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Gli Usa fuori dal tunnel, l’Europa rischia la recessione

Il porto di Los Angeles, nella baia di San Pedro

 
Attesa e temuta, la crisi in America non c’è stata. Ma al di qua dell’Atlantico i cali della produzione e degli investimenti fanno temere il peggio. Molto dipenderà dalla Germania
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La Federal Reserve ha aumentato i tassi undici volte nelle ultime diciassette riunioni, a partire dal primo rialzo da 0,25 a 0,50% del 16 marzo 2022 fino al 5,5% del 26 luglio 2023. La Bce ha imposto un’escalation ancora più secca: gli interessi erano a zero quando il primo luglio del 2022 è partita la corsa che un anno più tardi, lo scorso 27 luglio, ha portato il tasso di riferimento al 4,25%. Uno stress test in corpore vili senza precedenti – bisogna riandare al governatore americano Paul Volcker, negli anni ’80, per trovare qualcosa del genere ma non con la stessa rapidità – che ha fatto tremare le economie sui due lati dell’Atlantico.

Eppure la tante volte evocata (e temuta) recessione non c’è stata. Almeno in America. «La missione della Fed è compiuta e il soft landing è riuscito», ha sentenziato Paul Krugman. «Ora la Fed – ha aggiunto il premio Nobel – deve fermarsi e con l’occasione rivedere dal 2 a un più realistico 3% il punto di approdo dell’inflazione. È dove siamo arriv…

La Federal Reserve ha aumentato i tassi undici volte nelle ultime diciassette riunioni, a partire dal primo rialzo da 0,25 a 0,50% del 16 marzo 2022 fino al 5,5% del 26 luglio 2023. La Bce ha imposto un’escalation ancora più secca: gli interessi erano a zero quando il primo luglio del 2022 è partita la corsa che un anno più tardi, lo scorso 27 luglio, ha portato il tasso di riferimento al 4,25%. Uno stress test in corpore vili senza precedenti – bisogna riandare al governatore americano Paul Volcker, negli anni ’80, per trovare qualcosa del genere ma non con la stessa rapidità – che ha fatto tremare le economie sui due lati dell’Atlantico.

Eppure la tante volte evocata (e temuta) recessione non c’è stata. Almeno in America. «La missione della Fed è compiuta e il soft landing è riuscito», ha sentenziato Paul Krugman. «Ora la Fed – ha aggiunto il premio Nobel – deve fermarsi e con l’occasione rivedere dal 2 a un più realistico 3% il punto di approdo dell’inflazione. È dove siamo arrivati senza pagare lo scotto della disoccupazione». In effetti, negli Stati Uniti il mercato del lavoro regge bene (sotto il 4% il tasso di disoccupazione) mentre il Pil è cresciuto di un sorprendente 2,4% nel secondo trimestre dopo il 2% del primo, e sembra lanciato per eccedere le previsioni del Fondo Monetario per il 2023 (+1,8%). Merito della resilienza intrinseca dell’economia, dell’Inflation reduction act e della Fed che ha frenato i consumi. Il governatore della Fed, Jerome Powell, ha però ribadito che l’obiettivo dell’inflazione resta il 2%: «Siamo pronti ad alzare ulteriormente i tassi, se necessario, e intendiamo mantenere la politica a un livello restrittivo fino a quando non saremo certi che l’inflazione si stia muovendo in modo sostenibile verso il nostro obiettivo».

Le previsioni del Fondo Monetario internazionale sulla crescita del Pil

 

Più complessa la situazione nell’Eurozona. L’inflazione è scesa dal 10,6% dell’ottobre 2022 al 5,3% del luglio 2023 (ancora al 5,9% in Italia) ma persistono problemi, vecchi e nuovi, tali da non far escludere qualche rischio di recessione, magari lieve come c’è già stata in Germania l’inverno scorso. Si comprende l’incertezza di Christine Lagarde, e la sua insistenza nel dire che l’opera della Bce sarà guidata dai dati, che cambiano ad ogni momento.

Anche gli economisti più prestigiosi sono divisi: Lorenzo Bini Smaghi, per esempio, che in Bce è stato membro del board in tempi recenti, ritiene che il 2% non vada corretto. «Fin quando l’inflazione è superiore a quel livello – dice - non la si può considerare sotto controllo. Questo è il motivo per cui la Bce non esclude altri rialzi in settembre o più in là nell’anno». Il rischio maggiore per la credibilità della Bce, aggiunge, «è di fare ora una pausa nei rialzi e poi scoprire tra qualche mese che l’inflazione non è scesa abbastanza o è ferma. In quel caso dovrebbe riprendere ad aumentare i tassi, riconoscendo di fatto di aver sbagliato diagnosi come è avvenuto un paio di anni fa, quando ritenne che l’inflazione fosse temporanea e dovuta solo ai rincari dell’energia».

Di parere opposto invece è Paul De Grauwe, capo del dipartimento Europa della London School of Economics: «Se la Bce continua ad alzare i tassi – spiega – rischia di sbagliare come nel 2008 e nel 2011 quando rincarò gli interessi con una recessione in arrivo. L’inflazione in Europa è dovuta al caro-energia, e questo si è risolto. Per questo è scesa così rapidamente, come rapidamente era salita». La prossima riunione della Bce è il 14 settembre mentre il 19-20 tocca alla Fed.

Ma il problema dell’Europa è più complesso. Non solo l’inflazione, pur essendo stata disinnescata la mina energetica, è ancora lontana dal livello ottimale - qualsiasi esso sia - perché nel frattempo ha finito per interiorizzarsi in ogni ganglio dell’economia, ma c’è un generale calo della produzione, degli investimenti, delle esportazioni. Il fattore-Germania ha il suo peso, come continua a rimarcare la Confindustria: il Paese-guida dell’Ue è bersagliato dalla debolezza dei mercati di riferimento. Sta di fatto che nell’Eurozona l’indicatore chiave Pmi, che misura la fiducia delle imprese, è sceso in agosto da 48,6 a 47, ben oltre il livello di guardia di 50, il livello più basso dal novembre 2020. «Quel che accade a Berlino vale in misura non molto minore per l’intera Eurozona», commenta l’economista tedesco Daniel Gros. «L’Europa dipende due volte di più degli Stati Uniti dal commercio internazionale e le esportazioni come percentuale del Pil sono in media al 25%, un livello che si presta agli squilibri». Sull’inflazione, poi, bisogna fare i conti con la cosiddetta “illusione monetaria”: «Il pubblico si rende conto con qualche mese di ritardo che con l’inflazione ha meno soldi in tasca, per cui un ulteriore contraccolpo sui consumi è da attendere».

Gli scambi di beni tra l'Ue e gli Usa

 

E l’Italia? «Per ora il turismo ci sostiene, anche se la debolezza della produzione certificata da Confindustria, è un cattivo segnale premonitore», riflette l’economista Innocenzo Cipolletta. «È vero che soffriamo del “male tedesco” ma le piccole dimensioni delle aziende per una volta ci aiutano. A conti fatti, forse ce la faremo a rispettare la previsione dello 0,9-1% di crescita nel 2023. Di fatto, grazie al Pnrr, malgrado tutte le incertezze, i ritardi, le confusioni, qualcosa stiamo investendo». C’è ancora un altro elemento di preoccupazione: se in autunno scatteranno decise rivendicazioni salariali, si tornerà indietro sull’inflazione? «I salari rimangono moderati – risponde Cipolletta - e grazie anche alla mancanza di grosse industrie dove si potrebbero alimentare lotte sindacali forti, c’è da attendersi una provvidenziale moderazione salariale. Il fronte debole restano sempre i conti pubblici, dai quali può venire anziché uno stimolo un elemento depressivo».

La finanza statale e le difficoltà d’investimento, con l’ingombrante corollario di un’autolesionistica conflittualità permanente con Bruxelles, rimangono la palla al piede dell’Italia. «Dobbiamo puntare tutto sul Pnrr che è un polmone per la crescita», insiste Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici. «Bisogna però fare attenzione – precisa - all’effetto-sostituzione: a parte i grant (che sono risorse a fondo perduto, ndr), il grosso del Pnrr comporta l’assunzione di nuovo debito. Bisogna intendersi: di aggiungere debiti a una massa che è già una volta e mezzo il Pil non è il caso, e così si finisce semplicemente con il finanziare iniziative che nella maggior parte dei casi si sarebbero intraprese comunque. Contributo netto allo sviluppo, zero». L’unico vantaggio sono i tassi, per quella porzione di debito attribuita al Pnrr: «Su questo però interviene l’inflazione, che aumenta gli oneri per interessi: nel 2024 arriveranno a 85 miliardi, stando al Def di primavera, e toccheranno i 100 nel 2026», chiosa Galli.

La frenata dell'export italiano

 

Le insidie del Pnrr le ricorda anche Andrea Boitani, economista della Cattolica: «Vi siete chiesti perché Francia o Germania non hanno incassato i prestiti offerti? Perché è difficile progettare opere, dagli asili alla sanità, che non richiedano l’assunzione di dipendenti pubblici che, oltre alle difficoltà connesse ai concorsi, resteranno a carico dello Stato dopo il 2026, e questo si somma in Italia all’incapacità progettuale di tante stazioni appaltanti minori». La parte da valorizzare del Pnrr sarebbero le riforme, quelle sì in grado di migliorare strutturalmente la produttività e attrarre investimenti privati dall’Italia e dall’estero: ma su questo fronte siamo ancora più indietro.

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