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Abolizione della legge Fornero, sanità e flat tax: i sogni del governo restano nel cassetto

(ansa)

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Non sarà facile portare a casa una legge di Bilancio da 25-30 miliardi senza fare deficit. Ecco perché, oltre alla cruciale conferma delle misure per i lavoratori, non ci sarà spazio per molto altro
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ROMA – Ecco tutte le promesse elettorali a cui il governo Meloni dovrà per forza di cosa rinunciare per la sua seconda manovra d’autunno. Dalla riforma delle pensioni alla tassa piatta anche per i lavoratori dipendenti. Oltre al rafforzamento della spesa pubblica: sanità, scuola e contratti pubblici.

Pensioni, addio a Quota 41. Saltano le minime a 1000 euro

L’abolizione della riforma Fornero tornerà di nuovo nel libro dei sogni della Lega. Nel 2024 si andrà ancora in pensione con i requisiti noti: 67 anni di età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne) per la pensione anticipata. Il partito del vicepremier Salvini dovrà rinunciare anche questa volta alla Quota 41 secca, sperando di prorogare almeno Quota 103 (62 anni e 41 di contributi), assieme ad Ape sociale e Opzione Donna depotenziata. Anche Forza Italia non potrà coronare il desiderio del suo fondatore e portare tutti gli assegni minimi a mille euro al mese. Al massi…

ROMA – Ecco tutte le promesse elettorali a cui il governo Meloni dovrà per forza di cosa rinunciare per la sua seconda manovra d’autunno. Dalla riforma delle pensioni alla tassa piatta anche per i lavoratori dipendenti. Oltre al rafforzamento della spesa pubblica: sanità, scuola e contratti pubblici.

Pensioni, addio a Quota 41. Saltano le minime a 1000 euro

L’abolizione della riforma Fornero tornerà di nuovo nel libro dei sogni della Lega. Nel 2024 si andrà ancora in pensione con i requisiti noti: 67 anni di età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne) per la pensione anticipata. Il partito del vicepremier Salvini dovrà rinunciare anche questa volta alla Quota 41 secca, sperando di prorogare almeno Quota 103 (62 anni e 41 di contributi), assieme ad Ape sociale e Opzione Donna depotenziata. Anche Forza Italia non potrà coronare il desiderio del suo fondatore e portare tutti gli assegni minimi a mille euro al mese. Al massimo punterà a confermare i 600 euro per gli over 75 che scadono a fine anno. In tutto, il pacchetto dei rinnovi vale un miliardo. Non è poco, ma non è neanche la rivoluzione sognata dalla destra in campo previdenziale. L’altolà più autorevole d’altro canto arriva da un esponente leghista di primo livello, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Non c’è nessuna riforma delle pensioni che tiene nel medio e lungo periodo con il nostro tasso di natalità». E la spesa pensionistica, per via della rivalutazione automatica all’inflazione, nel 2024 veleggerà a 340 miliardi. L’anno scorso eravamo a 297.

Fisco, La tassa piatta estesa anche ai dipendenti resta solo una promessa

La tassa piatta, altro sogno nel cassetto del governo di destra, rimarrà così com’è: un regalo per le ricche partite Iva. Il limite alzato nella prima manovra dell’epoca Meloni - da 65 a 85 mila euro - include redditi da lavoro autonomo che hanno molta convenienza a pagare un 15% secco anziché rientrare nell’Irpef ordinaria. Le piccole partite Iva, ignorate invece da questo governo, non se ne giovano perché non possono permettersi di non dedurre le spese. La promessa di estendere la flat tax a tutti, anche ai dipendenti, non è dunque fattibile perché scasserebbe i conti dello Stato, come dimostrato da autorevoli proiezioni di Bankitalia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Palazzo Chigi continua a ripetere che quello rimane «un obiettivo di legislatura»: una formula ormai logora per procrastinare. Già sarà un miracolo se il viceministro all’Economia Maurizio Leo (FdI) riuscirà a portare da quattro a tre le aliquote Irpef. Giusto in tempo per provare a mitigare lo scalino o scalone che 13,8 milioni di lavoratori dipendenti potrebbero trovarsi in busta paga a gennaio per via del rinnovo del taglio del cuneo contributivo attuale nella sua versione ridotta di “sconto medio” che si tradurrà in meno soldi rispetto a dicembre.

Scuola e sanità, Nessun margine per supplenti e caro-stanze

La scuola e la sanità, come tutto il comparto pubblico, sono in sofferenza da anni e decenni. Di più nell’ultimo biennio e non solo per lo tsunami del Covid. Ma per la super inflazione che di fatto ha rovesciato sulla spesa pubblica italiana un’austerity silenziosa e non dichiarata. È bastato non recuperare l’impennata dei prezzi su questi capitoli, lasciandoli così come sono, per tagliarli implicitamente del 10-11%. Il disastro però è sotto gli occhi degli italiani che rinunciano a curarsi, di medici e infermieri che scappano dalla professione per il burnout, di insegnanti demotivati e tra i meno pagati d’Europa, di studenti ospitati in istituti fatiscenti e non adeguati alle cruciali transizioni - digitale e ambientale - che dovrebbero invece guidare. Il ministro della Salute Orazio Schillaci chiede almeno 4 miliardi per tamponare le falle più evidenti: difficilmente li avrà, la spesa sanitaria nel Def anzi scende l’anno prossimo da 136 a 132 miliardi. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara non avanza richieste, ma già è alle prese con la grana supplenti che incombe alle porte di settembre. Mentre la sua collega dell’Università Anna Maria Bernini (FI) tra poco rivedrà le tende degli universitari davanti agli atenei per il caro-stanza.

Pubblica amministrazione, A rischio i fondi per i rinnovi dei contratti. E sul comparto grava l’impatto dell’inflazione

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo (FI) si dice sicuro: «Ho le garanzie del ministero dell’Economia. In manovra ci saranno i fondi per i rinnovi dei contratti della Pa». I numeri del governo approvati in aprile nel Def raccontano altro. La spesa per gli stipendi dei lavoratori pubblici deve scendere di quasi di due punti, da 189 a 186 miliardi tra quest’anno e il prossimo. Oltre all’impatto dell’inflazione non recuperato o recuperato solo in minima parte (per rivalutare al 100% servirebbero 32 miliardi), si aggiunge il contratto di lavoro scaduto da due anni. In questo senso, lo Stato è un pessimo datore di lavoro, altro che salario minimo. Anzi per dirla tutta il governo non ha ancora chiuso il rinnovo del contratto 2019-2021. Dopo la pausa estiva l’Aran, l’Agenzia che negozia per conto dello Stato, si rimetterà al lavoro con l’area della sanità (5 settembre) e con i dirigenti delle funzioni locali (11 settembre). Poi mancheranno ancora i dirigenti dell’area istruzione e ricerca. E i dipendenti della Presidenza del Consiglio. Gli altri comparti hanno chiuso con aumenti tra il 4,55% e il 6,61%. Di certo sotto l’inflazione del biennio e per un contratto “vecchio”.

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