L’America Latina è il nuovo Eldorado delle materie prime
di Luca PagniIl terminal dell’aeroporto di Calama, località nell’estremo Nord del Cile, si affolla al massimo della capienza solo due giorni alla settimana. Alla domenica e al venerdì: quando arrivano i minatori pendolari che lavorano nella grandi miniere dell’area attorno al deserto di Atacama e quando ripartono per le città dove li aspettano le famiglie.
Il Paese che si allunga per oltre 4.200 mila chilometri, stretto tra la cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico, è diventato un importante esportatore di materie prime. In particolare di rame, di cui è stato a lungo il primo produttore al mondo prima di essere superato nel 2017 dall’Australia.
Il triangolo del litio
Ma non solo: l’estremo Nord del Cile si trova all’interno del cosidetto triangolo del litio, dove gli altri due vertici sono rappresentati da Argentina e Bolivia. I tre Paesi messi insieme ospitano il 60% delle risorse mondiali di questo minerale, fondamentale per molte delle tecnologie della transizione.
Basti ricordare il s…
Il terminal dell’aeroporto di Calama, località nell’estremo Nord del Cile, si affolla al massimo della capienza solo due giorni alla settimana. Alla domenica e al venerdì: quando arrivano i minatori pendolari che lavorano nella grandi miniere dell’area attorno al deserto di Atacama e quando ripartono per le città dove li aspettano le famiglie.
Il Paese che si allunga per oltre 4.200 mila chilometri, stretto tra la cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico, è diventato un importante esportatore di materie prime. In particolare di rame, di cui è stato a lungo il primo produttore al mondo prima di essere superato nel 2017 dall’Australia.
Il triangolo del litio
Ma non solo: l’estremo Nord del Cile si trova all’interno del cosidetto triangolo del litio, dove gli altri due vertici sono rappresentati da Argentina e Bolivia. I tre Paesi messi insieme ospitano il 60% delle risorse mondiali di questo minerale, fondamentale per molte delle tecnologie della transizione.
Basti ricordare il suo utilizzo nelle batterie destinate ad alimentare le auto elettriche: il settimanale The Economist ha ricordato come il parco delle auto “verdi” crescerà nel mondo di almeno dieci volte entro il 2030, fino a raggiungere i 250 milioni di vetture. Da qui la richiesta crescente di litio: a partire dal 2018 a oggi la produzione annuale è triplicata a 180 mila tonnellate, un quarto del totale globale, e probabilmente salirà a 210 mila tonnellate entro il 2025.
Il minerale alla moda
Visto che due anni fa sono stati scoperti nuovi giacimenti anche in Perù, il caso del litio spiega perfettamente perché il Sud America viene definito il nuovo Eldorado delle materie prime. Il litio è solo il minerale più “alla moda”, dai tanti che sono presenti nel sottosuolo. E anche ben distribuiti in tutto il continente.
La Bolivia, per esempio, è uno dei principali esportatori di stagno (6% della produzione mondiale) e di argento (5%). Oltre ad avere un ruolo di primo piano per il piombo, il tungsteno e lo zinco. E ha un primato assoluto per l’antimonio (21%).
Negli istogrammi la produzione di materie prime nei principali paesi dell'America Latina e le riserve del continente, in percentuale rispetto a quelle globali
Si difende bene anche il Perù, che oltre a essere appena entrato nel club dei produttori di litio (con una miniera che ha capacità per 4,7 milioni di tonnellate), è il secondo produttore al mondo di argento (che in passato ha fatto la fortuna della corona di Spagna), ma si difende bene anche nell’estrazione di stagno, piombo e rame.
Favorito dagli dei
La ricchezza di materie prime, del resto, si estende a tutto il continente. Per esempio, quando si dice che il Messico è un Paese benedetto dagli dei non si parla solo di bellezze naturali o delle sue civiltà. Il Messico è il primo produttore al mondo di argento, terzo per il bismuto e tra i principali di cadmio, zinco e fluorite. Tutto questo potrebbe portare il Sud America a giocare un ruolo di primo piano nella politica globale.
Sulla carta, le risorse di cui dispone potrebbero costituire una valida alternativa per l’Europa e soddisfare la fame di materia prima delle sue industrie. Soprattutto nel suo tentativo di sottrarsi all’eccessiva dipendenza dalla Cina per le forniture.
Terre rare ma non solo: dal litio al rame servono scorte per i settori tecnologicamente più innovativi per non trovarsi schiacciati nella sfida tecnologica che al momento vede la Ue in posizione più arretrata rispetto a Stati Uniti e Cina.
La politica “autarchica”
Allo stesso tempo, i governi in Sud America sono ben contenti di differenziare i propri acquirenti, sull’esempio degli emirati del Golfo che negli anni hanno sapientemente distribuito le spedizioni via nave di gas naturale tra il Vecchio Continente e le tigri asiatiche.
Ma fino a un certo punto. La ricchezza del sottosuolo potrebbe essere, in tutti i sensi, il nuovo Eldorado: si sa che esiste ma nessuno riesce a metterci le mani sopra. A cominciare dal Messico, i governi sudamericani hanno deciso che le risorse devono servire per risollevare non solo l’economia ma anche migliorare le condizioni sociali delle popolazioni.
Il presidente Andrés López Obrador, nella primavera scorsa, dopo aver festeggiato l’85esimo anniversario della nazionalizzazione delle imprese petrolifere tolte ai vicini statunitensi, in aprile ha approvato il decreto che proibisce a imprese straniere di acquistare concessioni di litio. E non è l’unico governo della sinistra populista che si tiene ben strette le sue ricchezze.
L’ultima big oil
È quello che fa da sempre anche il Brasile, che non ha nessuna intenzione di cedere il passo nella produzione di idrocarburi. Pochi mesi fa, il ceo del colosso di Stato Petrobras Jean Paul Prates ha dichiarato che la società di cui è alla guida sarà «l’ultima grande oil company» ad abbracciare la transizione energetica. Traduzione: fino a quando ci sarà domanda di petrolio continuerà a pompare greggio dalle profondità oceaniche.
Semmai il pericolo non viene dagli ambientalisti ma dal fronte interno. È appena accaduto in Ecuador, dove il governo di Quito ha indetto un referendum per decidere se proseguire nello sfruttamento di uno dei suoi più grandi giacimenti dell’Amazzonia. Con il 58% di affluenza, il 59,1% degli ecuadoriani ha votato “sì” per cessare le operazioni nel giacimento gestito dalla società statale Petroecuador. La ricchezza della biodiversità vale più di quella finanziaria.