✕

Ecco i Super-Brics: sfidano l’Occidente ma partono divisi

Al summit in Sudafrica il fronte dei Paesi emergenti si allarga. Entreranno altri 6, tra cui Iran e sauditi. C’è però chi già frena
2 minuti di lettura

Il minimo comun denominatore del Brics allargato annunciato ieri alla fine del summit a Johannesburg resta quello di trovare un modo di proteggersi dalle sanzioni dell’Occidente. È un club allargato contro il rispetto dei diritti civili che aprirà le porte il 1° gennaio 2024 a quattro Paesi musulmani ricchi come l’Arabia Saudita, l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, seconda economia africana, e due nazioni più travagliate come l’Etiopia e l’Argentina, dove però la candidata del centrodestra Patricia Bullrich ha già detto che, se a ottobre vincerà le elezioni, il Paese non entrerà nei Brics. Gli stessi sauditi hanno ringraziato per l’invito e hanno detto che, studiati i dettagli, prenderanno la «decisione appropriata» entro il primo gennaio.

Il minimo comun denominatore del Brics allargato annunciato ieri alla fine del summit a Johannesburg resta quello di trovare un modo di proteggersi dalle sanzioni dell’Occidente. È un club allargato contro il rispetto dei diritti civili che aprirà le porte il 1° gennaio 2024 a quattro Paesi musulmani ricchi come l’Arabia Saudita, l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, seconda economia africana, e due nazioni più travagliate come l’Etiopia e l’Argentina, dove però la candidata del centrodestra Patricia Bullrich ha già detto che, se a ottobre vincerà le elezioni, il Paese non entrerà nei Brics. Gli stessi sauditi hanno ringraziato per l’invito e hanno detto che, studiati i dettagli, prenderanno la «decisione appropriata» entro il primo gennaio.

Quando si sarà ampliata, l’associazione di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica potrebbe ora scegliere una sigla per l’accresciuta identità, anche se Lula non sembra d’accordo. Sono 11, come una squadra di calcio, ma difficile immaginare uno schema di gioco davvero coeso. Non basta avere un presunto nemico comune, l’Occidente, che per alcuni membri di questo fronte non è poi così nemico. È vero che il Super-Brics somma il 32% del Pil globale e il 46% della popolazione mondiale, ma per ora resta un raggruppamento largamente simbolico che desidera diventare un veicolo che rimodelli finanza e commercio globali per proteggersi dal potere dell’America e dei suoi alleati. Questo l’obiettivo dei prossimi summit, non ancora azioni concrete.

Xi Jinping lo chiama un «allargamento storico, un nuovo vigore per la pace mondiale e lo sviluppo». È uno strumento «anti-egemonico», dice il leader cinese, contro il sistema di alleanze americane e il dominio degli Usa nei sistemi finanziari. L’obiettivo è una catena di forniture impermeabili agli interventi dell’Occidente, una «lotta alla coercizione economica e al decoupling». Dice Xi: «Non può essere che chi ha il braccio più grande e la voce più forte abbia l’ultima parola».

Più che di braccio si tratta di borsa. Mentre Vladimir Putin promette l’invio di grano ai Paesi poveri, la condizione posta da Xi ai nuovi soci è di aderire subito alla New Development Bank (Ndb), la banca di Shanghai che finanzia la Via della Seta con un capitale di 30 miliardi di quei dollari che i Brics vorrebbero detronizzare come moneta di scambio internazionale. L’ingresso di nazioni ricche come i due nemici Arabia Saudita e Iran, oltre agli Emirati arabi, ha come obiettivo di portare il fondo Ndb per i Paesi emergenti fino a 100 milioni. Una gara di raccolta di capitali che rispecchia, al ribasso, quanto promesso dal presidente americano Jo Biden che nel progetto di ristrutturazione di Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale impegna un fondo di 50 miliardi di dollari per le economie in via di sviluppo, puntando a 200 miliardi con il contributo degli alleati.
 

Nonostante la guerra di Putin abbia convogliato in Ucraina molte risorse del Nord globale, costringendo a trascurare le economie emergenti blandite dai Brics, l’Occidente ha pronta la controfferta che renderà difficile questa divisione in blocchi che sa tanto di Guerra Fredda. Le diverse anime e gli interessi divergenti della squadra allargata promettono male. Quali basi ci sono per una reale pax cinese tra sauditi e iraniani, in guerra nello Yemen? E la riapertura del dialogo tra Cina e India in Himalaya non è mai arrivata.

Paesi democratici e autocrazie, economie forti e flebili, accomunate dall’idea che l’Occidente non stia aiutando gli interessi dei Paesi in via di sviluppo. Ma India, Brasile, Egitto e Argentina non hanno vantaggi nell’inimicarsi l’Occidente. Tutt’altro. L’Iran potrebbe creare un corridoio che consenta alla Russia di esportare grano e petrolio, ma come si misurerà con gli interessi sauditi? Anche gli Emirati, che collaborano con Israele e Usa, non possono sbilanciarsi troppo verso Pechino. Etiopia e Argentina sapranno resistere alle offerte di aiuti dall’Occidente? L’unione fa la forza, ma al momento non si vedono i presupposti di una politica sincronica che possa fare degli 11 neo-alleati una squadra vincente.

Leggi i commenti