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La Perla, lingerie in affanno: nel labirinto delle promesse mancate

(afp)
La crisi della griffe di lingerie finisce sul tavolo del governo, mentre il proprietario Windhorst torna ad annunciare l’arrivo di nuovi capitali
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Da qualche anno il civico dieci di via Mattei, a Bologna, è diventato il palcoscenico di una storia che suona quasi paradossale. I capi di lingerie che qui si producono sono tra i più celebri (e costosi) al mondo, ma mentre il mercato del lusso ha chiuso un 2022 da record e veleggia verso performance positive anche nel 2023, i conti di La Perla sono costantemente in rosso e in estate si è giunti persino al mancato pagamento degli stipendi.

È così che un’avventura imprenditoriale di grande successo, iniziata con una bustaia emiliana che negli anni Cinquanta aveva saputo anticipare i tempi e proseguita tra le passerelle più famose della moda, si è tramutata in un racconto di sogni infranti e promesse tradite, con il futuro del marchio che si sta consumando giorno dopo giorno.

I fasti del passato non bastano più a sopperire alle mancanze del presente e, all’ennesimo impegno disatteso da parte della proprietà, ad agosto La Perla è entrata in emergenza. Domani, martedì 5 settembre, è co…

Da qualche anno il civico dieci di via Mattei, a Bologna, è diventato il palcoscenico di una storia che suona quasi paradossale. I capi di lingerie che qui si producono sono tra i più celebri (e costosi) al mondo, ma mentre il mercato del lusso ha chiuso un 2022 da record e veleggia verso performance positive anche nel 2023, i conti di La Perla sono costantemente in rosso e in estate si è giunti persino al mancato pagamento degli stipendi.

È così che un’avventura imprenditoriale di grande successo, iniziata con una bustaia emiliana che negli anni Cinquanta aveva saputo anticipare i tempi e proseguita tra le passerelle più famose della moda, si è tramutata in un racconto di sogni infranti e promesse tradite, con il futuro del marchio che si sta consumando giorno dopo giorno.

I fasti del passato non bastano più a sopperire alle mancanze del presente e, all’ennesimo impegno disatteso da parte della proprietà, ad agosto La Perla è entrata in emergenza. Domani, martedì 5 settembre, è convocato un tavolo al Ministero delle imprese e del made in Italy, nel corso del quale le parti sindacali sperano di poter incontrare il finanziere tedesco Lars Windhorst, che da cinque anni detiene la maggioranza del brand, ma soprattutto di trovare una sponda nel governo per ridare linfa vitale all’azienda, che sta annaspando tra più di 336 milioni di euro di debiti finanziari netti.

Fondata nel 1954 da Ada Masotti, la cronaca recente di La Perla è costellata di complessi e travagliati passaggi di mano, con il primo nel 2007 ad opera degli eredi verso la californiana JH Partners; esperienza che si concluse con i libri in tribunale e una vendita all’asta, nel 2013, dove a spuntarla fu l’imprenditore Silvio Scaglia. Il piano di rilancio da 300 milioni di euro del fondatore di Fastweb, però, non portò i risultati sperati e nel 2017 il manager si mise alla ricerca di un acquirente, aprendo un dialogo con la conglomerata cinese Fosun. Le trattative non andarono in porto ed è a questo punto che, quasi a sorpresa, si fece avanti Windhorst col suo fondo d’investimento Sapinda Holding (ora Tennor).

I conti del gruppo

 

L’operazione pose fin da subito alcuni interrogativi, a partire dal valore della vendita, rimasto top secret (si dice che il passaggio sia avvenuto per una cifra piuttosto bassa, per via dei forti investimenti operati da Scaglia che drenavano cassa), ma soprattutto per il profilo controverso dell’imprenditore renano. Uscito indenne da due fallimenti e da un’accusa di bancarotta, aveva fama di scommettere su aziende dal futuro incerto e nel suo variopinto portafoglio figuravano piantagioni in Africa, cantieri navali nel mar Baltico e miniere di carbone in Sudafrica.

«Le prime promesse di Windhorst – ricorda Stefania Pisani, segretaria generale della Filctem Cgil di Bologna – parlavano di un nuovo piano industriale per La Perla e di una chiusura della posizione debitoria verso i fornitori». Le parole non solo furono disattese, ma pochi mesi dopo l’acquisto, Sapinda entrò negli uffici di via Mattei con la scure, dichiarando 126 esuberi. «Per la prima volta ci trovammo costretti a rivolgerci al Ministero – dice Pisani – riuscendo a ottenere la cassa integrazione e a salvare le maestranze».

Nel frattempo, i conti dell’azienda cominciano a deteriorarsi. Dall’analisi dei bilanci di La Perla Fashion Holding, società olandese quotata a Parigi (il titolo è sospeso dal 3 luglio) attraverso la quale Tennor controlla la griffe, emergono ricavi altalenanti, marginalità negative e un risultato in perdita da quattro anni. «Tutto questo – assicura Maria Angela Occhiali della Uiltec di Bologna – si riflette nella produzione, fortemente ridotta. Pensi che in fabbrica mancano i gancetti per i reggiseni, gli elastici, addirittura il pizzo».

Ai sindacati risulta che lo scorso giugno la ditta che si occupa della logistica si sarebbe rifiutata di effettuare ulteriori spedizioni, se prima non fossero arrivati i pagamenti. Come accaduto in altre occasioni già emerse alle cronache (con Purple PR, l’agenzia contabile Mazars e lo studio di design Edge Retail), Windhorst è intervenuto saldando i conti, ed evitando così ulteriori richieste di liquidazione coatta.

Nonostante le difficoltà, non si era tuttavia mai giunti al mancato pagamento degli stipendi. Cosa che, invece, è successa con quelli di luglio per i 337 dipendenti del sito bolognese (per un importo che i sindacati stimano complessivamente in circa 500 mila euro). A dire il vero, che il tempo sopra La Perla si fosse rannuvolato le sigle sindacali se ne erano accorte già a febbraio, quando era diventato chiaro che le strategie finanziarie del fondo non stavano dando i frutti sperati ed erano emerse voci sul possibile ingresso di un nuovo partner.

«A quel punto – afferma Occhiali – abbiamo attivato il contratto di solidarietà, mettendo al riparo i dipendenti». Ne sono seguiti mesi concitati e a maggio la Regione Emilia-Romagna ha convocato le parti per vederci chiaro. In quel contesto Windhorst ha promesso l’arrivo di 60-70 milioni di fondi, di cui a Bologna finora non si è vista traccia. Nel frattempo, però, è giunta la doccia fredda dei mancati pagamenti alle maestranze e il presidente della Regione Stefano Bonaccini, furente, ha scritto di una «palese violazione degli impegni assunti».

L’appuntamento di domani a Roma è quanto mai cruciale. Lo sa bene anche Windhorst, che la settimana scorsa via Instagram ha annunciato un aumento di capitale da 50 milioni con l’emissione di nuove azioni per il rilancio, l’ennesimo, di La Perla. L’unico modo per fugare i dubbi è passare dalle parole ai fatti.

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