Rapporto Inps: “Solo una minoranza dei lavoratori è povero per salario orario basso”
di Valentina ConteROMA – I lavoratori poveri per “ragioni salariali” sono una minoranza, dice l’Inps nel suo XXII Rapporto annuale, presentato oggi alla Camera dalla commissaria dell’Inps Micaela Gelera. Incide di più la bassa intensità di lavoro: poche ore al giorno e pochi mesi all’anno. In questo contesto, secondo l’Inps, l’introduzione di un salario minimo legale non avrebbe un impatto rilevante. Ecco tutti i temi del Rapporto: dall’occupazione alle pensioni, dai bonus al Reddito di cittadinanza, dalle grandi dimissioni all’impatto dell’inflazione sui redditi.
L’occupazione
Nel 2022 il tasso di occupazione ha toccato il suo massimo storico, trainato soprattutto da contratti di lavoro stabili: 61%. L’Italia è però indietro rispetto alla media Ue (69,5%) e a Paesi come Spagna (64%), Francia (68%), Germania (77%). I divari territoriali sono forti, con un gap di quasi 25 punti tra Sicilia e Lombardia (43 contro 69%). Come pure i divari generazionali e di genere: giovani e donne penalizzate. Ma dop…
ROMA – I lavoratori poveri per “ragioni salariali” sono una minoranza, dice l’Inps nel suo XXII Rapporto annuale, presentato oggi alla Camera dalla commissaria dell’Inps Micaela Gelera. Incide di più la bassa intensità di lavoro: poche ore al giorno e pochi mesi all’anno. In questo contesto, secondo l’Inps, l’introduzione di un salario minimo legale non avrebbe un impatto rilevante. Ecco tutti i temi del Rapporto: dall’occupazione alle pensioni, dai bonus al Reddito di cittadinanza, dalle grandi dimissioni all’impatto dell’inflazione sui redditi.
L’occupazione
Nel 2022 il tasso di occupazione ha toccato il suo massimo storico, trainato soprattutto da contratti di lavoro stabili: 61%. L’Italia è però indietro rispetto alla media Ue (69,5%) e a Paesi come Spagna (64%), Francia (68%), Germania (77%). I divari territoriali sono forti, con un gap di quasi 25 punti tra Sicilia e Lombardia (43 contro 69%). Come pure i divari generazionali e di genere: giovani e donne penalizzate. Ma dopo la pandemia, dice l’Inps, sono aumentati gli assicurati: oltre 26 milioni con almeno un versamento contributivo per un totale di 236 miliardi (+9,3% sul 2019). Salgono anche le settimane lavorate. Mentre la Cassa integrazione torna a livelli fisiologici: 12 milioni di ore usate al mese per 300 mila lavoratori all’inizio del 2023.
La precarietà
Il lavoro dipendente in Italia vent’anni fa rappresentava circa il 72% dell’occupazione, oggi il 78%. Gli autonomi, in ridimensionamento costante, sono sotto i 5 milioni. I dipendenti pubblici 3,5 milioni. Gli occupati a termine sono circa 3 milioni, il 16% nel mese di aprile 2023 contro il 16,6% del febbraio 2020. Il 18% degli occupati italiani è a part-time, in linea con la media Ue. Ma tra gli uomini la quota è all’8%, supera il 30% tra le donne e spesso è involontario, si attesta al 45% tra i dipendenti a tempo determinato contro il 26% dei dipendenti a tempo indeterminato. La percentuale di lavoratori che entrano nel mercato del lavoro con un contratto temporaneo in Italia è in crescita costante, dal 35% nel 2009 al 55% del 2019.
Le grandi dimissioni
Le dimissioni di lavoratori con contratto stabile sono molto cresciute dopo la pandemia toccando quota 1,2 milioni nel 2022, il 26% sopra il livello del 2019 quando se ne contarono 941 mila, dopo essere salite del 14% anche nel 2021. Ma secondo Inps più che di “grandi dimissioni” per cambiare vita si è trattato di un “great reshuffle”, una aumentata mobilità dei lavoratori dopo il congelamento pandemico, proprio per agganciare le aumentate opportunità di lavoro che si sono venute a creare. Lo dimostrerebbe l’alto tasso di ricollocazione a tre mesi dalle dimissioni, pari al 67%. Due su tre hanno ritrovato un’occupazione in tempi brevi, senza uscire dal mercato del lavoro.
Lavoratori poveri
I contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti al 17 aprile 2023 sono 966. Di questi, quelli “valorizzati”, ovvero applicati nel 2022 ad almeno un dipendente, sono 832. I 28 contratti più grandi, che riguardano almeno 100 mila dipendenti, coprono quasi l’80% dei dipendenti. Se si aggiungono anche i contratti “medi” - che riguardano tra 10 mila e 100 mila dipendenti - si arriva ad oltre il 95% dei dipendenti totali.
In totale, scrive Inps, un centinaio di contratti su mille coinvolge quasi la totalità dei dipendenti. Il 96% poi dei dipendenti risulta coperto da un contratto firmato da una delle tre maggiori organizzazioni sindacali. Ci sono 539 contratti “micro” che in tutto coinvolgono solo 500 mila dipendenti.
Inps utilizza una soglia di retribuzione giornaliera lorda per definire come “lavoratori poveri” quelli che stanno sotto: 24.9 euro per i part-time e 48,3 euro per i full time. Nel mese di ottobre 2022 i lavoratori poveri sotto queste soglie risultano 871.800, il 6,3% del totale. Di questi 355 sono full time e 517 mila part-time.
L’incidenza dei lavoratori poveri è più forte nei contratti nazionali piccoli o micro o senza contratti. Ma i lavoratori poveri tali per “ragioni salariali” (dunque anche un salario orario troppo basso) sono solo 20.300 tra i full time, lo 0,2% della platea. Mentre Inps non sa quanti sono quelli a part-time. La maggior parte dei lavoratori poveri, per Inps, lo è per altre ragioni: poche ore di lavoro al giorno, pochi mesi nell’anno. Quindi per la bassa intensità di lavoro.
Le retribuzioni e l’inflazione
La retribuzione media di un lavoratore dipendente è cresciuta nel 2022 del 4,7% a 25.112 euro lordi contro un tasso di inflazione quasi doppio all’8,1% (e cumulato del 10% per il periodo 2019-2022). Esiste però molta variabilità nelle retribuzioni tra chi lavora tutto l’anno e a tempo pieno (38.469 euro) e chi lavora solo per una parte dell’anno e a part-time (8.468 euro). Gli stipendi poi non hanno tenuto il passo del caro prezzi.
A pagare un conto più salato sono le famiglie con redditi più bassi (primo quinto) colpite da un’inflazione cumulata del 15% tra 2018 e 2022, cinque punti in più delle famiglie più ricche, dell’ultimo quinto. Dice però l’Inps che la perdita di potere d’acquisto è stata tutta recuperata grazie a un aumento del reddito familiare (+25%): più persone al lavoro in famiglie, più ore lavorate, stipendi più alti. In un anno sono stati creati circa 1 milione di nuovi posti di lavoro dipendente.
Le pensioni e l’inflazione
Non è andata così ai 16 milioni di pensionati, nonostante l’indicizzazione automatica all’inflazione dei lavoro assegni che nel 2022 non era ancora tagliata come quest’anno. E nonostante il decreto Aiuti bis che a fine 2022, da ottobre a dicembre, ha aumentato del 2% le pensioni fino a 2.692 euro al mese e anticipato il conguaglio della perequazione.
Rivela l’Inps che nelle famiglie con pensionati il reddito nominale del primo quinto (famiglie più povere) è salito del 6,3% tra 2018 e 2022, ma ha perso il 10,6% del reddito reale (il quinto più ricco ha perso meno: 7,5%). Questo, scrive Inps, “a riprova che la perequazione non tutela adeguatamente le fasce più povere sul cui potere d’acquisto incide di più l’aumento dei prezzi).
Le perdite di salario reale delle famiglie con pensionati risultano “in media oltre tre volte e mezzo maggiori rispetto alle famiglie con lavoratori, evidenza acuita nei due quinti più poveri, in cui le perdite risultano più di 10 volte maggiori tra i pensionati rispetto ai lavoratori”.
Il divario di genere nelle pensioni
I pensionati italiani sono 16,1 milioni: 7,8 milioni di uomini e 8,3 milioni di donne (52%). La spesa per pensioni nel 2022 è stata di 322 miliardi, di cui il 56% andata agli uomini i cui assegni sono del 36% superiori a quelli delle donne, per via delle carriere intermittenti e peggio retribuite delle lavoratrici: 1.932 euro contro 1.416 euro.
La spesa dell’Inps è per il 92% previdenziale e per l’8% assistenziale. Nella spesa previdenziale prevalgono le pensioni anticipate o per anzianità (56%), seguono le pensioni di vecchiaia (18%). Le nuove pensioni del 2022 sono state un milione e mezzo, in diminuzione del 3,1% per la fine di Quota 100.
L’età media di uscita delle donne, tendenza degli ultimi anni, è superiore a quella degli uomini: 64,7 anni contro 64,2. Nel 2012 era il contrario: 62 anni per gli uomini e 61,3 per le donne. Questo perché, con la riforma Fornero, i requisiti contributivi per la pensione anticipata sono diventati proibitivi per le donne (41 anni e 10 mesi) che quindi escono per vecchiaia, a un’età più alta.
La speranza di vita
Gli operai hanno 5 anni in meno di speranza di vita a 67 anni rispetto ai manager: 16 anni contro 20,9 anni. Più in generale, i pensionati che appartengono al primo quintile di reddito hanno una speranza di vita a 67 anni di circa 2,6 anni inferiore a quelli che appartengono al quintile con il reddito più alto, ma la differenza cresce a seconda del comparto nel quale si è lavorato e delle mansioni avute.
Le Quote e Opzione Donna
La flessibilità previdenziale in uscita è stata affidata in questi anni ad alcune misure sperimentali, rinnovate e modificate di volta in volta. Quota 100 ha consentito, tra 2019 e 2022, l’uscita anticipata con 62 anni con 38 di contributi a 433 mila lavoratori. Quota 102 ha beneficiato l’anno scorso 10.563 lavoratori (uscita a 64 anni e 38 di contributi). Mentre Quota 103 (uscita a 62 anni con 41 di contributi) procede lenta: fino al 31 maggio solo 5.125 domande accolte. “L’operazione - scrive Inps a proposito delle Quote - aumenterà il debito pensionistico”.
Opzione donna, dal 2004 al 2022, è stata scelta da 174.535 lavoratrici con un assegno di quasi il 40% più basso della media (1.171 euro contro 1.947 euro), non solo per il ricalcolo contributivo ma anche per i minori anni di contribuzione e ai minori redditi di queste lavoratrici. Il 68% di Opzione donna è stato erogato al Nord, il 58% a lavoratrici dipendenti. La perdita per il ricalcolo è cambiata nel tempo: era del 23% nel 2013 ed è scesa all’8% nel 2022 perché la quota retributiva degli assegni, relativi agli anni pre 1996, si restringe via via. L’anno scorso è stato l’ultimo anno di Opzione donna senza i paletti introdotti dal governo Meloni: ne hanno beneficiato 25 mila donne.
Il cuneo contributivo
Il taglio in vigore da luglio e fino a dicembre beneficia 13,8 milioni di lavoratori dipendenti. Il 57% beneficia di importi superiori ai 100 euro mensili. Considerando solo i lavoratori full time e full month – che lavorano a tempo pieno e per tutto l’anno – l'ammontare dell’esonero arriva a 123 euro. Solo circa il 2% dei beneficiari riceve meno di 80 euro.
I bonus: assunzioni, Sud, nido, psicologo, congedi, assegno unico
I bonus funzionano, secondo l’Inps che ne analizza alcuni. A partire dalla decontribuzione, lo sconto dei contributi che alleggerisce il costo del lavoro con percentuali e platee diverse: i lavoratori dipendenti, i giovani under 36, le donne, il Sud. Inps rileva che la decontribuzione per i giovani, mirata e selettiva, ha contribuito ad aumentare l’occupazione e anche ad alzare un po’ le retribuzioni. Effetto, quello sugli stipendi, che la decontribuzione Sud non ha avuto e la cui adesione, pur essendo applicabile a tutti i lavoratori dipendenti, è alta al 65% ma non totale.
In crescita le percentuali di richieste per il congedo di paternità obbligatorio (64% nel 2022) e dei congedi parentali (25% per i bambini 0-3 anni). Il bonus asilo nido ha raggiunto 425 mila beneficiari l’anno scorso. Il Reddito di libertà per l’autonomia e l’emancipazione delle donne vittime di violenza è andato, tra 2021 e 2022, a 2.668 donne. Ma le domande sono state più alte dei fondi a disposizione. Anche il bonus psicologo ha registrato un boom domande accolte (387 mila), ma finanziate solo 41.500.
L’assegno unico per i figli è arrivato al 95% degli aventi diritto, una delle misure con il più alto take up mai registrato nel welfare italiano. Nei primi dodici mesi, da marzo 2022 a febbraio 2023, sono stati erogati 16 miliardi a 5,7 milioni di famiglie.
Il Reddito di cittadinanza
Il numero massimo di percettori è stato raggiunto nel primo semestre del 2021, con circa 1,6 milioni di famiglie beneficiarie e 3,5 milioni di individui coinvolti. Poi si è innescato un trend decrescente, parallelo al miglioramento delle condizioni economiche generali del Paese e all’aumento dell’occupazione.
Nei primi mesi del 2023 siamo a circa 1,2 milioni di famiglie beneficiarie. Anche l’Isee medio si è abbassato da 1.800-1.700 euro di giugno-dicembre 2019 a 500 euro di aprile 2023. “Queste evidenze indicano - scrive Inps - che sono rimasti beneficiari della misura nuclei con Isee più bassi e quindi presumibilmente con minore capacità di produrre reddito”. L’importo medio è salito da 480-520 euro nel 2019 fino a 560 euro in aprile 2023.