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Venti di crisi e inflazione in calo, la grande frenata della Germania gela la Bce

L’indice Pmi dei servizi conferma la recessione tecnica tedesca. I prezzi alla produzione scendono per la prima volta dal 2020. Occhi puntati su Jackson Hole
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BERLINO — Il linguaggio della Bce era già radicalmente cambiato a luglio. Nelle parole della presidente Christine Lagarde si erano insinuati molti dubbi e condizionali su un possibile nuovo aumento dei tassi a settembre. Fino ad allora, i falchi del consiglio direttivo avevano segnalato l’avanti tutta sulla stretta monetaria. Ma il raffreddamento dell’inflazione e il rallentamento sempre più evidente delle maggiori economie europee avevano già suggerito cautela. Procederemo «guardando i dati» prima di decidere le prossime mosse, aveva sottolineato Lagarde ripetutamente. L’inflazione “core”, quella depurata dall’energia, era ancora troppo alta, “persistente” come amano dire i banchieri centrali dell’eurozona. Ma i dati arrivati nel frattempo fanno pensare che la Bce si prenderà una pausa dalla furia rialzista. Soprattutto per gli sviluppi che si registrano nella maggiore economia europea, la Germania.

BERLINO — Il linguaggio della Bce era già radicalmente cambiato a luglio. Nelle parole della presidente Christine Lagarde si erano insinuati molti dubbi e condizionali su un possibile nuovo aumento dei tassi a settembre. Fino ad allora, i falchi del consiglio direttivo avevano segnalato l’avanti tutta sulla stretta monetaria. Ma il raffreddamento dell’inflazione e il rallentamento sempre più evidente delle maggiori economie europee avevano già suggerito cautela. Procederemo «guardando i dati» prima di decidere le prossime mosse, aveva sottolineato Lagarde ripetutamente. L’inflazione “core”, quella depurata dall’energia, era ancora troppo alta, “persistente” come amano dire i banchieri centrali dell’eurozona. Ma i dati arrivati nel frattempo fanno pensare che la Bce si prenderà una pausa dalla furia rialzista. Soprattutto per gli sviluppi che si registrano nella maggiore economia europea, la Germania.

I dati delle ultime settimane descrivono già un’industria tedesca in difficoltà - ordini e produzione continuano a calare - ma ieri è arrivata la doccia fredda dal settore dei servizi, crollato ai minimi da oltre tre anni. Andrew Kenningham, economista di Capital Economics, sostiene che la caduta nei servizi suggerisca «che il rimbalzo nel turismo si stia esaurendo» e si aspetta ora che «l’economia dell’eurozona precipiti in recessione nella seconda metà dell’anno». La Germania, secondo l’analista, «sarà probabilmente il Paese che andrà peggio».

La Bce non può ignorare questi dati, anche se il suo mandato le impone di guardare prioritariamente all’inflazione per decidere le politiche sui tassi. E anche su quel fronte si registra una dinamica che suggerirebbe una pausa nella stretta monetaria. In Germania i prezzi alla produzione, che anticipano l’andamento di quelli al consumo, sono crollati del 6% a luglio. È la prima flessione dal 2020, e ormai il 40% del settore manifatturiero tedesco registra prezzi più bassi rispetto all’annus horribilis 2022, quello dei picchi del gas e del petrolio.

Il combinato disposto di una economia in recessione e prezzi in calo nella prima economia europea suggerirebbe anche ai falchi più incalliti un po’ di cautela sui tassi. Per Carsten Brzeski, capoeconomista di Ing, «quest’altro ripido crollo nel Pmi è chiaramente un brutale risveglio di fine estate per i falchi. Ma il problema di una pausa a settembre è che significherebbe di fatto la fine della serie attuale dei rialzi».
 

Secondo il Fmi e l’Ocse nella seconda metà dell’anno la Germania sarà, tra i grandi Paesi, il più lento a crescere. E la grande frenata della Cina è un altro enorme fattore di rischio, per il principale partner commerciale di Pechino. A Berlino si sta anche discutendo da mesi del pericolo, in particolare per le imprese la chimica e quelle dei settori più energivori, di un massiccio esodo dal Paese.


Oltre ai prezzi energetici che continuano a essere ancora più alti che negli altri Paesi europei, pesano quelli che Guido Carli avrebbe chiamato i “lacci e laccioli”, la mostruosa burocrazia, la scarsa digitalizzazione nel settore pubblico ma anche le tasse, che restano tra le più alte del continente. A questi fattori si aggiungono la carenza attuale di manodopera specializzata che sta paralizzando interi settori e l’incognita Stati Uniti. Alcune aziende, anche straniere, hanno cominciato a segnalare che potrebbero preferire gli Stati Uniti alla Germania per costruire nuove fabbriche, perché attratte dall’Inflation reduction act, dal colossale piano di sussidi e sgravi per l’economia ‘verde’ voluto da Joe Biden.

La contrazione registrata ieri nel settore dei servizi «metterà alla prova l’ottimismo della Bce sull’andamento del Pil», ha dichiarato ieri il capoeconomista di Deutsche Bank, Mark Wall. «Ci aspettiamo che la Bce si prenda una pausa a settembre anche se non è chiaro se l’inflazione è scesa al livello dove la vorrebbe la Bce. Una pausa», in ogni caso, «non va interpretata come il picco” dei tassi». Che sono già ai massimi dall’introduzione dell’euro.
 

Qualche segnale dai più importanti banchieri centrali sul loro umore potrebbe arrivare a partire da oggi, quando il presidente della Fed Jerome Powell e la numero uno della Bce Lagarde si incontreranno al consueto simposio annuale di Jackson Hole. E molti analisti scommettono sul fatto che anche l’americano Powell eviterà di accennare alla possibilità di un altro rialzo alla prossima riunione di settembre.

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