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Brusca frenata del Pil, si restringono i margini della legge di Bilancio

La presidente del Consiglio Melooni con il ministro dell'Economia Giorgetti e il vicepremier Salvini

 (ansa)

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Il dato negativo del secondo trimestre è stato rivisto al ribasso (-0,4%), rischio recessione. Rallentano industria, consumi ed edilizia. E gli obiettivi del governo si allontanano
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Che l’economia italiana si fosse inchiodata era noto. Ora si scopre che l’arresto è ancora più brusco di quanto si pensasse. A rivelare questa scomoda verità, che complica ulteriormente la prossima legge di bilancio del governo Meloni, è la revisione definitiva del dato sul Pil del secondo trimestre, diffusa ieri dall’Istat. Rispetto alle stime preliminari, che avevano rilevato un calo dello 0,3 per cento, i dati definitivi lo abbassano a meno 0,4. E lo stesso fanno con la crescita acquisita per il 2023, che arretra dallo 0,8 allo 0,7 per cento. Un decimo può sembrare trascurabile, non lo è. Perché aumenta le possibilità di una recessione tecnica, nel caso anche il periodo estivo si chiuda in negativo. E soprattutto perché allontana l’obiettivo di un punto tondo di crescita fissato dal governo per l’intero anno, che dopo il primo scoppiettante trimestre pareva a portata. Ogni decimale in meno renderebbe i margini della finanziaria – già limitati – ancora più risicati.

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Che l’economia italiana si fosse inchiodata era noto. Ora si scopre che l’arresto è ancora più brusco di quanto si pensasse. A rivelare questa scomoda verità, che complica ulteriormente la prossima legge di bilancio del governo Meloni, è la revisione definitiva del dato sul Pil del secondo trimestre, diffusa ieri dall’Istat. Rispetto alle stime preliminari, che avevano rilevato un calo dello 0,3 per cento, i dati definitivi lo abbassano a meno 0,4. E lo stesso fanno con la crescita acquisita per il 2023, che arretra dallo 0,8 allo 0,7 per cento. Un decimo può sembrare trascurabile, non lo è. Perché aumenta le possibilità di una recessione tecnica, nel caso anche il periodo estivo si chiuda in negativo. E soprattutto perché allontana l’obiettivo di un punto tondo di crescita fissato dal governo per l’intero anno, che dopo il primo scoppiettante trimestre pareva a portata. Ogni decimale in meno renderebbe i margini della finanziaria – già limitati – ancora più risicati.

Il miracolo che non c’era

Di certo la narrazione del “miracolo” fatta dal governo fino a qualche settimana fa, di un’Italia che cresce più di tutti in Europa, si è rivelata fuori tempo. Ma anche la più prudente linea del Piave su cui si era attestato il Tesoro dopo la doccia fredda del -0,3 per cento, e cioè che l’obiettivo annuale resta «pienamente alla portata», ora traballa. Perché il dato definitivo, limato e dettagliato nelle sue varie componenti, rivela una debolezza diffusa in tutti i comparti. Prima di tutto si fa sentire, sia sugli investimenti delle aziende che per le famiglie, l’effetto della stretta monetaria anti-inflazione della Bce. Continua ad arrancare la manifattura, contagiata dalla recessione tedesca. Frena con decisione l’edilizia, anche per effetto della repentina e caotica – per quanto necessaria – disintossicazione dalla droga Superbonus, che aveva gonfiato il numero di cantieri ma anche quelli del Pil. Stagnano infine i consumi – ancora un punto sotto i valori pre-Covid – a conferma che le famiglie stanno esaurendo il cuscinetto di risparmi accumulato durante la pandemia e sentono i morsi di un’inflazione che scende troppo lenta. Rispetto alle stime preliminari, anche i servizi risultano in contrazione.

Possibile recessione

Considerato che il barometro di fiducia dell’industria anche ad agosto è restato sul brutto, la speranza che l’Italia eviti i due trimestri in negativo, e quindi la recessione, è legata al risultato della stagione turistica. Possibile che il periodo tra luglio e settembre si chiuda con un debole segno più, evitando al governo l’imbarazzo. Ma con tutti i motori della crescita in panne, la congiuntura internazionale che non migliora, un ulteriore possibile rialzo dei tassi da parte della Bce e il Pnrr che resta impantanato, il vero problema va ben oltre il prossimo trimestre. A fine settembre infatti, una volta acquisito quel dato, il governo dovrà pubblicare la Nadef, aggiornando le stime su crescita, deficit e debito per quest’anno e il prossimo, sulla cui base definire le risorse della legge di Bilancio. Le precedenti, un deficit al 3,7% del Pil, davano uno spazio di partenza di soli 4,5 miliardi, con le altre coperture da trovare tagliando altrove, visto che il possibile ritorno in vigore da gennaio del Patto di stabilità sconsiglia di spandere.

Meno risorse per la manovra

Una dote già risicata, per una manovra che la premier Meloni e il ministro dell’Economia Giorgetti hanno anticipato agli alleati di maggioranza dovrà essere «prudente», concentrata su interventi per famiglie numerose e redditi bassi, a partire dal taglio del cuneo. Ma che con un Pil più basso rischia di ridursi ancora, proprio mentre aumenta la necessità di sostenere un’economia che uscirà dal ciclo di rialzo dei tassi in piena stagnazione. E mentre anche l’occupazione, la cui vivacità ha sostenuto le finanze delle famiglie, ha dato un primo segnale di inversione di tendenza.

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