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Fitto taglia fuori il Mef dalla gestione di 50 miliardi alle Regioni. Giorgetti fa riscrivere il decreto

(ansa)
Nella bozza del decreto Sud viene cancellato il ruolo del Tesoro nella programmazione del Fondo di sviluppo e coesione. L’intervento del Mef. E “il decreto Fitto” genera malumori tra i ministri
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ROMA - L’accentramento dei poteri si nasconde tra le pieghe del decreto Sud. Ha la firma di Raffaele Fitto, il “super” ministro con quattro deleghe che a Palazzo Chigi può contare già su una faraonica Struttura di missione, la stanza dei bottoni del Pnrr. Immagine plastica delle funzioni sottratte alla Ragioneria generale dello Stato: uno schema che il fedelissimo di Giorgia Meloni prova a replicare, esautorando il ministero dell’Economia dalla programmazione del Fondo sviluppo e coesione.

L’espediente è la riscrittura del procedimento che porta all’assegnazione delle risorse alle Regioni. Un iter che oggi parte dalla proposta del ministero del Sud “di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze”. Proprio il passaggio che compare nell’ultimo c…

ROMA - L’accentramento dei poteri si nasconde tra le pieghe del decreto Sud. Ha la firma di Raffaele Fitto, il “super” ministro con quattro deleghe che a Palazzo Chigi può contare già su una faraonica Struttura di missione, la stanza dei bottoni del Pnrr. Immagine plastica delle funzioni sottratte alla Ragioneria generale dello Stato: uno schema che il fedelissimo di Giorgia Meloni prova a replicare, esautorando il ministero dell’Economia dalla programmazione del Fondo sviluppo e coesione.

L’espediente è la riscrittura del procedimento che porta all’assegnazione delle risorse alle Regioni. Un iter che oggi parte dalla proposta del ministero del Sud “di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze”. Proprio il passaggio che compare nell’ultimo comma dell’articolo 1 della bozza del provvedimento, ma con implicazioni tutt’altro che concilianti. Quelle parole, infatti, “vanno soppresse”. Per lasciare spazio, nel disegno di Fitto, a uno schema che non prevede più il coinvolgimento del Mef. In tutti gli altri commi dello stesso articolo, il dicastero di Giorgetti è citato solo un’altra volta, come puro erogatore delle risorse che sono frutto di una concertazione esclusiva tra Fitto e i singoli governatori. 

Ma il tentativo del ministro per il Pnrr sbatte contro il muro del Tesoro. A via XX settembre si accende la spia rossa: la bozza del decreto - è la reazione a caldo - va modificata. Perché - è il ragionamento – azzera le funzioni del ministero: è il decreto Fitto.

Gli uffici intervengono e operano sul testo per ripristinare il ruolo del dicastero. Almeno questo è il tentativo: l’esito si conoscerà solo stamattina, quando sarà pronto il testo definitivo che il Consiglio dei ministri esaminerà alla riunione fissata a Palazzo Chigi alle 12.30. Con Fitto e Giorgetti seduti intorno allo stesso tavolo. 

Dietro il tratto di penna che cancella il Mef c’è una partita di peso. Basta leggere l’importo della dote dell’Fsc 2021-2027, che è oggetto del decreto: 50 miliardi. Soldi da distribuire alle Regioni (l’80% al Sud, il 20% al Centro-Nord).

Risorse che muovono anche partite politiche perché le risorse vanno a finire sui territori. A maggior ragione alla luce delle norme volute da Fitto: stando sempre alla bozza, è lui il “dominus” della partita, con i presidenti di Regione vincolati a rispettare una lunga lista di impegni, dall’indicazione dei cronoprogrammi “di realizzazione di ciascun intervento o linea d’azione” al Piano finanziario dell’accordo. 

Anche questo è un punto critico, nel “decreto Fitto”. Di fatto, fino ad oggi, l’Fsc è stato agganciato a un meccanismo più “leggero”, dove il peso dei ministeri coinvolti (Sud e Tesoro) è relativo, quasi una sorta di atto di indirizzo, vincolato solo al via libera del Cipess, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile che è di stanza a Palazzo Chigi. L’introduzione dell’Accordo con ogni singola Regione, invece, rafforza il ruolo del ministero competente. 

Alcuni governatori non hanno apprezzato – eufemismo – la bozza del decreto che introduce la stretta. Anche perché l’Fsc è un tasto dolente: Fitto vuole utilizzarlo per salvare i progetti che sono stati stralciati dal Pnrr. Investimenti per 16 miliardi, dalla lotta al dissesto idrogeologico alla riqualificazione delle periferie.

Ma i presidenti delle Regioni, seppure con diverse sfumature, sono contrari. In più di un’occasione – la più eclatante è il documento bipartisan del 2 agosto – la Conferenza delle Regioni si è detta contraria alla compensazione dei tagli del Pnrr con il Fondo sviluppo e coesione. Di fatto tagli coperti con altri tagli e il rischio di uno stop dei cantieri già avviati o programmati. 

E lo scambio Pnrr-Fsc è un’altra delle ragioni che surriscaldano la partita dentro il governo. Con un Pil in frenata, dopo un secondo trimestre a -0,4%, l’effetto leva che può arrivare dal Piano nazionale di ripresa e resilienza risulta ancora di più determinante. Le aspettative sono basse: la spesa arranca e la rimodulazione del Piano ha di fatto congelato 15 miliardi di investimenti.

La trattativa con Bruxelles per il via libera alla revisione del Piano la porta avanti Fitto. Ma è il Tesoro che deve poi tradurre il tutto in previsioni e numeri. Serve una visione unitaria. La stessa che bisognerà avere se dall’Europa arriverà un’apertura alla proposta italiana di escludere le spese green e per il digitale dal calcolo del debito, all’interno della cornice del Patto di stabilità. 

Ma la vicenda dell’Fsc ha riattivato tensioni che si erano sopite, quelle esplose lo scorso inverno, con l’accentramento della governance del Pnrr a Palazzo Chigi e l’indebolimento delle strutture della Ragioneria. 

È bastato un comma di un articolo a far riemergere vecchie ruggini. Che, con il decreto Sud, sono andate ben oltre il Dipartimento del ministero dell’Economia. Alcuni ministri, impegnati nella spending review per la legge di bilancio, non hanno gradito le 2.200 assunzioni, da destinare alle Regioni, che compaiono in un altro articolo del provvedimento. In particolare le 71 per il Dipartimento della Coesione, che risponde sempre a Fitto.

E anche se sono soldi – circa 500 milioni –  che non possono essere utilizzati per rafforzare il personale dei dicasteri, i ministri non hanno gradito la libertà d’azione di Fitto. Così come l’aumento degli stipendi, da 30 mila a 50 mila euro l’anno, dei componenti del Nucleo per le politiche di coesione. Nominati sempre da lui, il “super” ministro Fitto. 

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