Il New York Times contro ChatGPT. Bastano i nomi, il più autorevole quotidiano del mondo contro la super Intelligenza artificiale, per uno scontro epico. Ma l’oggetto del contendere lo rende addirittura epocale: come tutelare le creazioni umane, ora che gli algoritmi sanno parlare? Con stupore vediamo le macchine diventare ogni giorno più brave a generare testi, musica o immagini. Ma questo è possibile perché vengono addestrate con una quantità enorme di contenuti prodotti dall’uomo, in molti casi protetti da diritto d’autore, accessibili nello sconfinato archivio del web. Così ora anche il Times si unisce al fronte di chi quell’accesso vorrebbe impedirlo, o almeno limitarlo, per tutelare i creatori umani e la loro industria.
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Il New York Times contro ChatGPT. Bastano i nomi, il più autorevole quotidiano del mondo contro la super Intelligenza artificiale, per uno scontro epico. Ma l’oggetto del contendere lo rende addirittura epocale: come tutelare le creazioni umane, ora che gli algoritmi sanno parlare? Con stupore vediamo le macchine diventare ogni giorno più brave a generare testi, musica o immagini. Ma questo è possibile perché vengono addestrate con una quantità enorme di contenuti prodotti dall’uomo, in molti casi protetti da diritto d’autore, accessibili nello sconfinato archivio del web. Così ora anche il Times si unisce al fronte di chi quell’accesso vorrebbe impedirlo, o almeno limitarlo, per tutelare i creatori umani e la loro industria.
Dopo aver dichiarato che i suoi articoli non possono essere usati per addestrare gli algoritmi, la società che edita il quotidiano ha bloccato il “crawler” di ChatGPT, la sentinella con cui l’Intelligenza artificiale scandaglia il web alla ricerca di contenuti di cui nutrirsi. Non solo: sarebbe pronta una causa contro gli sviluppatori di OpenAI per i materiali che ha ingerito in passato, senza chiedere permesso né pagare. Un’azione legale che si aggiungerebbe a quella di diversi scrittori contro l’AI di Meta – Llama – “rea” di aver inglobato i loro libri infischiandosene del copyright, e allo sciopero a oltranza degli sceneggiatori di Hollywood, che temono di essere rimpiazzati dalle macchine.
La guerra per tutelare la creatività e il diritto d’autore nell’era dell’AI generativa è insomma iniziata. E si deciderà anche nelle aule dei tribunali. Una vittoria del New York Times sarebbe un precedente letale per ChatGPT e le altre Intelligenze artificiali – da Bard di Google ai sistemi per generare immagini – che dovrebbero ricominciare il loro apprendimento da zero, ignorando tutti i materiali protetti da copyright. È presto però per ipotizzare esiti, considerato che la causa potrebbe durare anni e risolversi con un accordo tra le parti, più o meno agevolato dalle pressioni della politica. Senza contare le differenze tra le leggi Usa, più permissive per chi usa contenuti protetti per crearne di nuovi, il cosiddetto “fair use”, e quella europea, più restrittiva.
Di certo lo scontro tra l’industria creativa, che vive di originalità, e quella hi-tech, che si nutre di accessibilità, non è inedito. Negli ultimi anni si è combattuto, editori contro Google, sull’indicizzazione dei contenuti giornalistici da parte dei motori di ricerca, con tanto di “ritagli” (gli “snippet”) che ne anticipano una parte. Dopo infinite schermaglie, l’Europa ha stabilito che Google deve riconoscere un “equo compenso” agli editori. Ma le strabilianti capacità linguistiche dell’AI alzano non poco la posta: «Mentre nel caso degli “snippet” Google poteva difendersi dicendo che portavano traffico ai siti degli editori, qui è evidente che una risposta data dall’AI sostituisce quella del New York Times, e quindi provoca un danno economico», spiega Stefano Quintarelli, imprenditore digitale ed ex parlamentare. Insomma se tra qualche anno navigheremo in rete chattando con un’AI, ci basterà la sua versione dei fatti, magari presa da un articolo del Times, ma senza che lo sappiamo.
Il quotidiano Usa prova a scongiurare questo scenario: escludendo oggi i suoi autorevoli contenuti da ChatGPT ci perde poco o nulla. D’altra parte proprio quella di OpenAI è l’unica delle grandi Intelligenze artificiali che dà la possibilità a chi gestisce un sito di negarne i contenuti agli algoritmi, cosa che né Google né Meta consentono. Ma nel lungo periodo il vero tema è il valore dei materiali originali da cui gli algoritmi imparano. Materiali che secondo le aziende hi-tech non vengono appropriati, ma solo usati per generare qualcosa di nuovo. E che invece agli occhi di chi li ha creati sono diventati benzina gratuita per il business miliardario degli algoritmi, gli stessi che minacciano di farli licenziare.
È probabile che negli Stati Uniti la strategia legale dei creativi e dell’industria culturale sarà proprio dimostrare la condotta “parassitaria” di big tech. Mentre in Europa, dove la legislazione sul diritto d’autore è più stringente, il cammino rischia paradossalmente di essere più complesso. L’AI Act, la pionieristica norma che l’Europa sta discutendo, resta sul punto a metà strada: non prevede per gli sviluppatori l’obbligo di remunerare contenuti protetti da copyright, ma solo di indicare quelli utilizzati, con l’idea che la trasparenza aiuterà i creatori a esigere quanto loro dovuto. «Non è scontato però che le attuali leggi europee sul diritto d’autore proteggano l’opera rispetto alla “lettura” che ne fa un’AI, molto diversa dalla lettura umana», spiega l’avvocato Guido Scorza, membro del collegio del Garante per la privacy. «Anche nel caso dei motori di ricerca è stato necessario introdurre una fattispecie specifica». La battaglia, dentro e fuori dai tribunali, è appena iniziata.