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Shiller “Se la crisi peggiora le Borse pagheranno per prime”

Il premio Nobel per l'Economia Robert Shiller

 
Intervista al premio Nobel, docente a Yale
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«A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione». Narrazione? «Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, è stato insignito del premio Nobel nel 2013 per i suoi studi sul rischio di “epidemie narrative” che hanno grande impatto sull’economia. «Il problema è particolarmente acuto laddove, come in Cina, non esiste un’informazione democratica e oggettiva che consenta ai cittadini di avere un’esatta idea della situazio…

«A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione». Narrazione? «Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, è stato insignito del premio Nobel nel 2013 per i suoi studi sul rischio di “epidemie narrative” che hanno grande impatto sull’economia. «Il problema è particolarmente acuto laddove, come in Cina, non esiste un’informazione democratica e oggettiva che consenta ai cittadini di avere un’esatta idea della situazione. Per questo gli autocrati sono sempre pericolosi e imprevedibili. Come Putin, o il generale Gualtieri (il dittatore argentino, ndr) o andando ancora più indietro in un caso a voi familiare, Mussolini».

Il mondo intero si chiede se il “malessere” cinese sarà contagioso.

«Forse non direttamente perché la Cina è un sistema finanziario chiuso. Però lo sarà per il contrarsi di un mercato essenziale alla crescita mondiale, come lo è stato per questi trent’anni di vertiginosa crescita che potrebbe fermarsi. E poi c’è ancora una volta l’elemento psicologico, a livello mondiale. Una crisi conclamata in Cina non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi conto le “tigri” asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo, non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani, e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi (fra cui l’Italia, ndr). Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggrava».

Qual è l’atteggiamento più produttivo che deve tenere l’occidente?

«Una vigile attesa, senza esasperare le tensioni. Per esempio su Taiwan, che è il jolly che ha in mano la Cina. Se per qualche motivo i punti di attrito dovessero esplodere, l’invasione dell’isola diventerebbe probabile con le catastrofiche conseguenze del caso».

È troppo chiedere a Pechino di abbandonare la sua ambigua equidistanza nella guerra in Ucraina?

«Come dicevo, è difficile chiedere alcunché a un’autocrazia. Non c’è riuscito nemmeno Kissinger. La Cina è il principale mercato per Mosca: l’interscambio è aumentato del 27% nel 2022 sull’anno prima fino a 188 miliardi di dollari. E, secondo quanto leggo sui dati del China’s Administration of Customs, nei primi cinque mesi di quest’anno ha raggiunto i 93,8 miliardi, il 41% in più dello stesso periodo del 2022. Comunque per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America, in grado di reggere il calo del 14% del totale registrato fin qui quest’anno».

Un legame inscindibile?

«Diciamo cruciale per tutti. In questa settimana sono attesi due appuntamenti quasi contemporanei, dai quali si potranno ricavare utili indicazioni. Il primo è la riunione dei Brics a Johannesburg, dove per la Russia andrà il ministro Lavrov, che sarà concentrato su come plasmare un mondo meno “americanocentrico”».

Il secondo appuntamento?

«Riguarda l’occidente ed è il summit dei banchieri centrali di Jackson Hole in cui si fronteggeranno falchi e colombe dei rispettivi schieramenti».

Finora hanno prevalso i falchi sia alla Bce che alla Fed.

«Va tenuto presente che entrambe le banche centrali hanno sì alzato bruscamente i tassi ma si sono trovate di fronte non uno ma due nemici: l’inflazione rampante e la politica fiscale (in senso anglosassone, la politica economica, ndr), tendenzialmente espansionista su entrambi i lati dell’oceano, in America con l’Inflation Reduction Act e in Europa con il NextGenEU. La lotta all’inflazione è stata così più difficile. Un punto a favore, almeno per uno dei fattori in gioco soprattutto in America, è la fine della corsa all’acquisto post-pandemia. Ma non basta».

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