Elsa Fornero e la sua riforma che alla fine non cambia mai: “Sulle pensioni sbandierate promesse che ci porterebbero alla catastrofe. Quota 41? Mina sul futuro”
di Raffaele RicciardiMILANO – Per molti il suo nome è il simbolo dell’irrigidimento dell’accesso alla pensione. Professoressa Fornero, però anche quest’anno la riforma che porta il suo nome verrà scardinata il prossimo..
E’ un classico. Prima la “cancelleremo”, poi “supereremo”, poi “vedremo”. E’ il temporeggiare di chi sa di avere fatto delle promesse non mantenibili, e crede che gli elettori lo dimenticheranno. Ma il ministro Giorgetti l’ha detto chiaramente: soldi per tutto e tutti, soprattutto per certe richieste assurde di alcuni ministri, non ce ne sono. Ha mandato un messaggio: non si può essere populisti. Ha detto la verità, usato il buon senso. Non sempre i suoi colleghi fanno altrettanto.
Le risorse a disposizione consentono a malapena la conferma…
MILANO – Per molti il suo nome è il simbolo dell’irrigidimento dell’accesso alla pensione. Professoressa Fornero, però anche quest’anno la riforma che porta il suo nome verrà scardinata il prossimo..
E’ un classico. Prima la “cancelleremo”, poi “supereremo”, poi “vedremo”. E’ il temporeggiare di chi sa di avere fatto delle promesse non mantenibili, e crede che gli elettori lo dimenticheranno. Ma il ministro Giorgetti l’ha detto chiaramente: soldi per tutto e tutti, soprattutto per certe richieste assurde di alcuni ministri, non ce ne sono. Ha mandato un messaggio: non si può essere populisti. Ha detto la verità, usato il buon senso. Non sempre i suoi colleghi fanno altrettanto.
Le risorse a disposizione consentono a malapena la conferma dello status quo. La Lega propone una Quota 41 a tempo e con ricalcolo contributivo degli assegni. Che ne pensa?
Non ha senso, rimanderebbe soltanto il problema a tra qualche anno. E’ una mina sulle pensioni del futuro, che scoppierà quando ci si accorgerà che – con tagli del 15-20% degli assegni – queste pensioni non saranno sufficienti. Se salute e condizioni di lavoro lo consentono, proseguire l’attività per qualche anno non è una condanna: permette di vivere serenamente la propria vecchiaia.
In ristrettezza di risorse, su cosa punterebbe?
Cominciamo dal dire che cosa è sbagliato: è sbagliato sbandierare il “diritto alla pensione” in base a un certo numero: che sia ‘Quota X’, o ‘41 anni’ di anzianità. Indipendentemente da ogni considerazione sulla sostenibilità del sistema e del fatto che quella pensione consenta o meno una vita dignitosa. L’insensatezza di questo “indipendentemente da” è quel che i politici non vogliono capire. È corretto valutare le situazioni speciali: chi si ritrova in età avanzata e senza lavoro, chi svolge attività di cura per i familiari. È giusto lavorare sull’Ape Sociale, che è sempre stata una soluzione positiva. Ma con giustizia ed equità, non per sbandierare promesse che ci porterebbero in a una catastrofe finanziaria.
La sua riforma resisterà, ma la richiesta di mettervi mano è condivisa da più parti, da anni. Anche il governo Draghi ha avallato una “quota”, poi non ha fatto in tempo a lavorare su quella “flessibilità sostenibile” cui mirava, per superare il suo testo. Lei si auto-correggerebbe?
Le parole “flessibilità sostenibile” sono cruciali. L’integrale dispiegamento del metodo contributivo, partito per tutti dal 2012, consentirà la flessibilità, con due paletti di sostenibilità. Il primo: la tua pensione te la sarai pagata tu. Se vuoi andare in pensione prima, lo fai con i contributi che hai versato. Il secondo: se la tua pensione fosse tanto bassa da non bastare, e sei in condizione di farlo, continuerai a lavorare. Qualcuno sostiene che è necessario ridurre il requisito minimo (un assegno di almeno 2,8 volte quello sociale) per andare in pensione in anticipo: ma quel requisito non è pensato per il gusto di tenere le persone al lavoro, bensì per impedire che finiscano in povertà. La flessibilità intrinseca al metodo contributivo, quando sarà pienamente in vigore dal 2030-2032, consentirà un’uscita flessibile tra 63 e 70 anni. Nel frattempo, si possono attuare correttivi sulle specifiche difficoltà di alcune categorie di lavoratori, ma sulla base di dati e non di proclami.
L’inflazione gonfia la spesa pensionistica, e il governo è tornato a intervenire sull’indicizzazione per contenere l’effetto. Conosce bene questa circostanza…
Le lacrime per la mia riforma, che spesso mi sono state rinfacciate, erano dovute al fatto che chiedemmo sacrifici a chi già era in pensione. Erano circostanze eccezionali, anche se qualcuno, in modo disonesto, lo nega. Allora aveva senso, perché le pensioni erano più pesantemente retributive e quindi prevedevano un “regalo intrinseco” maggiore. A undici anni di distanza, la quota contributiva della pensione è diventata più pesante, e il “regalo” si è rimpicciolito. Oggi è un sacrificio più grande.
Le donne sono ai margini del lavoro e le loro pensioni ne soffrono. Misure come Opzione donna sono sufficienti?
È un ‘patto’ con le donne, che possono andare in pensione prima pagando il conto di questo anticipo. È una disparità di trattamento, ma in fase di transizione è giusto fare questa eccezione. Credo Opzione Donna che vada mantenuta e anzi liberata delle restrizioni che ha introdotto questo governo, riducendola di fatto al lumicino. Ma sappiamo che ci sono alcuni ministri, in questo esecutivo, particolarmente affezionati alle ‘quote’, che sono anche assai maschilisti.
I giovani e le carriere discontinue: la pensione di garanzia è il giusto paracadute?
È un contentino. Il problema dei giovani si risolve creando lavoro, ma non c’è la bacchetta magica. Senz’altro si deve partire dal recuperare il collegamento tra scuola e mondo del lavoro, mentre l’apprendistato è stato abbandonato. Quanto al discorso previdenziale, servono contributi figurativi per i periodi di disoccupazione, a carico della fiscalità generale. Vogliamo chiamarla ‘spesa assistenziale’? D’accordo, diciamo che è un contributo delle casse pubbliche per i giovani disoccupati e attivi in una ricerca di lavoro o nella formazione. Ma solo così si opera una redistribuzione meritevole.
Non solo discontinuità, c’è anche un tema salariale: le future pensioni povere sono figlie di un attuale lavoro povero. Serve il salario minimo?
Certamente. Bisogna discuterne in maniera operativa, non per slogan. Il governo dovrebbe aprire a una discussione costruttiva in tal senso. E spero che il Cnel interpreti il suo ruolo non in base all’ipotesi di smontarlo per aumentare la contrattazione, ma per valutare come si possa applicare, a quali beneficiari, con che costi e conseguenze.
Meloni dice che abbasserebbe gli stipendi sopra il livello minimo. Ha ragione?
Non credo proprio che sia un rischio concreto. Sembra piuttosto uno slogan, una scusa per non affrontarlo sulla base di dati e analisi.
Restando al lavoro povero. Il Reddito di cittadinanza è agli sgoccioli. Il suo giudizio?
C’è molto di identitario nei provvedimenti del governo: vuole mostrarsi di “destra”, con qualche intervento “sociale” che guarda ai deboli. Ma credo che la vera anima emerga quando, in fin dei conti, strizza l’occhio ad alcune categorie, o nella ‘tolleranza’ nei confronti dell’evasione fiscale. Qui la destra mostra la sua visione dell’Italia, e non è una bella visione.