Pensioni, Il governo affossa Opzione Donna e prova a dirottarla nell’Ape sociale
di Valentina ConteROMA – Addio Opzione Donna. L’anticipo pensionistico al femminile, introdotto dalla legge Maroni nel 2004 per aiutare le lavoratrici ad anticipare la pensione, è al suo ultimo anno di vita. Unico esempio di ricalcolo contributivo dell’assegno – dunque con penalità implicita – nel nostro sistema previdenziale, ha consentito a oltre 170mila donne di lasciare il lavoro prima dei requisiti ordinari. Al prezzo però di un assegno tagliato fino ad un terzo. Il governo Meloni ha dapprima depotenziato Opzione Donna, introducendo nella manovra di dicembre paletti che l’hanno resa inaccessibile e causando così la protesta delle “20mila esodate”. Ora pensa di cancellarla del tutto per inglobarla nell’Ape sociale. Che nel 2024 dunque diventa anche un’Ape rosa.
Misura sgonfiata dal governo Meloni
D’altro canto così com’è Opzione Donna non funziona. I requisiti sono talmente stringenti che al 2 luglio scorso sono state liquidate appena 7.536 domande rispetto alle 23.812 dell’intero 2022 e le …
ROMA – Addio Opzione Donna. L’anticipo pensionistico al femminile, introdotto dalla legge Maroni nel 2004 per aiutare le lavoratrici ad anticipare la pensione, è al suo ultimo anno di vita. Unico esempio di ricalcolo contributivo dell’assegno – dunque con penalità implicita – nel nostro sistema previdenziale, ha consentito a oltre 170mila donne di lasciare il lavoro prima dei requisiti ordinari. Al prezzo però di un assegno tagliato fino ad un terzo. Il governo Meloni ha dapprima depotenziato Opzione Donna, introducendo nella manovra di dicembre paletti che l’hanno resa inaccessibile e causando così la protesta delle “20mila esodate”. Ora pensa di cancellarla del tutto per inglobarla nell’Ape sociale. Che nel 2024 dunque diventa anche un’Ape rosa.
Misura sgonfiata dal governo Meloni
D’altro canto così com’è Opzione Donna non funziona. I requisiti sono talmente stringenti che al 2 luglio scorso sono state liquidate appena 7.536 domande rispetto alle 23.812 dell’intero 2022 e le 20.681 del 2021. Ma l’anno scorso il governo Draghi aveva rifinanziato la misura con 111 milioni contro gli appena 21 milioni messi dall’esecutivo Meloni. L’uscita poi non è più consentita a 58-59 anni di età, ma a 60 anni sempre con 35 di contributi e in soli tre casi: caregivers (con un familiare a casa da accudire da almeno sei mesi), invalidità civile almeno al 74% e lavoratrici licenziate o dipendenti da aziende in crisi. L’età si abbassa a 58-59 anni (a seconda se lavoratrici dipendenti o autonome) solo in presenza di uno o due figli.
L’obiettivo è creare un’“Ape rosa”
Ecco dunque la pensata del governo. Visto che il pacchetto previdenziale della prossima manovra d’autunno sarà molto stretto – un miliardo, al massimo due – perché non riconfermare un’Ape sociale, in scadenza a fine anno, un po’ allargata e tale da ricomprendere le “esodate” di Opzione Donna? Nel pacchetto non ci sarà la sbandierata abolizione della legge Fornero né la tanto auspicata Quota 41 secca, cara alla Lega. Ma dovrebbe essere confermata per un altro anno ancora Quota 103, l’uscita a 62 anni con 41 di contributi, vedremo se anche qui col ricalcolo contributivo e il taglio dell’assegno.
Dipenderà dalle risorse a disposizione, dicono diverse fonti del governo. Come pure dipenderà dall’entità dei fondi l’allargamento dell’Ape sociale, l’indennità ponte inventata nel 2017 dal governo Gentiloni per alcune categorie di lavoratori in difficoltà e da allora riconfermata e rifinanziata di anno in anno. Ad oggi copre disoccupati, caregivers, invalidi civili con 63 anni e almeno 30 di contributi che dunque ricevono l’Ape per 4 anni, fino ai 67 anni di vecchiaia. Per le donne il requisito dell’età potrebbe ora scendere a 60 anni: eviterebbero il ricalcolo contributivo e potrebbero avere un assegno un po’ più alto fino a un massimo di 1.500 euro lordi. Metà delle lavoratrici “opzioniste” prendono sotto i 500 euro, l’89% meno di mille euro.
Un ritocco anche per gravosi e precoci
L’Ape sociale già oggi prevede “sconti” per le donne: una riduzione dei requisiti contributivi pari a 12 mesi per ciascun figlio nel limite massimo di 2 anni. Possono quindi bastare anche 28 anni di contribuzione, ma l’età resta a 63 anni. Il governo potrebbe abbassarla a 60. Ci sono poi le altre due “stampelle” dell’Ape, ovvero l’Ape per i lavori gravosi che va a chi svolge mansioni pesanti e ha 63 anni e 36 di contributi. E quella per i lavoratori precoci con 41 anni di contributi e un inizio prima dei 19 anni. Anche in questi due casi, una revisione potrebbe essere nell’ordine delle cose.
I sindacati – che sul tema della flessibilità in uscita incontreranno gli esperti del ministero del Lavoro il 5 settembre – chiedono da tempo una revisione della lista delle mansioni gravose, troppo ristretta. E anche di non tagliare altri fondi per i precoci, come ha fatto il governo Meloni ben due volte, togliendo 325 milioni in tre anni, tra legge di Bilancio e decreto Lavoro di maggio. Vedremo quali prospettive si aprono per donne e fragili.