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Salario minimo, Inps con Meloni: “Utile solo allo 0,2% dei dipendenti”

La commissaria Inps Micaela Gelera

 (fotogramma)
Per l’Istituto di previdenza sono 872 mila i lavoratori poveri, ma non considera agricoli e colf. “Sui redditi bassi, precarietà e impieghi intermittenti pesano di più della paga oraria”
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ROMA — Il salario minimo legale aiuterebbe solo lo 0,2% dei lavoratori dipendenti italiani: una quota residuale. Lo dice l’Inps, nel suo XXII Rapporto annuale presentato ieri alla Camera dalla commissaria Micaela Gelera. L’Istituto di previdenza non entra nel merito della proposta dei 9 euro lordi all’ora, sostenuta dai partiti di opposizione: Pd, M5S, Azione e Avs.

Ma in un’ampia sezione del Rapporto mette nero su bianco che la povertà lavorativa per «ragioni salariali» è così marginale che intervenire con la legge sarebbe quasi inutile perché non porterebbe un reale beneficio ad una platea, quella sì più vasta, del lavoro povero.

Platea che si gonfia per impieghi precari fatti di poche ore al giorno, poche settimane al mese, pochi mesi all’anno. Tesi sostenuta a più riprese dalla stessa premier Meloni e fatta propria anche dal presidente del Cnel Renato Brunetta che proprio sul salario minimo deve elaborare una proposta di sintesi entro il 10 ottobre.

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ROMA — Il salario minimo legale aiuterebbe solo lo 0,2% dei lavoratori dipendenti italiani: una quota residuale. Lo dice l’Inps, nel suo XXII Rapporto annuale presentato ieri alla Camera dalla commissaria Micaela Gelera. L’Istituto di previdenza non entra nel merito della proposta dei 9 euro lordi all’ora, sostenuta dai partiti di opposizione: Pd, M5S, Azione e Avs.

Ma in un’ampia sezione del Rapporto mette nero su bianco che la povertà lavorativa per «ragioni salariali» è così marginale che intervenire con la legge sarebbe quasi inutile perché non porterebbe un reale beneficio ad una platea, quella sì più vasta, del lavoro povero.

Platea che si gonfia per impieghi precari fatti di poche ore al giorno, poche settimane al mese, pochi mesi all’anno. Tesi sostenuta a più riprese dalla stessa premier Meloni e fatta propria anche dal presidente del Cnel Renato Brunetta che proprio sul salario minimo deve elaborare una proposta di sintesi entro il 10 ottobre.

Il lavoro povero

Il ragionamento dell’Inps parte dai numeri. Nel mese di ottobre del 2022 l’Istituto ha registrato 871.800 lavoratori poveri, il 6.3% del totale. Così definiti perché hanno una retribuzione giornaliera lorda di 24,9 euro per i part-time e 48,3 euro per i full-time, «corrispondenti rispettivamente a 588 e 1.116 euro netti mensili». Queste sono le soglie, spiega Inps, «che utilizziamo per identificare i lavoratori poveri», anche perché corrispondono al 60% del reddito mediano, tradizionale standard europeo per identificare i working poor.

I salari orari bassi

Ebbene degli 872 mila lavori poveri contati da Inps - che tiene fuori dal calcolo il lavoro agricolo e quello domestico - 355 mila sono a tempo pieno e 517 mila a part-time. Se si tolgono - è il ragionamento Inps - quanti lavorano poche ore, a intermittenza e quindi «a bassa intensità di lavoro», solo 20.300 lavoratori poveri sono tali per «ragioni salariali» e dunque con «livelli salariali orari insufficienti».

Appena «lo 0,2% sul totale della platea dei dipendenti». E «distribuiti tra un numero rilevante di contratti collettivi nazionali di lavoro, inclusi quelli con le platee più vaste e firmati dalle organizzazioni sindacali maggiori». Quindi non sarebbe neanche e solo un problema di contratti pirata.

Le aree «borderline»

I lavoratori poveri, conclude Inps nel Rapporto, «risultano quindi sotto il profilo numerico una componente marginale dell’insieme del lavoro dipendente». Anche se «ciò non esclude (anzi) che la loro presenza sia concentrata in aree “borderline” rispetto ai “normali” rapporti di lavoro dipendente». Come le «partite Iva attivate in alternativa all’impiego come dipendente», quindi false.

Posizioni «idonee a camuffare rapporti regolari», come finti tirocini e stage. Lavoro «autonomo occasionale o parasubordinato». E «senza dimenticare le varie tipologie di lavoro nero». I settori più a rischio di povertà lavorativa sono le costruzioni, i servizi alle imprese, l’alloggio e la ristorazione. I lavoratori più esposti: apprendisti, intermittenti, somministrati.

La precarietà

Una lettura che taglia dunque le gambe a qualunque proposta di salario minimo legale che non sia al limite sperimentale e molto circoscritta a specifici (piccoli) settori e contratti. Di fatto il compito che la premier Meloni ha affidato al Cnel di Brunetta: individuare l’area di questa sperimentazione. Se non fosse però che la zona più vasta di lavoro povero - 3 milioni di lavoratori contati dall’Istat sotto i 9 euro, ben 5 milioni sotto i 10 euro all’ora - non trova sollievo in altri numeri del Rapporto Inps.

Laddove ad esempio si racconta che in dieci anni - dal 2009 al 2019 - la quota di italiani che entra nel mondo del lavoro con contratti temporanei è salita di venti punti, dal 35 al 55%. Ancora oggi, nonostante «il tasso di occupazione storico del 61%», otto nuovi assunti su dieci ogni mese in Italia lo sono con un contratto a tempo. L’Italia è indietro rispetto alla media Ue per tasso di occupazione (69,5%) e a Paesi come Spagna (64%), Francia (68%), Germania (77%). I divari territoriali sono forti, con un gap di quasi 25 punti tra Sicilia e Lombardia (43 contro 69%). Senza parlare del divario di genere e generazionale. Primi per giovani Neet che non studiano e lavoro. Primi per donne obbligate al part-time.

Il taglio del cuneo

Provvedimenti come il taglio del cuneo contributivo per 13,8 milioni di lavoratori dipendenti pubblici e privati, rafforzato dal governo Meloni e ora da riconfermare in legge di Bilancio, vengono salutati con positività dal Rapporto Inps che ne calcola anche l’impatto. Il beneficio in corso da luglio e fino a dicembre oscilla tra 100-125 euro al mese per quasi il 30% dei lavoratori. Si sale al 40% se si considerano solo i “full-time”, chi lavora a tempo pieno.

Ma c’è quasi un quarto della platea che prende tra 125-150 euro. E circa un 5% sopra i 150 euro al mese. Poco più del 10% si assicura 80-100 euro. E un altro 20% beneficia fino a 60 euro. Numeri importanti che impatteranno in maniera preponderante in manovra. E che però non toccano i “borderline”, di cui parla Inps.

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