Allarme voti alle Europee. E Meloni sceglie la via del populismo economico
di Tommaso CiriacoLa premier Giorgia Meloni
ROMA — Salone a due passi da piazza di Spagna. Non fa neanche troppo caldo, è proprio che Giorgia Meloni vuole sfogarsi. Guarda negli occhi i suoi parlamentari, in piena sindrome dell’assedio. Scricchiolii diffusi attorno a Palazzo Chigi, avvertimento a chi rema contro.
«Io so. So chi tra voi lavora e chi no. Chi sostituisce gli assenti in commissione e chi non lo fa. Chi è sempre con il trolley in mano. Chi non ha partecipato alla campagna di agosto di Fdi. Quando voi avete fatto una cosa, io ne ho già fatte due». Chiama a raccolta i suoi soldati: serriamo i ranghi, arriva una tempesta perfetta che punta a farci cadere.
Prima la manovra, poi le Europee. In mezzo, l’inflazione che erode consenso e dati…
ROMA — Salone a due passi da piazza di Spagna. Non fa neanche troppo caldo, è proprio che Giorgia Meloni vuole sfogarsi. Guarda negli occhi i suoi parlamentari, in piena sindrome dell’assedio. Scricchiolii diffusi attorno a Palazzo Chigi, avvertimento a chi rema contro.
«Io so. So chi tra voi lavora e chi no. Chi sostituisce gli assenti in commissione e chi non lo fa. Chi è sempre con il trolley in mano. Chi non ha partecipato alla campagna di agosto di Fdi. Quando voi avete fatto una cosa, io ne ho già fatte due». Chiama a raccolta i suoi soldati: serriamo i ranghi, arriva una tempesta perfetta che punta a farci cadere.
Prima la manovra, poi le Europee. In mezzo, l’inflazione che erode consenso e dati macrooeconomici sempre peggiori. Fino a consegnarle un governo sfinito. La reazione è di pancia, ma in piena modalità testuggine: in politica economica nessun passo indietro. Anzi, avanti con la tassa sugli extraprofitti alle banche. È una filosofia, un anticipo di campagna elettorale: tutto per il popolo e contro le lobby. Avanti con il dirigismo e il populismo. Avanti, se necessario anche contro gli alleati.
Non è un giorno normale, non sono ragionamenti buttati lì a caso. Meloni è preoccupata. Sente, anzi soffre la concorrenza di Salvini e il pressing di Forza Italia. Gli azzurri le chiedono di ripensarci, di non insistere con la scure sulle banche, ma lei resiste.
Non sarà l’unico terreno su cui dividere il mondo tra popolo e burocrati: lo dimostrano gli attacchi a Paolo Gentiloni per colpire le strutture di Bruxelles, sarà ancora più chiaro durante la battaglia per la legge di bilancio. E i colleghi di governo che protestano? «Anche i nostri preziosi alleati saranno consapevoli che il peso che abbiamo è talmente grave da non consentirci di sprecare energie in eventuali atteggiamenti egoistici».
Non è soltanto che mancano i soldi. È un problema di consenso. A Palazzo Chigi sono arrivate proiezioni informali allarmanti. Dicono due cose, stringendo fino alla brutalità: i Conservatori prenderanno meno seggi del previsto, le destre sovraniste di Marine Le Pen e Matteo Salvini cresceranno parecchio. Volano gli estremisti francesi, vola l’Afd in Germania, sale anche Salvini.
Qualcuno ha anche avvertito la presidente del Consiglio: è molto difficile, ma Identità e democrazia potrebbe addirittura superare l’Ecr sul quarto gradino del podio (ammesso che dopo popolari e socialisti si piazzino terzi i liberali). Un incubo, perché Meloni si troverebbe stritolata e politicamente ininfluente: a destra gli antieuropei che le erano un tempo amici, a sinistra la “coalizione Ursula” che Meloni non potrebbe che appoggiare.
Ma c’è di più. Siccome i conservatori non sembrano in grado di giocare un ruolo davvero centrale a Bruxelles, diventa necessario conquistare nuovi alleati. Quando domani incrocerà Viktor Orban in Ungheria, la premier lancerà allora una proposta ufficiosa al leader ormai fuori dal Ppe: perché non ti aggreghi all’Ecr? In ballo ci sono almeno dieci seggi, determinanti per contare qualcosa.
Ma prima ancora di ritrovarsi isolata a Bruxelles, Meloni deve schivare la tempesta perfetta dentro i confini. I dati macroeconomici e l’inflazione faranno tremare l’esecutivo. Soprattutto se gli alleati non intendono collaborare. A diversi dirigenti, la leader ha ricordato quanto accaduto in occasione dell’ultimo vertice di maggioranza, pochi giorni fa.
Il leghista esordisce dicendo: «Giorgia, dobbiamo mettere la testa sulle pensioni». Il riferimento è a Quota 41, che il Tesoro non può consentire a causa di casse troppo vuote. La reazione di Meloni è netta: «Concentriamoci sui giovani che smetteranno di lavorare tra qualche decennio». Popolo contro lobby sindacali, ancora. «Allora - rilancia il segretario del Carroccio - dobbiamo chiudere con l’autonomia entro fine anno. E comunque prima delle Europee».
È sempre la battaglia del voto per l’Europarlamento che ritorna, linea di confine fra la sopravvivenza dell’esecutivo e il precipizio. Per questo, riservatamente, la presidente del Consiglio ha già fatto sapere ad alcuni dei suoi ministri che in primavera la patria chiederà nuovi sacrifici: in quattro, almeno, dovranno candidarsi. Uno al Nord, forse Adolfo Urso (le circoscrizioni sono due, Est ed Ovest). Uno al centro, Francesco Lollobrigida. Uno al Sud, tra Raffaele Fitto e Gennaro Sangiuliano. E Nello Musumeci nelle Isole. Serrare i ranghi: in gioco c’è, di nuovo, Palazzo Chigi.