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Stretta sulle delocalizzazioni: punito il “prendi i soldi e scappa”

Le grandi imprese che ricevono fondi dallo Stato potranno portare attività e macchinari all’estero dopo 10 anni, non più 5
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ROMA — Evitare che le grandi imprese prendano i soldi e scappino, portandosi via i macchinari finanziati con i fondi pubblici dell’Italia. Il governo ha deciso un giro di vite: chi riceve contributi dallo Stato, da ora in poi, potrà delocalizzare la propria attività non dopo 5 anni dall’ultima rata del finanziamento ricevuto, ma bensì dopo 10 anni. Mai più casi Gkn, Embraco e Wärtsilä. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso, ha stretto le maglie per evitare che qualche gruppo, italiano o straniero, possa approfittare delle agevolazioni in essere, acquistare i macchinari e poi spostare il tutto in tempi troppo brevi.

Insomma, le imprese potrebbero ancora “lucrare” sulla possibilità di ricevere i contributi, soprattutto quando gli investimenti sono …

ROMA — Evitare che le grandi imprese prendano i soldi e scappino, portandosi via i macchinari finanziati con i fondi pubblici dell’Italia. Il governo ha deciso un giro di vite: chi riceve contributi dallo Stato, da ora in poi, potrà delocalizzare la propria attività non dopo 5 anni dall’ultima rata del finanziamento ricevuto, ma bensì dopo 10 anni. Mai più casi Gkn, Embraco e Wärtsilä. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso, ha stretto le maglie per evitare che qualche gruppo, italiano o straniero, possa approfittare delle agevolazioni in essere, acquistare i macchinari e poi spostare il tutto in tempi troppo brevi.

Insomma, le imprese potrebbero ancora “lucrare” sulla possibilità di ricevere i contributi, soprattutto quando gli investimenti sono importanti, traslocando i macchinari praticamente nuovi all’estero, in Paesi extra Ue, dove la manodopera costa meno. «Nel decreto “Asset” ci sono norme contro la delocalizzazione delle imprese, per la tutela della tecnologia strategica e per favorire gli investimenti esteri in Italia», ha spiegato Urso. La sanzione pecuniaria rimane la stessa, quella prevista dal decreto Dignità del 2018 firmato dall’ex ministro 5Stelle Luigi Di Maio, e consiste nel pagamento di una somma in misura da due a quattro volte l’importo dell’aiuto fruito.

Si tratta solo dell’ultimo intervento per evitare delocalizzazioni selvagge. Anche il governo Draghi aveva detto la sua con il decreto Aiuti-Ter: norma che prevede che le grandi imprese arrivino a un accordo con le organizzazioni sindacali per la gestione degli effetti occupazionali. In caso di mancato accordo con tra i rappresentanti dei lavoratori e le aziende è previsto un contributo per i licenziamenti collettivi innalzato del 500%. Prima era maggiorato solo del 50%. Norma, messa a punto dall’ex ministro Pd Andrea Orlando e dall’ex ministro allo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, che ha introdotto la restituzione delle sovvenzioni ricevute. Un ristoro che può essere parziale (in proporzione alla riduzione del personale) o totale se viene lasciata a casa oltre la metà dei dipendenti.

Una dinamica, quella della delocalizzazione, che ultimamente sembra rallentare. Nel 2015-2017 sono state circa 700 le imprese che hanno trasferito le attività dall’Italia all’estero, il 3,3% di tutte le grandi e medie imprese industriali e dei servizi. Una percentuale nettamente inferiore a quella registrata tra il 2001-2006, quando si era in piena globalizzazione, e si è arrivati al 13,4%. Negli ultimi anni, secondo i trend dello European restructuring monitor, sono state sette le aziende italiane che hanno delocalizzato la produzione, licenziando almeno 1.500 dipendenti, tra il primo gennaio 2018 e l’agosto del 2023. Uno dei casi simbolo è stato Embraco, nel torinese, che si è chiuso con un accordo per la reindustrializzazione del sito grazie a fondi della Whirlpool. Soldi usati per altri fini da chi è subentrato, condannato a quattro anni per bancarotta fraudolenta, senza dare un futuro a fabbrica e lavoratori. E poi ci sono i casi Gkn di Campi Bisenzio a Firenze, l’ex Ilva di Taranto e la Wärtsilä a Trieste. Se si guardano i disinvestimenti esteri in Italia, nel periodo 2011-2020, sono stati registrati 916 casi nel settore manifatturiero. Di questi il 66% si è concluso con una cessazione delle attività, mentre negli altri casi c’è stata una cessione.
 

Già prima del Covid, però, c’è stato un ritorno in Italia delle attività. Nel periodo 2015-2020 ci sono state 67 interventi da parte di 50 aziende italiane che hanno portato a un rientro di attività produttive, parziali o totali. Le multinazionali estere in Italia sono aumentate di 987 unità (774 nei servizi, 213 nell’industria) dal 2015 al 2017. E dal 2017 al 2019 sono aumentate di altre 785 unità (482 nei servizi e 303 nell’industria).

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