostrò il suo coraggio ed entrò nel grande giro del capitalismo italiano, sebbene non ne avesse mai frequentato i salotti, neanche successivamente. L’impresa era ardua, si trattava di smantellare il core business della società di Ivrea, puntando tutto sul crescente sviluppo della telefonia mobile che l’Ingegnere era riuscito a strappare dalle mani di Berlusconi con un’offerta generosa e appena prima che il Cavaliere diventasse presidente del Consiglio per la prima volta.

Per Colaninno il famoso coniglio dal cappello spuntò fuori grazie a Giorgio Garuzzo, manager Fiat, che gli presentò i tedeschi della Mannesmann, azienda manifatturiera che stava affrontando un percorso simile all’Olivetti avendo appena vinto la gara per gestire la telefonia mobile in Germania. Forte della sua indiscussa capacità nel condurre le trattative, anche con toni aspri, partì alla volta di Dusseldorf con i consulenti più fidati, il banchiere della Lehman Brothers Ruggero Magnoni e l’avvocato Sergio Erede, facendo tappa a Saint Moritz dove riuscì a strappare l’ok dell’Ingegnere alla vendita di una quota di minoranza della Oliman, la scatola che controllava Omnitel. «Se ce la fa, lei è Mandrake», raccontano che gli disse De Benedetti e al ritorno, forte dell’accordo con i tedeschi, riuscì a strappare al banchiere Pier Francesco Saviotti una linea di credito di 100 miliardi di lire con cui riuscì a pagare gli stipendi ai dipendenti Olivetti.

Ma l’accordo conteneva una clausola capestro, che condizionò il futuro delle telecomunicazioni in Italia: dopo tre anni era prevista la possibilità per Mannesmann di prendere il controllo di Omnitel senza pagare un premio di maggioranza. È da questa spada di Damocle che nacque nel 1999 la pazza idea di vendere tutta Omnitel ai tedeschi (che poi sarà rivenduta alla Vodafone) per ottenere i soldi necessari a scalare Telecom. L’Opa del secolo, 100 mila miliardi di valutazione dell’azienda, arrivò come un fulmine (quasi) a ciel sereno mentre Massimo D’Alema aveva appena raccolto i cocci di un governo Prodi caduto sotto i colpi di Bertinotti e Franco Bernabè da due mesi era al vertice della società di tlc appena privatizzata. È in questo contesto che Colaninno e la “razza padana”, formata da un nugolo di imprenditori bresciani capeggiati da Emilio Gnutti, si lanciarono all’attacco del “piccolo mondo antico” del capitalismo italiano, sostenuti da D’Alema e da Pierluigi Bersani, dalla Consob di Spaventa, dalla Mediobanca di Cuccia che scelse di affiancare le grandi banche internazionali, Lehman, Chase Manhattan, Dlj, nel finanziamento di un’offerta ostile senza precedenti in Europa. L’impresa riuscì ma da quel momento cominciarono i guai. I due anni vissuti pericolosamente da Colaninno a capo della Telecom, tra tagli dei costi, operazioni finanziarie volte a ridurre il debito, acquisti spericolati nel bel mezzo della bolla internet (Seat fu valutata 20 miliardi di euro), finiscono con lo stop del banchiere Silvano Pontello che chiede a Gnutti e soci di rientrare dai debiti e con Erede che fa da ponte alla discesa in campo dei Benetton e della Pirelli. Per il ragioniere di Mantova, che esce abbattuto nell’animo ma ricco nel portafogli (più di 350 milioni in tasca), si apre un nuovo capitolo della carriera.

Dopo aver per un momento messo gli occhi sulla Fiat, torna con i piedi per terra puntando i suoi soldi sul rilancio della Piaggio, che gli riesce benissimo, mettendo a frutto le sue capacità di manager e imprenditore attento ai costi e rispettoso dei rapporti con i lavoratori. Capisce ben presto che il marchio Vespa può aprire nuove frontiere e si lancia alla conquista dei mercati del sud est asiatico, prima in Vietnam, contro il parere di tutti, poi in India e quindi in Indonesia, dove lo scorso marzo ha inaugurato un nuovo stabilimento. Anche le moto di Aprilia e Guzzi sono rimesse su un percorso positivo, la scelta di entrare nella Moto GP è ancora sua, e si rivela azzeccata. Sulla sella di Piaggio Colaninno si afferma sempre più come l’industriale dei trasporti italiano, anche se fallisce dove nessuno è riuscito finora a guadagnare un soldo, l’Alitalia. Nel 2008 Berlusconi torna al governo, rompe l’accordo con i francesi di Air France-Klm e sollecita una cordata di “capitani coraggiosi” a scendere in campo. Colaninno si fa attirare dalla sirena della sfida per le imprese impossibili, vorrebbe una rivincita dopo l’esperienza troncata sul nascere in Telecom, fa ancora di testa sua e si getta nella mischia. Ma le paludi romane lo risucchiano e deve capitolare con 100 milioni di perdite per la sua Immsi. Ora toccherà ai figli Michele, che già gestisce la holding di famiglia, e Matteo, per tre legislature eletto nelle liste del Pd, raccogliere il testimone, soprattutto alla Piaggio dove non esiste un piano di successione ben definito.

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