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L’azienda ai figli o ai manager il dilemma dell’eredità

Marina e Pier Silvio, Massimo Doris, i discendenti di Del Vecchio e Colaninno. A loro le chiavi di gruppi miliardari: ma sapranno essere all’altezza dei fondatori?
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È giusto che i padri fondatori lascino le aziende nelle mani dei figli al momento della loro scomparsa? La domanda non è di poco conto, perché le aziende famigliari costituiscono lo scheletro portante dell’economia italiana e il passaggio alle generazioni successive è determinante per lo sviluppo futuro del Paese. L’alternativa, se i figli non sono all’altezza del padre, è quella di affidare la conduzione dell’azienda a manager di fiducia e provata esperienza, oppure di vendere l’azienda in tempi utili e lasciare in eredità ai figli o ad altri liquidità o patrimoni in titoli e immobili.

Il caso Italia

Riguardo queste scelte, l’Italia è un caso particolare rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei e agli Stati Uniti, per via del suo sistema fiscale, che prevede aliquote di succe…

È giusto che i padri fondatori lascino le aziende nelle mani dei figli al momento della loro scomparsa? La domanda non è di poco conto, perché le aziende famigliari costituiscono lo scheletro portante dell’economia italiana e il passaggio alle generazioni successive è determinante per lo sviluppo futuro del Paese. L’alternativa, se i figli non sono all’altezza del padre, è quella di affidare la conduzione dell’azienda a manager di fiducia e provata esperienza, oppure di vendere l’azienda in tempi utili e lasciare in eredità ai figli o ad altri liquidità o patrimoni in titoli e immobili.

Il caso Italia

Riguardo queste scelte, l’Italia è un caso particolare rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei e agli Stati Uniti, per via del suo sistema fiscale, che prevede aliquote di successione oggettivamente basse. Il 4% sul patrimonio che supera il milione lasciato ai figli, coniuge o eredi diretti, il 6% a fratelli e sorelle e agli altri discendenti e l’8% a tutti gli altri. Queste aliquote così contenute rispetto a quelle che si incontrano in vari paesi occidentali (Germania 7-50%, Francia 5-60%, Spagna 7,65%-81,6%, Regno Unito 20-40%, Usa fino al 40%) influenzano non poco la scelta del fondatore o dell’imprenditore e la indirizzano verso i figli. Inoltre la legge italiana prevede la successione legittima, cioé che una parte del patrimonio vada per legge a coniuge, figli, ascendenti, fratelli e cugini, altri parenti di grado meno prossimo e infine allo Stato, lasciando disponibile all’imprenditore per una scelta autonoma solo una parte minoritaria del suo patrimonio.

Il problema è che l’azienda è un bene sociale, un’attività fatta di fornitori, clienti, dipendenti, per mandarla avanti occorrono qualità particolari. Per esempio, statisticamente, chi ha fondato da zero un’azienda che poi è diventata un colosso a livello internazionale ha qualità che difficilmente si tramandano ai figli. Preferire i figli ai manager comporta il rischio che si propaghi un capitalismo passivo agevolato dal regime fiscale.

Le più importanti famiglie italiane

Guardiamo agli esempi concreti. Negli ultimi due anni sono venuti a mancare i padri fondatori o gli imprenditori di quattro importanti famiglie italiane: prima Ennio Doris fondatore di Mediolanum, poi Leonardo Del Vecchio, creatore di Luxottica, quindi Silvio Berlusconi, ideatore e fondatore della Fininvest da cui dipendono Mediaset, Mondadori e un terzo di Mediolanum, infine Roberto Colaninno, che in seguito alla famosa scalata a Telecom ha incassato e costruito una holding di famiglia che controlla il gruppo Piaggio, Intermarine e Is Molas. Come si sono organizzate le diverse famiglie imprenditoriali nel passaggio generazionale? Tre su quattro hanno affidato il loro impero ai figli, Doris, Berlusconi, Colaninno; in un caso, invece, ci si è affidati a un manager, Francesco Milleri per Essilux.

La scelta di Del Vecchio dev’essere stata la più difficile e tormentata vista l’ampiezza del patrimonio – si parla di circa 30 miliardi nel complesso – con sei figli avuti da due mogli e una compagna diverse. Partendo dall’orfanotrofio Martinitt ha costruito un impero dal nulla, ha finanziato il primo figlio Claudio nell’acquisto della Brooks Brothers, poi finita male, ha chiamato a lavorare in azienda, ma in posizioni non apicali, Leonardo Maria, il figlio avuto dall’ultima moglie, Nicoletta Zampillo, e il figlio che la stessa ha avuto nel suo primo matrimonio, Rocco Basilico. Ma alla tenera età di 80 anni è tornato dal buen retiro di Montecarlo per riprendere in mano l’azienda e affidarla a un manager fino ad allora poco conosciuto, Francesco Milleri, titolare di una società informatica consulente di Luxottica. A lui ha consegnato le chiavi dell’impero, cresciuto ulteriormente negli ultimi tre anni attraverso la fusione con la francese Essilor. Affidando ai sei figli, più la moglie, più Basilico, la guardia della cassaforte con il vincolo di dover andare d’accordo, visto che le decisioni di Delfin sono prese con una maggioranza dell’88%. Probabilmente qualcuno dei figli avrebbe preferito avere la propria fetta di patrimonio e gestirsela a piacimento, ma nel caso di un’azienda della dimensione di Essilux, controllata al 32% da una famiglia italiana, l’unità è fondamentale, soprattutto agli occhi dei soci francesi. Dividersi sarebbe l’inizio della fine e Del Vecchio lo sapeva bene.

La storia di Berlusconi

La storia di Berlusconi, che lascia un patrimonio nell’ordine dei 6-7 miliardi, è un po’ diversa. Nel momento in cui è sceso in politica, nel 1994, ha affidato le aziende di famiglia al vecchio amico Fedele Confalonieri e ai due figli di primo letto, Marina e Pier Silvio. La prima molto prudente, il secondo più esuberante nel corso degli anni è incappato in passi falsi costati cari all’azienda, come l’operazione Endemol o lo sbarco nella pay tv. Ma il fondatore, sin dalla fine degli anni 90, ha puntato deciso su loro due, la prima come capo della holding di famiglia e supervisor del management Mondadori, il secondo in prima linea nella trincea Mediaset e questa scelta è stata confermata dallo scarno testamento, con gli altri tre figli slegati da impegni aziendali e liberi di godere dei dividendi.

Ancora diverso il caso Colaninno, che non ha fondato un gruppo ma lo ha acquistato – Piaggio – con soldi ottenuti in precedenti attività, essendo stato al vertice di Olivetti e Telecom. Il ragioniere di Mantova ha individuato nel figlio minore Michele colui che aveva le qualità dell’imprenditore e l’ha inserito in azienda facendolo crescere al suo fianco. Mentre il figlio Matteo, che ha svolto attività politica, è stato ritenuto più tagliato per fare il presidente sia delle società operative che della holding. Lo stesso è accaduto a Ennio Doris con il figlio Massimo e la figlia Sara, il primo ad del gruppo Mediolanum fin dal 2008, la seconda vicepresidente.  Tre assetti differenti che dovranno guadagnarsi la stima dei mercati.

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