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Brics, quel blocco globale che vale il 32% del Pil e sogna la sua moneta

Il fronte aspira al sorpasso sul G7, ancora mai arrivato. Sul futuro pesano però le rivalità, come quella tra Cina e India
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«Entro i prossimi 40 anni i Paesi del Bric diventeranno il maggior blocco economico del pianeta e le aziende dovranno rivedere i loro investimenti». Così scriveva Jim O’Neill, capo economista della Goldman Sachs alla fine del 2001 nel coniare la definizione “Bric”. Il mondo era alla ricerca di nuovi stimoli, gli Stati Uniti erano sotto lo shock dell’11 settembre, e la grande banca d’investimenti di Wall Street lanciò questa definizione, che però sembrò solo una provocazione. Nel 2006 la Goldman Sachs creò un fondo per gli investimenti nei Paesi ma nel 2015 lo chiuse per insufficienti rendimenti. Le aspettative sembravano eccessive malgrado il boom cinese.

All’improvviso i Brics (la quinta lettera è dovuta all’aggiunta del …

«Entro i prossimi 40 anni i Paesi del Bric diventeranno il maggior blocco economico del pianeta e le aziende dovranno rivedere i loro investimenti». Così scriveva Jim O’Neill, capo economista della Goldman Sachs alla fine del 2001 nel coniare la definizione “Bric”. Il mondo era alla ricerca di nuovi stimoli, gli Stati Uniti erano sotto lo shock dell’11 settembre, e la grande banca d’investimenti di Wall Street lanciò questa definizione, che però sembrò solo una provocazione. Nel 2006 la Goldman Sachs creò un fondo per gli investimenti nei Paesi ma nel 2015 lo chiuse per insufficienti rendimenti. Le aspettative sembravano eccessive malgrado il boom cinese.

All’improvviso i Brics (la quinta lettera è dovuta all’aggiunta del Sudafrica nel 2010) si riaffacciano prepotentemente sulla scena: diventano 11 affiliando alcune delle economie più potenti del pianeta come l’Arabia Saudita. Riparte la caccia al mitico sorpasso, che peraltro non sembra così prossimo come scriveva la Goldman Sachs vent’anni fa. Secondo l’Outlook del Fondo monetario del 30 luglio, alla luce dell’ampliamento, il Pil del blocco sarà pari al 32% di quello mondiale mentre quello del G7 è prossimo al 44%. Certo, non è il 66% del 2000: gli equilibri sono cambiati per la crescita della Cina, che oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Usa. Esistono anche statistiche sulla parità di potere d’acquisto anziché sulle cifre nominali, secondo cui il sorpasso sarebbe già avvenuto: ma gli stessi economisti del Fmi avvertono che il Pil a parità di potere d’acquisto serve solo ad analizzare la crescita con riferimento al mercato interno e non per ponderarla ad altri per i diversi tassi d’inflazione.

Ma quel che conta è il peso che i Brics+6 possono assumere sullo scacchiere internazionale, sempre che non prevalgano invidie e minacce di veti incrociati interni quali perfino a Johannesburg sono emerse: l’India non è soddisfatta perché teme la presenza dell’Iran (entrato su pressioni russe) e pensa che la Cina voglia costruirsi un blocco centrato su di sé. Oltretutto Pechino ha messo come condizione l’adesione alla New Development Bank, un’istituzione targata Brics con sede a Shanghai che finanzia iniziative di sviluppo nei Paesi di interesse, guarda caso, cinese (30 miliardi gli impegni finora). La potenza economica saudita mette a portata di mano l’obiettivo di Xi di raggiungere i 100 miliardi di capitalizzazione.


La Banca, suo malgrado, opera in dollari: bisogna vedere se ora i Brics riusciranno a impostare un sistema che preveda, se non una valuta comune, più scambi con le rispettive monete. Il sogno resta un sistema di pagamenti alternativo allo Swift, valido in tutto il mondo tranne la Russia sotto sanzioni. «Rispetto al G7, il blocco è decisamente meno market-oriented», commenta Bloomberg Economics. Altra novità è che i quattro maggiori produttori di petrolio (Russia, Arabia Saudita, Iran ed Emirati) sono ora riuniti sotto l’egida dei Brics oltre che dell’Opec+: il “+” è stato aggiunto per indicare che la Russia partecipa alle decisioni sulle quote. Ora il suo potere aumenta.

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