Landini “Meloni ci riceva subito. Il lavoro povero battaglia d’autunno”
di Valentina ConteROMA – La Cgil è pronta a inviare una lettera alla premier Giorgia Meloni per chiederle di «convocare le parti sociali e aprire una trattativa vera dopo tanti tavoli finti sul rinnovo dei contratti, la crescita di salari e pensioni, una legge sulla rappresentanza e il salario minimo». Perché il Cnel, a cui il governo ha affidato il compito di elaborare una proposta entro 60 giorni, «non è il posto giusto per una mediazione». Il segretario generale Maurizio Landini si prepara alla manifestazione del 7 ottobre a Roma con più di 100 associazioni laiche e cattoliche: «Fa bene la premier a preoccuparsi: la piazza sarà molto piena. E siamo pronti a usare tutti gli strumenti, compreso il referendum, per cancellare le leggi che creano precarietà».
Preludio di sciopero generale in autunno? Per Meloni sarebbe uno sciopero «a priori» contro la manovra, ma senza la manovra.
«Lo decideranno lavoratori, pensionati e giovani che consulteremo a settembre su un documento di proposte precise. Il…
ROMA – La Cgil è pronta a inviare una lettera alla premier Giorgia Meloni per chiederle di «convocare le parti sociali e aprire una trattativa vera dopo tanti tavoli finti sul rinnovo dei contratti, la crescita di salari e pensioni, una legge sulla rappresentanza e il salario minimo». Perché il Cnel, a cui il governo ha affidato il compito di elaborare una proposta entro 60 giorni, «non è il posto giusto per una mediazione». Il segretario generale Maurizio Landini si prepara alla manifestazione del 7 ottobre a Roma con più di 100 associazioni laiche e cattoliche: «Fa bene la premier a preoccuparsi: la piazza sarà molto piena. E siamo pronti a usare tutti gli strumenti, compreso il referendum, per cancellare le leggi che creano precarietà».
Preludio di sciopero generale in autunno? Per Meloni sarebbe uno sciopero «a priori» contro la manovra, ma senza la manovra.
«Lo decideranno lavoratori, pensionati e giovani che consulteremo a settembre su un documento di proposte precise. Il loro voto ci darà forza per continuare la mobilitazione partita a maggio quando il primo confronto con la premier ha prodotto solo una serie di tavoli finti. Ci sono molte adesioni per il 7 ottobre e tanti ci dicono di andare avanti perché non si arriva alla fine del mese».
La premier vi ha spiazzato aprendo la Sala Verde alle opposizioni l’11 agosto? Perché ora le scrivete una lettera?
«È importante che le forze politiche si occupino di retribuzioni e salari. Sono anni che lo chiediamo. Ma se il governo vuole affrontare seriamente la questione del lavoro povero allora non deleghi a nessuno, non si nasconda e convochi le parti sociali che in questi anni hanno firmato i contratti più rappresentativi. Lasciando fuori i sindacati e le associazioni senza rappresentanza. Questo vogliamo chiederle».
Ma il Cnel non è la casa delle parti sociali?
«Non è certo il luogo dove scaricare le responsabilità del governo. E poi non ci risulta alcun atto formale di investitura del Cnel da parte di Palazzo Chigi. Lo abbiamo saputo solo da comunicati e interviste della premier. Tra l’altro ricordo che tutti i consiglieri del Cnel sono scaduti. E ci sono contenziosi in atto, anche la Cgil ha fatto ricorso, perché il governo ha cambiato il peso delle rappresentanze».
Insisto, il Cnel non è il posto giusto per una mediazione?
«Il compito del Cnel è un altro: istruttorio e consultivo, visto che gestisce anche l’archivio dei contratti collettivi. Ma non può sostituirsi né al governo, che è controparte nel rinnovo dei contratti pubblici. Né tantomeno al Parlamento da cui ci aspettiamo una legge sulla rappresentanza, per dare attuazione agli articoli 36 e 39 della Costituzione e validità erga omnes ai contratti nazionali più rappresentativi. Né alle parti sociali. Con quale titolarità il Cnel entra sul tema del salario minimo quando esistono già disegni di legge depositati in Parlamento?».
E se invece il governo puntasse a un voto del parlamentino del Cnel su una proposta di salario minimo ad esempio settoriale?
«Eventuali decisioni prese a maggioranza decreterebbero la fine del Cnel perché il suo ruolo non è mediare. Le leggi le fa il Parlamento. Le trattative le fanno le parti sociali. Altrimenti mi chiedo a cosa serva avere un ministro del Lavoro. Meloni ci convochi e iniziamo a discutere».
Nel documento che a settembre sottoporrete al voto c’è il salario minimo. Ma senza l’indicazione dei 9 euro. Li sconfessate?
«I 9 euro sono una base di discussione. Quello che conta è partire da un principio: 5-6 euro all’ora è una paga da fame».
Un tempo non lontano eravate contro un livello di legge per il salario. Mentre il partito della premier a favore. Si sono invertite le posizioni, cos’è successo?
«Noi abbiamo sempre chiesto una legge sulla rappresentanza per dare valore erga omnes ai contratti collettivi, estendendo così a tutti i lavoratori i trattamenti economici complessivi comprensivi di minimi, diritti e tutele. Poi però in quindici anni le cose sono cambiate e abbiamo dovuto fare i conti con la realtà. Fatta di contratti saliti da 200 a 1.000 per l’esplosione di quelli pirata firmati da chi non rappresenta nessuno. E di accordi scaduti da anni difficili da rinnovare o rinnovati con paghe basse. Anche da Cgil, Cisl e Uil».
Ora chiedete aiuto alla legge?
«Non è la politica che decide il salario, ma i contratti. La politica e quindi la legge possono però porre un vincolo e dire che sotto un certo livello non si scende. Questo rafforza la contrattazione, non la indebolisce. E non è assolutamente vero dire, come fa la premier, che i salari sopra la soglia rischiano di essere tagliati. Specie se si fa la legge sulla rappresentanza e si estendono gli stessi diritti a tutti i lavoratori, anche agli autonomi».
Cosa c’è sul tavolo della trattativa col governo?
«Cancellare i contratti pirata. Una legge sulla rappresentanza che faccia votare i lavoratori sugli accordi e che dia l’erga omnes ai contratti, riducendo così il loro numero. E fissi un salario minimo orario valido per tutti. Rendere strutturale il taglio del cuneo contributivo, rivalutando in automatico le detrazioni di lavoratori e anche pensionati all’inflazione.
Concentrare tutte le risorse possibili per detassare gli aumenti dei rinnovi dei contratti nazionali. Senza disperderli in aiuti su tredicesime, straordinari e contratti di secondo livello che non vanno a tutti. Ripristinare le sanzioni per le imprese che non vogliono rinnovare. Cancellare la precarietà, tra voucher, subappalti a cascata e contratti a tempo senza causale. Rinnovare i contratti pubblici».
Un vasto programma, il governo già fatica con le coperture per la legge di bilancio.
«La manovra sarà il banco di prova di questo governo dopo tante chiacchiere. Le risorse si trovano dove ci sono: evasione ed extraprofitti non solo delle banche. E con una vera riforma fiscale che non è quella della legge delega. Se si vogliono rilanciare consumi e Pil e definire un nuovo modello di sviluppo, non si può prescindere dal sostegno ai salari mangiati dall’inflazione e alla cancellazione della precarietà».