✕

Caffè a rischio caldo: la tazzina diventa un lusso

Prezzi in salita anche per la domanda crescente dei consumatori asiatici
2 minuti di lettura

La voglia di una bella tazzulella ‘e cafè è ormai diventata globale. Una sete inestinguibile, raddoppiatasi negli ultimi 30 anni, che ha contagiato pure i mercati asiatici, aggiungendo ai già crescenti consumatori di quella Cina (dove Starbucks prevede di aprire una nuova caffetteria ogni 9 ore fino al 2025) pure i vicini di India, Indonesia, Malesia e Vietnam. Senza dimenticare le popolazioni in crescita dell’Africa sub-sahariana. Un segnale positivo: il consumo di caffè è un indicatore di aumentata ricchezza, battesimo bollente di una nuova classe media emergente. Se va avanti così arriveremo a una richiesta quotidiana di 6 miliardi di tazzine entro il 2050.

Ma l’emergenza è dietro l’angolo: secondo uno studio del Columbia Center on Sustainable Investment avremo bisogno del 25 per cento di caffè in più entro il 2030. Ma quello prodotto da un’industria pressata dalla crescente domanda potrebbe non bastare, già a breve. Negli ultimi due anni, la domanda ha infatti superato l’offerta…

La voglia di una bella tazzulella ‘e cafè è ormai diventata globale. Una sete inestinguibile, raddoppiatasi negli ultimi 30 anni, che ha contagiato pure i mercati asiatici, aggiungendo ai già crescenti consumatori di quella Cina (dove Starbucks prevede di aprire una nuova caffetteria ogni 9 ore fino al 2025) pure i vicini di India, Indonesia, Malesia e Vietnam. Senza dimenticare le popolazioni in crescita dell’Africa sub-sahariana. Un segnale positivo: il consumo di caffè è un indicatore di aumentata ricchezza, battesimo bollente di una nuova classe media emergente. Se va avanti così arriveremo a una richiesta quotidiana di 6 miliardi di tazzine entro il 2050.

Ma l’emergenza è dietro l’angolo: secondo uno studio del Columbia Center on Sustainable Investment avremo bisogno del 25 per cento di caffè in più entro il 2030. Ma quello prodotto da un’industria pressata dalla crescente domanda potrebbe non bastare, già a breve. Negli ultimi due anni, la domanda ha infatti superato l’offerta. E a rallentare l’industria contribuiscono i cambiamenti climatici: da una parte stanno inaridendo i terreni adatti alla coltivazione. Dall’altra piogge e temperature elevate legate al ritorno di El Niño – fenomeno che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale in media ogni 5 anni provocando dissesti globali – stanno già mettendo in crisi i raccolti. Si è visto a maggio, quando i prezzi del caffè hanno raggiunto il massimo da 15 anni. Se va avanti così, addio prodotto simbolo della classe media: diventerà una bevanda di lusso. Lo conferma Vanusia Nogueira, direttrice esecutiva dell’Ico, Organizzazione internazionale del caffè: «Non solo aumenteranno i prezzi» ha detto al Financial Times. «Purtroppo, potrebbe cambiare il sapore. Meno buono proprio a causa delle alterazioni del suo ambiente naturale».

Nonostante esistano 130 diverse specie di caffè il nostro consumo si concentra appena su due: “arabica” e “robusta”. I chicchi di queste due piante costituiscono rispettivamente il 56 e il 43 per cento della produzione globale. L’arabica, si sa, è considerata più pregiata. A dispetto del gusto deciso, è però una pianta sensibile, vulnerabile a caldo e parassiti (che prosperano in questa situazione climatica). Va da sé, ora l’attenzione è tutta sulle piante “cugine”, più selvatiche, ritenute cruciali come risorsa genetica.

E infatti già ora gli scienziati le stanno incrociando con arabica “pura” per creare colture più resistenti. Robusta, lo dice la parola stessa, è più “tosta” dell’altra. Cresce a temperature più alte e resiste meglio ai parassiti. Ma ha un sapore meno raffinato ed è usata principalmente nella produzione di caffè istantaneo. Alla lunga, comunque, pure questa specie è vulnerabile ai cambiamenti climatici. «Il caffè ama un clima temperato: piovoso ma non troppo, né troppo caldo, né troppo freddo. Zone così sono sempre più difficili da trovare», ha spiegato, sempre al Ft, Jennifer Long, del World Coffee Research Institute.

Le previsioni sono inquietanti: entro il 2050 metà del terreno coltivato a caffè potrebbe essere inutilizzabile. I maggiori produttori del prodotto - Brasile, Vietnam, Colombia e Indonesia - avranno sempre meno aree idonee. Ma attenzione, altri potrebbero approfittarne: paesi al di fuori dei tropici come Stati Uniti, Argentina, Uruguay e Cina. Un’opportunità? Bisognerà vedere, perché comporterà comunque costi ecologici notevoli in termini di deforestazione. Intanto, i produttori, travolti dalla crisi climatica, si stanno impoverendo nonostante l’aumento della domanda: investono sempre meno sui loro terreni. Tanto che gli esperti di sostenibilità non hanno dubbi: bisogna aumentare i prezzi per garantire il futuro del caffè di qualità. Altrimenti non ci saranno le risorse per affrontare le nuove sfide globali.

Leggi i commenti