GLI ultimi dati diffusi dall’Istat evidenziano che – secondo le rilevazioni preliminari - l’inflazione sta rallentando la sua corsa, ma anche che il ritmo di rialzo dei prezzi continua a essere abbondantemente al di sopra di un livello accettabile. Cerchiamo di capire il perché e cosa attendersi da qui in avanti.
Rialzo del 5,5%
Ad agosto i prezzi al consumo sono saliti dello 0,4% su base mensile e del 5,5% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. A luglio l’incremento tendenziale era stato del 5,9%, mentre tra ottobre e gennaio la fiammata era stata di due cifre percentuali.
Il rallentamento è dovuto soprattutto alla frenata dei prezzi relativi ai beni energetici non regolamentati e dei servizi ricreativi e culturali.
L’inflazione acquisita per il 2023, cioè la media dell’anno qualora nei prossimi mesi l’indice risultasse pari a zero (quindi nessun rialzo ulteriore), è del 5,7%.
La frequenza d’acquisto
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono cresciuti del 9,6%, qualcosa in meno del mese scorso, ma comunque ben oltre la media.
Inoltre hanno addirittura accelerato i prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +5,5% a +7,0%). Proprio questo fa sì che le famiglie percepiscano un’inflazione ben superiore al livello medio ufficiale.
Il fenomeno non è solo italiano: per fare un esempio, in Germania l’inflazione è passata dal 6,2% di luglio (rispetto a dodici mesi prima) al 6,1% di agosto.
A livello di Eurozona, invece, il dato dell’ultimo mese è +5,3%, in linea con quello di luglio.
Cosa farà la Bce
Tutto questo mentre nel corso delle ultime settimane si sono moltiplicati i segnali di indebolimento della congiuntura. I consumi nell’Eurozona restano sotto pressione, gli ordinativi dell’industria fiacchi e i prestiti soffrono il rialzo dei tassi.
Proprio questo scenario apre un interrogativo sulle prossime mosse della Bce. L’istituto di Francoforte tornerà a riunirsi il 14 settembre e nell’occasione dovrà decidere se alzare ulteriormente i tassi o fermarsi per la prima volta dal luglio del 2022.
In quell’occasione il tasso ufficiale fu portato da zero a 0,50%, mentre attualmente siamo al 4,25%. Una stretta ulteriore rischia di facilitare la caduta dell’intera area in recessione.
La politica monetaria
I rialzi del costo del denaro rendono meno conveniente finanziarsi e questo freno tende a raffreddare i prezzi.
Ma questo vale soprattutto quando l’inflazione è dovuta a ragioni interne a un’area economica e non, come nel caso dei prezzi energetici, a dinamiche legate all’import.
La stessa Bce ha segnalato in un report che buona parte delle imprese presenti nell’Eurozona è riuscita non solo a scaricare sui prezzi finali tutti gli aumenti subiti dall’incremento dei costi, ma anche ad aumentare i propri margini.
“In una situazione di alti profitti, le imprese sono meno dipendenti dal credito e pertanto la politica monetaria diventa meno efficace, a differenza di quelle fiscali e industriali che possono giocare un ruolo rilevante”, sottolinea l’economista de LaVoce.info Rony Hamaui.
Il quale invita a guardare al caso spagnolo, “dove il governo Sànchez è riuscito a ottenere risultati considerevoli con politiche economiche non convenzionali quali lo sganciamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità, la riduzione della tassazione indiretta, l’imposizione di limiti ai prezzi dell’energia, la tassazione dei super-profitti delle banche”.
Il risultato è che ad agosto l’inflazione nel Paese iberico si è fermata al 2,5%.