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Taiwan ombelico del mondo, tutti aggrappati allo status quo

La tensione con la Cina resta alta. Ma il “non Stato” sovrano si regge su un fragile equilibrio che, per il momento, nessuno ha interesse a rompere
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È sceso in campo anche Terry Gou, a rendere la corsa per chi governerà Taiwan, la Cina piccola e democratica, ancora più aggrovigliata. Proprio lui: il miliardario 72enne fondatore di Foxconn, l’azienda dell’elettronica diventata un colosso globale assemblando prima i computer e poi i telefoni di un marchio americano chiamato Apple, per lo più in fabbriche pollaio da decine di migliaia di dipendenti situate nell’altra Cina, quella grossa e comunista. E a rendere perfetto l’intreccio è il fatto che la sua candidatura alle presidenziali di gennaio, dividendo ulteriormente il campo già fratturato dei conservatori, rischia di servire su un piatto d’argento la riconferma al Partito democratico, cioè la forza a cui Gou imputa la crescente escalation di tensione con Pechino.

Benvenuti a Taiwan, la terra dei paradossi. Il non-Stato sovrano che Pechino considera una provincia ribelle da riunire all’unica e grande Cina, con le buone o con le cattive, e di cui gli Stati Uniti difendono invece…

È sceso in campo anche Terry Gou, a rendere la corsa per chi governerà Taiwan, la Cina piccola e democratica, ancora più aggrovigliata. Proprio lui: il miliardario 72enne fondatore di Foxconn, l’azienda dell’elettronica diventata un colosso globale assemblando prima i computer e poi i telefoni di un marchio americano chiamato Apple, per lo più in fabbriche pollaio da decine di migliaia di dipendenti situate nell’altra Cina, quella grossa e comunista. E a rendere perfetto l’intreccio è il fatto che la sua candidatura alle presidenziali di gennaio, dividendo ulteriormente il campo già fratturato dei conservatori, rischia di servire su un piatto d’argento la riconferma al Partito democratico, cioè la forza a cui Gou imputa la crescente escalation di tensione con Pechino.

Benvenuti a Taiwan, la terra dei paradossi. Il non-Stato sovrano che Pechino considera una provincia ribelle da riunire all’unica e grande Cina, con le buone o con le cattive, e di cui gli Stati Uniti difendono invece la sovranità con tanto di forniture di armi, ma senza dichiarare esplicite alleanze. L’isola che potrebbe garantire all’esercito di Xi Jinping una piattaforma di accesso ai grandi oceani, oppure incatenarlo ai piccoli mari interni e consumarlo in una volontà di potenza inespressa.

Cortocircuito politico

La democrazia in cui i conservatori del Kuomintang, cioè il partito nazionalista che fu sconfitto e scacciato dai comunisti di Mao, oggi predicano rapporti più stretti con la Repubblica Popolare Cinese, e dove invece i democratici dalla Cina si vogliono tenere il più distante possibile, alimentando la sempre più orgogliosa identità taiwanese. La potenza tecnologica di cui tutto il mondo ha bisogno, perché la storia della globalizzazione ha fatto sì che lì e solo lì si producano i microprocessori più avanzati, nelle fonderie di Tsmc, ma da cui ora che la globalizzazione è in ritirata tutto il mondo vorrebbe dipendere meno, perché non si sa mai cosa potrebbe succedere. Insomma: il luogo da cui passano tutte le linee di faglia del nostro mondo, geopolitiche, tecnologiche e culturali. Faglie che minacciano di rompersi da un momento all’altro in una drammatica esplosione di conflitto.

La centralità di Taiwan nei chip più avanzati: capacità produttiva per area geografica

 

Tutto questo spiega l’importanza di due parole, a cui tutto il mondo si aggrappa quando parla con e della Repubblica di Cina, nome ufficiale di Taiwan: “status quo”. Un equilibrio fragilissimo, che però allo stesso tempo – a proposito di paradossi – sembra richiedere una forza enorme per essere alterato. Ce l’ha questa forza la Cina di Xi Jinping? Perché se è vero che la riunificazione di Taiwan è parte centrale del suo sogno di potenza, e che l’esercito rosso fa volare sempre più in profondità i suoi aerei nello spazio aereo dell’isola, il leader comunista sa che muovere i fanti provocherebbe quasi certamente una reazione armata americana, trasformando l’impresa in una questione di vita o di morte per il regime. E se qualcosa gli ha insegnato l’esperienza dell’amico Putin in Ucraina è quanto sia incerto l’esito di un’invasione, per di più anfibia.

Ambiguità strategica

Intanto gli americani fanno passare i loro incrociatori attraverso lo stretto che separa Taiwan dal continente, la armano e promuovono rapporti politici sempre più stretti, ma sempre attenti a non oltrepassare il confine della cosiddetta “ambiguità strategica”, per cui non c’è un obbligo formale di difenderla. E lo stesso Partito democratico taiwanese, super favorito per le elezioni con il suo candidato Lai Ching-te, sa che non può spingersi fino a una formale proclamazione di indipendenza, sapendo che accenderebbe la miccia di Pechino.

Il problema è che, quando si tratta di politica internazionale, non sempre lo status quo viene rotto volontariamente. Spesso la valanga può innescarsi per un incidente, come due navi che si urtano, se il livello di tensione è tale per cui gli attori non possono permettersi di fermarla. E non c’è dubbio che nello Stretto di Taiwan la tensione sia ai massimi storici, ogni giorno più grande. Alimentata dalle aspirazioni di potenza della Cina comunista e dalla ferma convinzione americana che questa proiezione di forza vada contenuta. È per questo che mentre difende Taiwan, l’Occidente ha bisogno di cautelarsi sempre più dal rischio che la sua centralità tecnologica rappresenta. La strategia americana – e in una certa misura anche europea – per riportare a Ovest almeno una parte della produzione dei chip delocalizzata negli anni a Est è un tentativo di ridurre la dipendenza dalle fonderie dell’isola, che stampano circuiti sotto il tiro dei missili cinesi. E della stessa dipendenza, che dal suo punto di vista significa ricattabilità da parte degli americani, sta provando a liberarsi anche la Cina, provando a costruire una sua filiera nazionale del silicio, anche se finora senza grande successo.

Il rischio di autogol

Quanto alla piccola Taiwan, prova a giocare le sue carte nel grande gioco delle grandi potenze, sperando di uscirne rafforzata e non schiacciata. Sapendo di dipendere dagli Stati Uniti non solo per le fornitura di aerei e missili, ma anche per i sofisticati macchinari che stampano i chip, tutti prodotti con tecnologie americane ora vietate alla Cina, e che allo stesso tempo senza vendere ai cugini comunisti dovrebbe rinunciare a una bella fetta del suo benessere. Il suo campione nazionale dei chip, Tsmc, quello che li sa produrre piccoli come nessuno, ora asseconda il desiderio di sicurezza industriale dell’Occidente: sta costruendo un super stabilimento in Arizona, ne costruirà un secondo in Giappone e – notizia recentissima – anche uno in Germania, il primo europeo.

In molti si chiedono se abbia senso dal punto di vista economico, anche al netto dei generosi incentivi che l’azienda riceve, visto che i costi di produzione di quegli impianti saranno molto più alti di quelli taiwanesi. Altri si chiedono se, peggio, per la Cina minore non sia un autogol politico, allontanare dal suo fragile territorio parte di quell’industria così fondamentale. Politica ed economia che si intrecciano, equilibri fragili, geometrie variabili, incognite poco prevedibili: Taiwan riassume il nostro nuovo mondo.

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